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Discarica dei Castelli Romani, analisi e relazione dell’ARPA Lazio inerente il sito di Roncigliano

06_(Fonte articolo, Coordinamento contro l’inceneritore di Albano, clicca qui). Analisi e relazione dell’ARPA Lazio principalmente sulla situazione del VII invaso della discarica di Albano Laziale – Roncigliano. A questo link si è rimandati all’articolo apparso sul sito del “Coordinamento contro l’inceneritore di Albano” dove è possibile scaricare l’intera relazione della stessa Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale.

Avviso per la cittadinanza: per tutti i prossimi appuntamenti in programma sul territorio castellano per ciò che concerne la questione rifiuti, andare alla pagina delle news di questo sito. Buona lettura e partecipazione!

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Rifiuti nel basso Lazio – Latina, inchieste e arresti

Borgo Montello_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, di Andrea Tornago, clicca qui) Una storia “sorprendente”, che ha portato all’arresto di Andrea Grossi, figlio di Giuseppe, il “re delle bonifiche” coinvolto nell’affare Montecity-Santa Giulia. Quella di un fiume di soldi nascosti dal gruppo Green Holding, colosso dello smaltimento rifiuti, in alcune società con sede in Lussemburgo. Circa 34 milioni di euro che sarebbero dovuti servire alla bonifica e al risanamento della discarica Borgo Montello, in provincia di Latina (la cui situazione ambientale è compromessa) di proprietà di una società del gruppo, la Indeco. E usati, invece, per compensare crediti vantati con società di diritto lussemburghesi e portare a termine operazioni finanziarie. Una vicenda accaduta, secondo il giudice, “nella sorprendente e inspiegabile inerzia degli organi amministrativi deputati al controllo, la Regione Lazio in primo luogo”. La procura di Latina ha arrestato sei dirigenti del gruppo Green Holding e della società Indeco con l’accusa di peculato: Andrea Grossi, consigliere di amministrazione del gruppo con sede a Segrate; Ernesto D’Aprano, Stefano Lazzari e Antonio Romei, presidente e consiglieri del Cda di Indeco; Vincenzo Cimini, consigliere di Green Holding e Paolo Titta, “amministratore di fatto” del gruppo Green Holding. Il giudice ha disposto per i manager gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e il divieto assoluto di comunicazione con l’esterno. L’indagine, condotta dalla polizia di Latina, è nata dall’esposto presentato nell’aprile del 2014 dai comitati locali contro la discarica e da una telecamera, piazzata dagli inquirenti all’ingresso dell’impianto Indeco di Borgo Montello, di fronte alla pesa dei camion. Dalle immagini raccolte, come spiega il gip Giuseppe Cairo, “si è aperto un mondo”. Sullo sfondo, le recenti vicende di “monnezza” laziale, e le pressioni del presidente di Indeco per far autorizzare alla Regione l’ampliamento degli invasi a Borgo Montello “che incredibilmente – si legge nell’ordinanza – trova risposta affermativa da parte degli organi regionali”. Si tratta, tra l’altro di una delle discariche per cui il15 ottobre la Commissione Ue ha dichiarato l’Italia inadempiente per la gestione dei rifiuti laziali, interrati fino al 1 agosto 2012 senza un adeguato trattamento). Le indagini si concentrano sulle fidejussioni della Indeco, che dovrebbero servire a garantire gli interventi di messa in sicurezza e bonifica del percolato: ma “i soldi sono spariti”. Soldi dei contribuenti, 13,9 euro a tonnellata di rifiuto che la società dovrebbe, per legge, fattuare distintamente e accantonare nei bilanci per quando la discarica sarà chiusa. Indeco, nel corso