Articoli con tag “Discarica Albano

Il Consiglio di Stato dice no, chiude l’inceneritore di Scarlino

_Desideriamo invitare i cittadini interessati ed i media alla presentazione del Progetto Ambiente e Tumori lavoro edito dall’AIOM. Qui il comunicato stampa, qui la locandina di presentazione, qui l’invito e qui il testo interamente scaricabile dalla rete. Buona lettura.

_ATTENZIONE, AVVISO PER LA CITTADINANZA: SABATO ORE 17:30 ASSEMBLEA CITTADINA NO DISCARICA NO INCENERITORE PRESSO LA SALA CIRCOSCRIZIONALE DI CECCHINA SITUATA IN VIA ROCCA DI PAPA.

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui) Il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva della sentenza del Tar che aveva revocato le autorizzazioni all’inceneritore di Scarlino Energia, fissando l’udienza di merito per il prossimo 4 maggio. L’azienda ha preso atto dell’ordinanza della Sezione Quinta del Consiglio di Stato e in adempimento del dispositivo, Scarlino Energia ha quindi deciso di interrompere dall’immediato tutti i conferimenti all’impianto e di sospendere tutte le attività industriali a partire prossimi giorni.

Contemporaneamente, è stato dato inizio alle procedure di messa in sicurezza dell’impianto. Sempre dai prossimi giorni verrà sospesa anche l’attività del depuratore comprensoriale che tratta le acque provenienti dal sistema delle barriere idrauliche delle bonifiche della falda. L’azienda ha informato le altre imprese del Casone (Solmine, Syndial) della situazione che si è venuta a creare e delle scelte compiute nel rispetto dell’ordinanza. Tutte queste decisioni sono state notificate al Prefetto, alla Provincia di Grosseto, al Comune sede di impianto, all’Arpat, alla Asl e a tutti gli enti competenti. Nel primo pomeriggio, i vertici aziendali di Scarlino Energia hanno incontrato le Rsu informandole delle conseguenze dell’ordinanza e della sospensione di tutte le attività industriali anticipando che nei prossimi giorni sarà avviata la procedura di Cassa integrazione. L’azienda rileva, inoltre, come il parere del consulente di parte del Comune di Follonica contestato nel corso dell’udienza svoltasi ieri, abbia prospettato una situazione di rischio ambientale estrapolando dalla relazione dell’Arpat del settembre del 2011 singoli aspetti, e abbia omesso di evidenziare le positive conclusioni della stessa relazione per l’attività dell’azienda. Scarlino Energia ribadisce, infine, la propria assoluta correttezza operativa nel pieno rispetto della autorizzazioni concesse dalla provincia di Grosseto da sempre confermata dai costanti controlli eseguiti delle autorità preposte.

_(Fonte articolo, clicca qui) I giudici del Consiglio di Stato non hanno accolto il ricorso presentato dall’azienda contro la decisione del Tar che aveva ordinato lo spegnimento. L’inceneritore di Scarlino chiuderà i battenti.

Vincono l’ennesimo round quindi il Comune di Follonica e gli ambientalisti che avevano fatto ricorso al Tar. L’inceneritore dovrà quindi smettere di bruciare cdr. Per i sessanta operai adesso si aprirà probabilmente la cassa integrazione. Scarlino Energia ha preso atto dell’ordinanza della Sezione Quinta del Consiglio di Stato che ha respinto la richiesta di sospensiva della sentenza del Tar fissando l’udienza di merito per il prossimo 4 maggio. In adempimento del dispositivo, Scarlino Energia – spiega una nota dell’azienda – “ha quindi deciso di interrompere dall’immediato tutti i conferimenti all’impianto e di sospendere tutte le attività industriali a partire prossimi giorni. Contemporaneamente è stato dato inizio alle procedure di messa in sicurezza dell’impianto”. Sempre dai prossimi giorni, spiega la stessa nota, “verrà sospesa anche l’attività del depuratore comprensoriale che tratta le acque provenienti dal sistema delle barriere idrauliche delle bonifiche della falda”. L’azienda ha informato le altre imprese del Casone (Solmine, Syndial) della situazione e delle scelte compiute nel rispetto dell’ordinanza. Tutte queste decisioni, si riferisce ancora da Scarlino Energia, sono state notificate al prefetto, alla Provincia di Grosseto, al Comune sede di impianto, all’Arpat, alla Asl e a tutti gli enti competenti. Nel primo pomeriggio, i vertici aziendali di Scarlino Energia hanno incontrato le rsu informandole delle conseguenze dell’ordinanza e della sospensione di tutte le attività industriali anticipando che nei prossimi giorni sarà avviata la procedura di cassa integrazione. L’azienda rileva, inoltre, “come il parere del consulente di parte del Comune di Follonica contestato nel corso dell’udienza svoltasi ieri, abbia prospettato una situazione di rischio ambientale estrapolando dalla relazione dell’Arpat del settembre del 2011 singoli aspetti, e abbia omesso di evidenziare le positive conclusioni della stessa relazione per l’attività dell’azienda”. Scarlino Energia ribadisce, infine, “la propria assoluta correttezza operativa nel pieno rispetto della autorizzazioni concesse dalla provincia di Grosseto da sempre confermata dai costanti controlli eseguiti delle autorità preposte”.