degli anni, finanzierà invece la capogruppo Green Holding, la Rea Dalmine e la Marzano per circa 34 milioni di euro, soldi che a loro volta verranno “girati” a tre società di diritto lussemburghese, Adami Sa, Double Green Sa e Green Luxemburg Sa. “Verranno in sostanza compensati crediti – scrive il giudice – vantati dalla Green Holding con i relativi debiti che fanno capo alle società estere”. Un gioco che avrebbe permesso ad Andrea Grossi, dopo la morte del padre Giuseppe, di riprendersi “tutto quello che gli apparteneva” estromettendo un vecchio socio: “Io so solo che mi sono comprato l’ultima parte del mio gruppo che mi mancava”, afferma intercettato Andrea Grossi. L’ampliamento della discarica di Borgo Montello dunque “consentirebbe l’ennesima distrazione di somme (…) in spregio delle esigenze di tutela della salute collettiva”, permettendo di intascare nuovi contributi per la post-gestione. Il giudice ha disposto anche il sequestro delle quote della Indeco per evitare la distrazione di fondi “drenati dalle tasche dei cittadini con tariffe sempre più esose” che anziché servire alla tutela dell’ambiente finiscono nelle tasche dei privati. Per alimentare i capricci dei signori dei rifiuti: “Castelli da sistemare, vetture dal valore di 450mila euro, appartamenti”. Mentre continua l’odore insopportabile della discarica per gli abitanti di Borgo Montello.

Acqua avvelenata, il pm chiede 180 anni di carcere

07_(Fonte articolo, La Stampa, clicca qui) Bussi è un paesino incastonato nella vallata abruzzese alla confluenza dei fiumi Pescara e Tirino. Per decenni ha ospitato un’importante industria chimica della Montedison e la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici e pericolosi in Europa, che avvelenava la falda da cui si abbeveravano 500 mila persone. Trenta ettari e 2 milioni di metri cubi contaminati, inquinamento nei terreni fino a dieci metri di profondità e nelle acque fino a 120 metri, più di trenta sostanze cancerogene e tossiche ben oltre i limiti di legge con valori fino a 660 mila volte. Quando «La Stampa» ne scrisse per la prima volta, sei anni e mezzo fa, se ne occupavano in pochi: la Procura di Pescara, il Corpo Forestale e un manipolo di militanti ambientalisti come Augusto De Sanctis, che aveva prelevato i campioni di acqua e diffuso i dati sull’allarmante contaminazione, sopperendo all’inerzia degli enti pubblici. Ora sappiamo che l’ignoranza, all’epoca, era finte. Molti sapevano, e da tanti anni: imprenditori, manager, autorità pubbliche. «Sono stati commessi crimini tra i peggiori del genere in Italia, sulla testa di decine di migliaia di persone. Le pubbliche autorità avvertirono Montedison dell’inquinamento delle acque dei pozzi e non i cittadini, le vittime». Lo ha detto il pm Anna Rita Mantini nella requisitoria con cui ha chiesto, per 18 dei 19 imputati (vertici amministrativi, manager, funzionari Montedison), pene da 4 a 12 anni, per un totale di 180 anni di carcere per avvelenamento delle acque e disastro ambientale. La Procura ha ritrovato uno studio del 1981 tenuto riservato dalla Montedison in cui si dichiarava per mercurio e piombo «grave compromissione dell’ecosistema del fiume Pescara fino all’Adriatico». «Non ci conviene», è invece scritto in un appunto, riconducibile ai vertici Montedison, a commento della relazione di una società esterna, che nel 1993 segnalava la grave situazione di inquinamento con «probabile rischio per prodotti agricoli» e «la preoccupazione per eventuali utenti dell’acqua sotterranea a valle dello stabilimento e a valle delle discariche», sottolineando che le attività erano inadeguate e proponendo investimenti sia per il risanamento che per lo studio degli effetti sulla salute. Lo studio fu ignorato e, secondo la Procura, gli investimenti ambientali ridotti dell’85 per cento. Nel corso della requisitoria, Mantini si è soffermata anche sul «dato dell’omertà» riscontrata nelle indagini, spiegando inoltre che c’è il «terribile sospetto che anche i dati pubblici venivano alterati» con una «sistematica falsificazione». Un’affermazione supportata da alcune slide mostrate nell’aula della Corte d’assise, con le tabelle in cui i dati veri del mercurio e quelli falsi passavano, per esempio, da 100 a 14. Il pm in aula ha mostrato una e-mail interna tra due dipendenti in cui uno «si lamentava con l’altro che era troppo sistematica l’alterazione». Ora la parola passa alle parti civili, quindi ai difensori degli imputati. Sentenza prima di Natale. A novembre, invece, è prevista l’udienza preliminare dell’altro troncone del processo, in cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque amministratori e tecnici dell’acquedotto, dell’Asl e dell’Ato (ente idrico territoriale), per aver distribuito acqua contaminata da sostanze pericolose per la salute. Lo Stato, qualche anno fa, aveva valutato in otto miliardi di euro i danni ambientali per la maxi discarica dei velini. A sette anni dal sequestro, la bonifica non è ancora cominciata. Uno studio dell’agenzia sanitaria regionale, sia pure parziale, ha evidenziato che i due comuni abruzzesi in cui si registra una frequenza decisamente più alta di tumori sono proprio Bussi (dove sorge il polo chimico) e Popoli, cittadina limitrofa dove risiedevano molti lavoratori. Un’indagine epidemiologica a tappeto, pur chiesta da anni, non è mai stata effettuata. Il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua ha rinnovato la richiesta alla luce di «una requisitoria che rimarrà scolpita nella storia».

«I rifiuti di Roma diventeranno combustibile per cementifici»

07_(Fonte articolo, Il Corriere della Sera, clicca qui) I rifiuti della Capitale ? Finiranno bruciati in cementifici e centrali termo-elettriche. Lo rivela il direttore pianificazione strategica di Ama, Leopoldo D’Amico: si tratta, per la precisione di rifiuti già trattati negli impianti della Capitale e trasformati in «frazione combustibile». Nell’ecodistretto di Rocca Cencia, ha spiegato D’Amico durante un’audizione alla Commissione capitolina Garanzia e Trasparenza, «è prevista anche una linea di valorizzazione della parte residuale indifferenziata dei rifiuti che può essere ricondotta in un ciclo di lavorazione e ci permette di produrre la frazione combustibile». Tra i prodotti in uscita dagli ecodistretti ci sarà dunque « anche il combustibile solido secondario, l’evoluzione dell’attuale combustibile derivato dal rifiuto bruciato negli inceneritori e prodotto dai Tmb», ha precisato D’Amico, «solo che il primo – a differenza del secondo – è un prodotto e non un rifiuto». Da mesi si sta definendo «a livello europeo la direttiva sull’end of waste del css, cioè sulla frazione secca a valle del processo di trattamento dei rifiuti fortemente arricchita da materiali che ne nobilitano il potere calorifico: un combustibile per centrale termoelettriche esistenti o cementifici, che hanno la stessa fisica e potere calorifico del polverino di carbone». «Nella nostra ipotesi su Rocca Cencia – aggiunge D’Amico- stiamo avviando un unità di progettazione particolareggiata, con una visione di assieme che ci permette di dire che ognuna di queste filiere di rifiuti saranno all’interno di edifici ben immaginati, ognuno per ogni tipologia: carta, vetro plastica, metalli, ingombranti ed elettrodomestici in cui c’è tutta la lavorazione».