Una situazione molto preoccupante per i lavoratori di tutto il polo industriale”. Così Fabio Della Spora, rappresentante della Femca-Cisl di Grosseto, riguardo agli scenari che si prospettano nell’area industriale del Casone di Scarlino dopo che il Consiglio di Stato non ha accolto il ricorso presentato dalla società per ottenere la sospensiva dalla sentenza del Tar che ha annullato le autorizzazioni all’impianto: Via e Aia. Scarlino Energia ha già fatto sapere che nei prossimi giorni inizierà la procedura per la cassa integrazione da destinare ai suoi 60 dipendenti. “Sarà a lungo termine – spiega il sindacalista – perché dobbiamo aspettare la discussione nel merito del ricorso fissata per il 4 maggio. A quel punto ci saranno altri due mesi a disposizione per depositare la sentenza. Quindi parliamo di un periodo che arriva a luglio”.

Le rsu hanno incontrato i vertici societari già nel primo pomeriggio. “L’azienda ha richiesto delle consulenze per ottenere una nuova Via e questo è un segnale positivo: significa che non vuole abbandonare i lavoratori”. La chiusura dell’inceneritore di Scarlino è solo l’ultima tappa di un percorso giudiziario iniziato nel 1995, quando l’Eni concesse all’impianto l’autorizzazione a bruciare biomasse. Scarlino Energia Srl è del 2007, società nata con l’obiettivo di acquisire e rilanciare l’impianto di produzione di energia elettrica presente nel complesso industriale del Casone di Scarlino. Con un investimento di oltre 26 milioni di euro la società ha rilevato l’impianto da Syndial spa (gruppo Eni). Con la concessione dell’Autorizzazione integrata ambientale da parte della Provincia di Grosseto (27 luglio 2010) e il conseguente nulla osta, dal 16 dicembre 2010, l’impianto di Scarlino Energia ha avviato il recupero energia da Cdr (combustibile derivato da rifiuti). Il ricorso al Tar di ambientalisti e comune di Follonica contro le autorizzazioni Via e Aia fu accolto nel novembre del 2011. La Provincia di Grosseto e l’azienda, però, ricorsero immediatamente al Consiglio di Stato sia nel merito, sia per sospendere l’efficacia della sentenza.

Scarlino Energia, nel frattempo, tra novembre e dicembre chiese la cassa integrazione per gli oltre 60 dipendenti. Ci pensò la Provincia, con un’ordinanza, a far riaccendere i forni per bruciare il cdr residuo, finché nel dicembre scorso il presidente di una sezione del Consiglio di Stato emanò un decreto cautelativo in cui concedeva la sospensiva, in attesa dell’udienza. Ieri il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso per la sospensiva e la sentenza del Tar, quindi, rimarrà efficace fino al giudizio di merito. La prima udienza è fissata per il 4 di maggio.(ANSA).


Vicenza, scorie di fonderie sotto la nuova autostrada e tra i campi di granoturco

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_L’Italia è così. Nord e sud, a ciascuno il suo e giusto per non far torto a nessuno. In Calabria abbiamo gallerie con rifiuti radioattivi tumulati nel cemento, al nord la situazione cambia, ma solo per il tipo di rifiuto sversato. Non fatevi illusioni, il tutto resta drammatico. Buona lettura.