Rifiuti tossici, il pentito Vassallo: “Pagavamo tutti, mai avuto un controllo”

01_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, Redazione, clicca qui) “Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano”. Così inizia il racconto del “ministro” della monnezza per i Casalesi. Il grande accusatore dell’ex viceministro Cosentino ricorda gli incontri con Craxi, accusa grandi imprese pubbliche come Enel e Italsider. E rivela una trattativa con gli 007 per arrestare Iovine e Zagaria. Andata a vuoto”. Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano. Abbiamo scaricato milioni di tonnellate di rifiuti tossici ovunque possibile. Non ho mai messo un telo di protezione, non ho mai avuto un controllo, pagavamo e vincevamo sempre noi”. Un racconto freddo, tanto chirurgico quanto inquietante. Poche parole: la fotografia del disastro di una terra. A parlare al Fatto Quotidiano è il pentito Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, protagonista di quei traffici illeciti che, per anni, hanno trasformato aree della Campania in pattumiera del Paese. C’è un primo equivoco da chiarire e Vassallo aiuta a farlo: “Quando è arrivato il commissariato di governo per gestire l’emergenza rifiuti, nel 1994, la musica non è cambiata”. E ricorda: “Venne a parlarmi il boss Feliciano Mallardo e mi disse: ‘Cumpariè dobbiamo fare i lavori presso la discarica di Giugliano, volete lavorare?’; io rifiutai e scelsero un’altra ditta del clan”. Di imprenditoria criminale in imprenditoria criminale, una linea di continuità anche quando lo Stato si commissaria per escludere la camorra dal ciclo. Da metà anni 80 al 2005, vent’anni di veleni tossici disseminati ovunque e di gestione criminale del ciclo dei rifiuti urbani e industriali. Il ventre della terra ha digerito ogni cosa: fanghi industriali, ceneri degli inceneritori, residui farmaceutici, acidi, calce spenta, scarti di bonifica, veleni a milioni di tonnellate. In due decenni un fiume di pattume si è riversato nel cuore fertile della terra campana. Ma questa è la storia criminale di un ex agente dello Stato, ritrovatosi imprenditore in una terra senza legge, in un settore senza controllo, dove i soldi tracimavano a valle. Dal nulla diventato referente dell’imprenditoria affaristica per abbattere i costi di smaltimento degli scarti industriali del nord produttivo. Vassallo, con le sue dichiarazioni, consegnate ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, Alessandro Milita – il pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli – descrive l’inferno, le coperture politiche, i rapporti con la massoneria di una cricca di imprenditori al soldo della camorra. Vassallo è il grande accusatore di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, finito sotto processo per camorra, e di Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, destinatario di una misura cautelare, annullata dal Riesame. Incontriamo il pentito in carcere, accompagnato dall’avvocato Sabina Esposito. Il collaboratore sta scontando una condanna per l’affare Ce4, il consorzio di bacino che aveva come braccio imprenditoriale i fratelli Orsi, legati ai Casalesi, e referente politico Nicola Cosentino. E la politica piaceva tanto anche a Vassallo. “Io negli anni ottanta ero del partito socialista, facevo le riunioni con Giulio Di Donato, organizzavamo le campagne elettorali. Io, quando potevo finanziavo il Psi. Come imprenditore vicino al partito ho fatto anche incontri a Roma alla presenza di Bettino Craxi. Furono gli anni in cui conobbi Luigi Cesaro, Giggino ‘a purpetta. Eravamo della stessa corrente”. Finito il sogno socialista, Vassallo cambia bandiera: “Passo a Forza Italia, sono stato anche iscritto al partito, ho fatto tessere, sostenuto campagne elettorali, ma noi facevamo affari con tutti, destra e sinistra”. I partiti a Vassallo son sempre piaciuti, perché questa storia è anche e soprattutto la fotografia di un intreccio tra clan, impresa, professioni e mondo politico. Ma è un racconto che inizia da lontano. Vassallo si è deciso a parlare dopo aver ascoltato ex collaboratori e altre