_(Fonte articolo, clicca qui). L’odore del metallo fuso di fonderia ammorba ancora l’aria quando tira il vento, sprigionato dai resti delle scorie disseminate lungo le stradine nei campi di granoturco, accanto all’autostrada. A sud di Vicenza, la Valdastico è un lungo biscione di carreggiate che si snoda nella valle. Fino a poche settimane fa era nero, prima che fosse ricoperto da uno spesso strato di fanghiglia biancastra. Le ruspe hanno spianato scarti di lavorazione industriale in mezzo alle coltivazioni, con il cromo che si è riversato nei canali di irrigazione del granoturco. Il sospetto che quel materiale non fosse proprio innocuo era sorto quando il cane del signor Giuseppe, nel giugno scorso, si è fermato a bere in uno dei numerosi canali scavati accanto all’infrastruttura in costruzione. Il cane è morto quasi all’istante, ucciso per una sospetta perforazione dell’intestino. Una fine, scrivono gli esperti, “dovuta all’elevato livello di acidità dell’acqua dei canali, a causa della contaminazione per colpa dei rifiuti di acciaieria”. Gli scarti di fonderia sono infatti molto nocivi: contengono dosi di metallo pesante che si disperdono nei terreni e nella falda acquifera, entrando nella catena alimentare. E ce ne sono centinaia di tonnellate sepolte un metro sotto la superficie autostradale che scorre tra le coltivazioni di un Veneto ancora agricolo. Scorie che potrebbero essere state seminate lungo molti dei 54,3 chilometri della Valdastico Sud, l’arteria che collegherà le province di Vicenza e di Rovigo: un’opera da oltre un miliardo di euro. L’inaugurazione del primo tratto è prevista per maggio, ma al momento i lavori sembrano fermi. Mentre stanno partendo le indagini della magistratura.

Che i cantieri delle grandi opere stradali vengano sfruttati come discariche è un sospetto che circola da anni: le corsie di asfalto sono tombe che nessuno scoperchierà. I primi a intuirne le potenzialità sarebbero stati i soliti camorristi casalesi, padroni per anni del mercato dei rifiuti: nei terrapieni si può infilare ogni genere di detrito, lecito o meno. Voci e supposizioni che non avevano mai ricevuto riscontri. Ma adesso per la prima volta le foto di un appassionato di archeologia, Marco Noserini, sembrano dare corpo alle peggiori ipotesi: pozze tinte di giallo dal cromo e scarti di acciaieria sparsi nei campi dove germogliano filari di mais. Le foto sono state scattate nel tratto della Valdastico Sud tra Torri di Quarterolo e di Pojana Maggione nel Vicentino. Dove Maria Chiara Rodeghiero di Medicina Democratica e l’avvocato Edoardo Bortolotto hanno riscontrato una situazione drammatica: “Di notte arrivano anche trenta camion e scaricano ondate di materiale”. Poi di giorno le ruspe lo spianano, preparando la massicciata e disperdendo le sostanze nel terreno.