figure, raccontare questa storia per sentito dire infarcita di strafalcioni e false piste. “Io ho visto tutta la schifezza che abbiamo sputato nella terra. Una volta scaricammo fanghi, liquidi che erano scarti di lavorazione di un’industria farmaceutica. Poco dopo i ratti si sono estinti, sono spariti”. Immagini dall’orrore. Un’organizzazione criminale che ha risolto la crisi rifiuti toscana prima, della provincia di Roma poi e offerto soluzioni economiche alle imprese del nord, agli impianti che dovevano smaltire. Il capitalismo aveva trovato nell’imprenditoria di camorra lo sbocco per ridurre i costi di smaltimento del pattume industriale. A prezzo della salute di un popolo, in un’area quella di Giugliano, in provincia di Napoli, dove una perizia consegnata alla Procura, fissa per il 2064 la morte di ogni forma di vita. “Mi vergogno, avrei dovuto pentirmi prima”. Lo fa nell’aprile del 2008. “Avevo paura. Quando il killer Giuseppe Setola è uscito su Castel Volturno ha cominciato a fare i morti. Un componente del clan mi disse che non era controllabile. Così mi sono pentito. Non ce la facevo più. Ho cambiato vita, allo Stato ho consegnato tutte le mie ricchezze”. In quell’anno Setola e il suo gruppo di fuoco hanno ammazzato anche Michele Orsi, imprenditore che aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pubblici ministeri, ma non era un pentito. “Sergio e Michele Orsi erano legati al clan. Prima dell’ omicidio di Michele avevo detto agli inquirenti che sia Sergio che Michele erano stati designati perché non avevano mantenuto gli accordi con la camorra. Il clan gli aveva fatto la cartella (aveva stabilito di doverli ammazzare, ndr). Dovevano morire e il clan mantiene gli impegni. Gli Orsi avevano tanti amici, funzionari, imprenditori, erano in rapporti anche con un magistrato”. Vassallo ricorda l’inizio di questo horror didistruzione,morteeterrastuprata. “Ha iniziato mio padre, non sapeva neanche scrivere. Le carte le compilavano gli amici sul comune. Teneva la cava di pozzolana, rimanevano grosse buche. Un conoscente gli ha suggerito di buttarci i rifiuti. In quel periodo io facevo l’agente di polizia penitenziaria, l’ausiliare, mi sono congedato nel 1980, l’anno della strage di Bologna. Tornai a casa”. “Dopo due anni fondai la prima società. Fino ad allora, abbiamo gestito appalti con gli enti pubblici per svariati milioni al mese senza partita iva, senza ditta, senza niente”. Le discariche, non solo la sua, venivano gestite così: “Non abbiamo mai messo un telo di protezione, il percolato finiva in falda, non c’era neanche una vasca di raccolta, bruciavamo i rifiuti per liberare spazio, facevamo quello che volevamo”. Il percolato, liquido inquinante, risultato della decomposizione dei rifiuti organici, inquina le falde, stupra la carne viva della terra. “Presto cominciammo anche con gli speciali, la Regione mi autorizzò allo smaltimento anche di quelli”. È l’inizio dell’eldorado quando la consorteria criminale scopre il business dei rifiuti dal nord, prima quelli dei Comuni, poi quelli industriali. La discarica di Vassallo, a Giugliano, Comune in provincia di Napoli,sitrasforma in un girone dell’inferno così come gli altri buchi, nei dintorni, sotto l’egida assoluta dei clan. E i controlli? “Ci davano tutte le autorizzazioni di cui avevamo bisogno, chi doveva controllare era a nostro libro paga”. “In provincia le autorizzazioni le dava l’assessore Raffaele Perrone Capano dei liberali (arrestato nel 1993, condannato in primo grado, poi assolto per falso e prescritto per corruzione e abuso d’ufficio, dal 2001 è stato reintegrato come professore alla Federico II). Ci dava indicazioni che non rispettavamo mai. Io davo i soldi a Perrone Capano, i contributi per il suo partito. A volte li davo a lui, altre volte al suo autista”. “Io sono stato l’imprenditore dei rifiuti per conto di Francesco Bidognetti”. Gaetano Vassallo era il ministro dei rifiuti dei Casalesi, il responsabile degli scarichi tossici agli ordini di Bidognetti, Cicciotto ’e mezzanotte, il capo assoluto del clan, oggi rinchiuso al 41 bis. L’ex agente, diventato