Pierluca Locatelli Pierluca Locatelli Le immagini mostrano i mezzi delle imprese del Gruppo Locatelli e della Serenissima Costruzione. La Serenissima fa capo alla società con capitali pubblici, presieduta dal leghista Attilio Schneck, che possiede la concessione della Brescia-Padova, forse l’autostrada con il traffico record d’Italia. Il gruppo Locatelli invece è al centro dell’inchiesta (qui il video) per corruzione che ha fatto finire in cella Franco Cristiani Nicoli, vicepresidente della Regione Lombardia, accusato per una tangente versata dall’amministratore delegato Pierluca Locatelli. L’indagine è stata battezzata “Fiori d’acciaio” proprio perchè riguarda le licenze per lo smaltimento dei rifiuti. Ma melle intercettazioni si parlava dei cantieri della Bre.Be.Mi, l’autostrada che collegherà Brescia e Milano senza passare per Bergamo. I pm bresciani, Carla Canaia e Silvia Bonardi, hanno messo sotto sequestro due cantieri per la costruzione del raccordo anulare della Bre.Be.Mi. a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana con Sola (Bergamo) perché sotto le carreggiate sarebbero stati accumulati scarti di fonderia. E anche in questo caso viene ipotizzato un ruolo del gruppo Locatelli. Ma da dove provengono quei camion stracolmi di scorie fotografati nel Vicentino? Quasi tutti sono targati Crotone e Napoli, alcuni hanno le insegne di una ditta trevigiana che è stata coinvolta in traffici di rifiuti ma – recita la denuncia – “seguendo il percorso di un camion, si scopre che la maggior parte proviene da una grossa acciaieria alle porte di Vicenza, la Beltrame spa”, una delle più grandi d’Italia. Si sospetta anche che alcuni arrivino direttamente dalla Campania, forse da un vecchio stabilimento chimico. Il via vai di mezzi si lascia alle spalle una coda scura come una colata lavica. E quando piove, l’acqua nerastra cola dai detriti nei campi e nei canali di irrigazione. Le imprese di costruzioni cercano di correre ai ripari e stendono una coperta di tessuto sintetico, ma la posano sopra le scorie e non sotto: una misura più utile a nascondere che a contenere il percolato.

Il manto ferroso viene usato in molti tratti al posto della ghiaia. Sono grossi pezzi di scarto provenienti dalla fusione dei rottami: a volte sono larghi più di un metro e nel magma solidificato si distinguono scatole meccaniche, contenitori, pezzi di ingranaggi di tutte le fogge. Spesso dentro i grossi sassi neri bucherellati, che ricordano sinistre pietre lunari, sono incastonate parti intere di ferro, scampate al calore dell’altoforno. Noserini ha fatto analizzare i detriti. Il laboratorio ha confermato che si tratta di scarti di fonderia: “Contengono metalli pesanti e sostanze chimiche (nitrati, floruri, solfati, cloruri, bario, berillo, amianto, piombo, nichel) in notevole concentrazione”, si legge nella denuncia presentata da Medicina Democratica, dall’Associazione italiani esposti amianto e da Marco Noserini. Si sono rivolti prima ai magistrati bresciani, sottolineando i legami con lo scandalo della Bre.be.mi. Ma la procura lombarda ha passato il fascicolo alla Direzione distrettuale antimafia di Venezia dove il pm Rita Ugolini vuole capire chi ha gestito il traffico di camion e ricostruire l’esatta provenienza di tutti i rifiuti. Con il sospetto che quei cantieri nascondano la Gomorra del Nord-Est.


Dal Veneto ad Acerra, viaggio tra i rifiuti: “Così hanno ucciso la Campania”

_L’associazione Differenziati augura a tutti i lettori del proprio sito buone feste.

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui) L’immondizia diventa oro. Non per i cittadini, come accade in Svezia, ma per chi, in politica come fra i camorristi, lucra da anni sulla salute dei cittadini. Questo il pensiero che Antonio Marfella, tossicologo e oncologo dell’ospedale Pascale, affida alle pagine di AgoraVox: “Si smaltiscono illegalmente gli scarti industriali del Nord mentre Napoli affoga nella spazzatura”