imprenditore, conosce la camorra in quegli anni di gloria. “La faccia della camorra l’ho conosciuta con Santo Flagiello, che faceva la latitanza a casa mia. Poi il primo incontro con il boss Francesco Bidognetti. Mi disse: ‘Tu mi rappresenti in questo affare’”. La struttura organizzativa era molto semplice. “C’erano le società commerciali che si occupavano dell’intermediazione e del trasporto tutte controllate da Gaetano Cerci, camorrista, nipote del boss Francesco Bidognetti, che aveva la società Ecologia 89. Poi c’erano tre imprenditori, io, Luca Avolio e Cipriano Chianese che avevamo le discariche”. I colletti bianchi dei Casalesi, proprio Gaetano Cerci è stato nuovamente arrestato qualche giorno fa con l’accusa di estorsione. Vassallo continua: “Utilizzavamo le certificazioni che avevamo, anche se le discariche erano esaurite. I rifiuti ufficialmente venivamo smaltiti nei nostri impianti, ma finivano nei campi, sotto la Nola-Villa Literno, nei terreni incolti, in altre cave. Tutto senza controllo”. La rete era estesa. Vassallo ricorda un’altra presenza costante in questo affare: la massoneria. “Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti”. Nel 2006 la procura di Napoli chiese addirittura l’arresto di Licio Gelli, il gip Umberto Antico negò la misura. I pm scrivevano: “I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, la Torre, Quadrano, Di Dona, sia de relato che per scienza diretta”. Ora arrivarono anche le parole di Vassallo, ma Gelli da quella indagine ne è uscito pulito. Un altro che conta era Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, sotto processo per disastro ambientale e collusione con i clan. Chianese, nel 1994, si candidò con Forza Italia, ma non fu eletto. “Chianese è stato l’ideatore dell’organizzazione. Aveva conoscenze importanti, era amico di un generale dei carabinieri. A Chianese lo stato ha preso solo una parte dei beni, molti soldi li ha macchiati (nascosti, ndr)”. Il sistema rodato era soldi in cambio dell’appalto. A Vassallo chiediamo se negli anni di rapporto con i politici, tra mazzette e collusioni, ne ha mai trovato uno che si è opposto. “No, non ho visto nessuno opporsi”. E dal nord produttivo, dalle aziende del Paese arrivava di tutto. “Abbiamo scaricato le ceneri degli inceneritori del nord, gli scarti dell’Italsider di Taranto, la calce spenta dell’Enel di Brindisi e di Napoli, i fanghi industriali, gli scarti tossici proveniente dalla bonifica dell’Acna di Cengio, gli acidi, tonnellate di rifiuti dalle aziende del settentrione. Di certo posso dire: non abbiamo scaricato i rifiuti nucleari”. E cita le aziende come “i Bruscino che trasportavano gli scarti di lavorazione dell’Enel, la ditta Perna Ecologia”, un lungo elenco di aziende che hanno scaricato veleni per anni. Le imprese produttrici non si preoccupavano di dove andava, a prezzo stracciato, il loro pattume tossico. Contattavano gli intermediari, i trasportatori, e i carichi partivano. Quando gli chiedi l’ammontare dei rifiuti scaricati, Vassallo allarga le braccia e scuote la testa. Il principio ispiratore era uno soltanto: non si rischiavano niente in un Paese, l’Italia, dove a distanza di anni la maggior parte dei processi per delitti contro l’ambiente finisce in prescrizione. Basso rischio e palate di soldi. Vassallo spiega: “Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana, andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani, raccolti nei comuni dell’hinterland”. Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici, occultati sotto quelli domestici. “Un pozzo senza fine. Guadagnavo 5 milioni di lire a carico, al clan davo 10 lire al kg, ma li fottevo sul peso e sugli arrivi. Ogni giorno arrivavano anche 30 camion. Una cosa come 150 milioni di lire ogni santo giorno. Si iniziava a scaricare alle 4 del mattino, c’era una fila di camion dalla discarica fino alla strada”. Fotteva i clan Vassallo e, quando occorreva, usava le buche di Stato grazie a buoni amici. Vassallo ricorda quello che poteva diventare lo spartiacque, il momento di cesura di questo orrendo spartito criminale: il 1993. “Fummo