L’inceneritore di Napoli Est come prova generale di un genocidio. Rifiuti tossici smaltiti come quelli che ognuno di noi produce ogni giorno in casa. Il balletto di cifre attorno al termovalorizzatore di Acerra, che non si capisce bene cosa bruci. Sono solo alcuni degli spunti emersi dal colloquio che AgoraVox ha intrattenuto col professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Pascale di Napoli, impegnato da anni nel denunciare lo sterminio del territorio campano. Esistono, nella nostra regione, impianti capaci di smaltire in sicurezza i rifiuti industriali? Le discariche ci sono e sono tantissime, distribuite in tutta la Campania. Il problema è che sono tutte abusive, non censite e non dichiarate. Si è così liberi di lavorare come meglio si crede: legalmente e, soprattutto, illegalmente. Ognuno di noi paga una quota non indifferente dei costi legati al corretto smaltimento dei rifiuti industriali. Prendiamo, come esempio, gli scarti dell’edilizia. La Campania produce, secondo i dati dell’Ispra, non meno di 280.000 tonnellate all’anno di scarti derivati dalla lavorazione edile. Nonostante ciò non è mai stata censita una sola discarica a norma sull’intero territorio regionale per rifiuti inerti e non pericolosi come, appunto, quelli dell’edilizia. Ci spiega perché l’inceneritore non è la scelta più adatta per risolvere la crisi rifiuti? Gli inceneritori sono industrie tossiche insalubri, e si costruiscono solo se indispensabili e in zone non densamente popolate. Napoli è già dotata dell’inceneritore di Acerra, tra i più grandi d’Europa, con la capacità di accogliere, secondo i dati ufficiali, 1.700 tonnellate al giorno di rifiuti. La realtà è un’altra: non sappiamo cosa e da dove provenga quello che si brucia. Mentre Napoli, per l’ennesima volta, veniva ricoperta dai rifiuti, nessuno ci ha spiegato perché l’immondizia non fosse portata lì. Una cosa tragica e ridicola: avere la terza capacità di incenerimento in Italia, subire comunque le tossine sprigionate dal termovalorizzatore, far guadagnare la ditta A2A di Brescia e Milano, senza neanche bruciare un solo chilo di spazzatura napoletana. C’è infatti parecchia confusione riguardo Acerra. È possibile che non si riesca a capire la quantità effettiva di rifiuti che questo termovalorizzatore brucia ogni giorno? I dati ufficiali del gestore A2A sono quelli che ho elencato prima. La questione è legata alla provenienza. Ripeto: si tratta, molto probabilmente, di immondizia non specificata e non napoletana. È interessante rilevare come un consulente della Regione, il professor Bidello dell’Università Parthenope, dichiari che Acerra brucia non più di 700 tonnellate al giorno. Per questo motivo, sempre secondo Bidello, sarebbe necessario costruire un altro inceneritore, quello di Napoli Est, da 1.000 tonnellate al giorno. Ma non sarebbe più logico spingere la Regione a raggiungere quelle 1.700 tonnellate proclamate nei dati ufficiali? Nessuno si è stupito di questo balletto di cifre e delle evidenti contraddizioni. In fondo ne va solo della salute di circa un milione di cittadini napoletani. Senza contare che il risparmio per lo stato italiano sarebbe di 4,5 miliardi, e sottolineo miliardi, di euro. Lei afferma che l’inceneritore previsto a Napoli Est corrisponde a “una esplicita volontà di genocidio” nei riguardi della popolazione napoletana. Per quale motivo? Quali rischi comporta la presenza di un termovalorizzatore nei pressi di un centro urbano? L’inceneritore a Napoli Est è una follia e una vergogna. Quando, in quella zona, ancora esistevano le centraline per il monitoraggio dell’aria, si registrarono oltre 228 sforamenti di polveri sottili nel solo anno 2008. Aggiungere anche l’incenerimento di mille tonnellate di monnezza indifferenziata, urbana e industriale, sarebbe effettivamente un genocidio concentrato nella zona con la maggior densità di abitanti per chilometro quadrato. In che modo, dunque, poter smaltire senza rischi per la salute quei rifiuti che non sono avviabili alla raccolta differenziata? Gli impianti come quello di Vedelago, in Veneto. O, se si vuole perseguire la strada di discariche e inceneritori, bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti immessa. Le discariche urbane venete, ad esempio, accolgono in media 40mila tonnellate all’anno. La sola Chiaiano, nei pressi di un centro abitato, deve sopportarne oltre 300mila. La media europea degli inceneritori non supera le 120mila tonnellate all’anno. A Napoli non si pensa neanche a costruire un impianto che non superi le mille tonnellate al giorno. Così è più facile bruciare immondizia indifferenziata, assimilando anche rifiuti industriali per risparmiare sullo smaltimento legale, caricando tutto sulle spalle dei cittadini attraverso continui aumenti della Tarsu. A lucrare sono sia le nostre industrie che quelle del Nord Italia, soprattutto quelle conciarie, che hanno trasformato il fiume Sarno in una discarica abusiva. Penso alle industrie di Solofra, in provincia di Avellino, dove i governanti fanno i farisei per poche tonnellate di immondizia urbana napoletana. Una vergogna. Secondo una sua nota pubblicata su Facebook, il Veneto dispone di circa 68 discariche per rifiuti speciali. Eppure, come Lei stesso sottolinea, la regione di Luca Zaia continua a sversare in Campania i propri scarti industriali. C’è una spiegazione razionale a questo paradosso? Sono dati dell’Istituto Superiore Prevenzione Ambiente. In Veneto è presente questo numero di discariche per rifiuti inerti non pericolosi, mentre in Campania zero assoluto. A dichiarare come il Veneto smaltisca fuori regione i propri rifiuti industriali sono i dati dell’Arpa. I rifiuti industriali sono materia privata, ma le responsabilità sono anche dei funzionati pubblici campani, che non hanno mai controllato i flussi di questi pericolosissimi rifiuti tossici che da decenni convergono verso le nostre discariche urbane. I dati epidemiologici ci sono, nessuno può negare la correlazione tra determinate patologie e i rifiuti tossici sversati in regione. Tutto per colpa di quegli stupidi camorristi che hanno avvelenato se stessi e le proprie famiglie. Ignoranza e malgoverno: un’accoppiata micidiale e mortale per la Campania. I dati sulla differenziata a Napoli non fanno ben sperare. L’Asia comunica che il riciclo, nel capoluogo, è fermo al 16 percento. Esistono responsabilità anche da parte dei semplici cittadini? Esistono, ma fa comodo a troppe persone che la situazione resti tale. Abbiamo il dovere di migliorare, a qualunque costo, la raccolta differenziata. Non solo per recuperare un’immagine di dignità, ma per smascherare questi delinquenti che lucrano sulla nostra salute. A fine giugno, Lei scrisse che una testata importante come il “Corriere del Mezzogiorno” si è schierata “in modo palesemente fondamentalista e talebano in una campagna stampa a favore dell’inceneritore a Napoli Est”. Per quale motivo? Lo chieda a loro e a chi detiene la maggioranza dei pacchetti azionari nel giornale. O crede che anche ottimi giornalisti come quelli del Corriere possano andare contro i propri padroni?