arrestati tutti nell’inchiesta Adelphi proprio per i traffici di rifiuti . Io fui prosciolto, ma ero colpevole. Se fosse andato diversamente quel processo, la Campania si sarebbe risparmiata altri 15 anni di veleni”. E ricorda un particolare. “Venne un magistrato per chiedermi di collaborare. Il nostro accusatore era Nunzio Perrella, un boss di Napoli che si era pentito. Io ci pensai, ma poi in carcere ebbi un colloquio con mio padre”. E il padre gli portò i saluti dei Casalesi. “Mi disse che lo aveva avvicinato Francesco Bidognetti per rassicurarlo sulla copertura economica”. Tutto ricominciò. Dopo gli arresti arrivò lo Stato. “Noi ci dedicammo solo ai traffici di rifiuti industriali. Nel 1994 la gestione dei rifiuti solidi urbani viene affidata al commissariato di governo. Aveva l’obiettivo di avviare un ciclo di gestione ed estromettere la camorra dal pattume”. Non cambiò nulla, l’imprenditoria dei clan era l’unica a lavorare. “Il commissariato mi ha dato un paio di milioni di euro, loro ci lasciarono una parte della cava, dovevamo fare la messa in sicurezza, ma noi facevamo finta e continuavamo a scaricare”. Il business era redditizio. “Arrivavano le motrici con i fanghi che fintamente venivano trattati negli impianti di compostaggio dei fratelli Roma. Facemmo un macello, li abbiamo scaricati nei terreni dei contadini . A Lusciano, a Villa Literno, a Parete, a Casal di Principe. Poi dopo aver scaricato passavamo con il trattore per muovere la terra”. Con l’arrivo del commissariato, la camorra raddoppia. In particolare Vassallo ricorda: “Giuseppe Carandente Tartaglia, era emanazione, prima dei Mallardo e poi del boss Michele Zagaria. Me lo disse Raffaele ’o puffo, il figlio di Francesco Bidognetti. L’azienda di Carandente Tartaglia ha lavorato prima in sub-appalto per il consorzio Napoli 1 e dopo per Fibe (la società del gruppo Impregilo che aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti in Campania, ndr). Carandente Tartaglia si vantava di avere un rapporto da anni anche con un ingegnere importante di Fibe, al quale garantiva la copertura della camorra, ma non ricordo il nome”. Nel 2008 quelle sigle societarie, già operative nel ’95, realizzeranno la discarica di Chiaiano per conto del commissariato di governo. Sul ruolo nell’emergenza rifiuti di Antonio Iovine e Michele Zagaria, per 15 anni latitanti, e poi catturati, Vassallo non ha dubbi. “I terreni dove sono stoccate le balle di rifiuti (dalla Fibe grazie a un’ordinanza commissariale, ndr), sono di soggetti legati al boss Zagaria”. In questo cammino criminale, Vassallo è sempre stato in prima linea, prima come protagonista della mattanza ambientale, poi offrendo il supporto quando necessario ai fratelli Orsi nell’affare Ce4. Era nella cabina di regia con i boss di primo ordine. Così gli chiediamo di eventuali rapporti di Zagaria e Iovine con pezzi dello Stato. E lui racconta un particolare inedito che apre interrogativi. “Ho incontrato agenti dei servizi segreti nel periodo 2006-2007. Mi hanno contattato perché volevano arrestare Iovine e Zagaria. Un mio amico carabiniere di Roma venne da me insieme a due persone che presentò come agenti dei servizi. Ci sono stati tre incontri, due in un albergo e un altro all’uscita autostradale di Cassino. Potevo incontrare Iovine, ’o ninno, e Zagaria in qualsiasi momento. Li conoscevo, io ero imprenditore del clan. Il patto era di fargli arrestare i due latitanti in cambio di mezzo milione di euro, 200 mila euro per Iovine, 300 mila per Zagaria. Io chiesi anche la garanzia della libertà per me, ma non accettarono. L’accordo saltò”. Iovine, oggi collaboratore di giustizia, viene arrestato nel 2010, dopo 14 anni di latitanza, e Zagaria nel 2011, dopo 16 anni. Il racconto del pentito pone una domanda: si potevano arrestare prima? Gaetano Vassallo aspetta di uscire dal carcere per tornare alla sua nuova vita: dipendente di un supermercato. Mentre si alza ripensa alla mattanza ambientale. “Non si può fare niente. Io parlo dell’area dove smaltivamo io e Chianese. È impossibile bonificare”. È una peste, un inferno senza fine.