Natale 2011, meno rifiuti prodotti rispetto al 2010

_L’associazione Differenziati augura a tutti i lettori del proprio sito buone feste.

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui). Natale in crisi: meno consumi, meno rifiuti. La crisi incombe. Lo si capisce anche dai rifiuti: nel 2011 si sono prodotte 34 mila tonnellate di spazzatura in meno rispetto al 2010 facendo segnare un -6,2 per cento. Ciò significa che diminuiscono i consumi – nonostante gli acquisti last minute che hanno toccato anche il settore del lusso – e quindi gli scarti. Secondo le associazioni dei consumatori in Italia si sono spesi 400 milioni in meno del 2011 per celebrare le feste con doni e abbuffate. Anche se, a dirla tutta, la tradizione del cenone non ha subito particolari risparmi. L’amministratore delegato di Asìa Daniele Fortini, si legge sul Mattino, ha fatto sapere che sono diminuiti soprattutto i conferimenti degli ingombranti. La gente ha imparato a utilizzare l’apposito servizio dell’Asìa (telefono 800.161010), ma in realtà preferisce accontentarsi di quello che ha già in casa. “La crisi economica ha colpito duramente le famiglie, i commerci e le imprese in un territorio già debole”, ha sottolineato Fortini. Numeri alla mano: la produzione complessiva di rifiuti scende dalle 548 mila tonnellate del 2010 alle 514 mila del 2011. Sono 2800 tonnellate in meno al mese, 93 tonnellate in meno al giorno. Oggetti riutilizzati o riciclati da donare ai propri cari,.Un aumento che arriva al sessanta per cento. Lo sostiene il commissario regionale dei Verdi, Francesco Borrelli che ha promosso con il movimento ambientalista un Natale nel segno del risparmio e del non inquinamento. “Dai primi dati il 24 e 25 a Napoli e provincia abbiamo avuto un boom di regali riutilizzati o riciclati. Sintomo della crisi e dalla forte necessità di risparmio da parte dei cittadini. Le famiglie napoletane hanno speso meno riutilizzando in molti casi regali come bottiglie di spumante, vino, liquori, libri e cd”.