Velletri, Castelli Romani, in centinaia all’incontro pubblico al “Velidance” contro i due “ecomostri” (discarica e biogas)

07_Articolo tratto da “Castelli Notizie” (fonte redazione) attinente l’assemblea pubblica cittadina contro i due progetti riguardanti discarica, impianto anaerobico e a favore della raccolta differenziata porta a porta e riciclo. Affluenza elevata e contenuti importanti, qui l’articolo descrittivo dell’incontro pubblico. Buona lettura.

L’Italia divisa tra Rifiuti Zero e inceneritori

07_(Fonte articolo, I Mille, clicca qui) I rifiuti e la loro gestione sono uno degli enormi problemi con i quali si confronta lo sviluppo, ormai da decenni. Nelle aree dove per prime il consumo di beni è cresciuto in maniera esponenziale, lo smaltimento degli scarti, di produzione e soprattutto del consumo è un problema di vecchia data. Le soluzioni prospettate si sono evolute nel corso degli anni, con la progressiva e lenta presa di coscienza che l’inquinamento ambientale conduce ad un avvelenamento del territorio tale da comprometterne gli equilibri naturali e da porre gravi rischi per la salute umana: gli abbandoni di rifiuti e i roghi incontrollati sono stati sostituiti dalle discariche, poi dai sistemi di incenerimento, infine da pratiche di differenziazione degli scarti per tipologia di materiale, ai fini del loro recupero e reimmissione nei cicli produttivi. Anche in Italia, pur con molte difficoltà e con ritardo, si è sviluppata una certa sensibilità ambientale che ha permesso negli ultimi anni di compiere alcuni passi in avanti, complice la crisi e la necessità di razionalizzare le risorse. Eppure, non si è trattato di un processo lineare, né territorialmente omogeneo: in merito alla gestione dei rifiuti, esistono nel nostro paese delle realtà enormemente varie, alcune così avanzate da essere considerate all’avanguardia in Europa, altre così disastrose che non hanno uguali nel mondo occidentale, ma sono paragonabili ai metodi di smaltimento in uso nei paesi in via di sviluppo. Secondo uno studio appena pubblicato del National Center for Atmospheric Research, un centro di ricerca statunitense, nel mondo il 40% dei rifiuti prodotti viene smaltito attraverso roghi incontrollati: enormi quantità di materie di ogni genere, ma prevalentemente plastiche e derivati e componenti elettronici, vengono bruciati all’aperto, nelle bidonville indiane come nelle periferie delle città africane, nelle campagne turche come in milioni e milioni di abitazioni rurali in Asia. Si tratta di un’emergenza ambientale e sanitaria di dimensioni gigantesche, causata dall’espandersi di abitudini di consumo non accompagnate né dalla creazione di adeguate strutture di raccolta e trattamento dei rifiuti da parte degli Stati, né dalla nascita di una sensibilità ambientale che, in contesti che vivono spesso problemi di stabilità sociale, povertà e violenza, stenta ad essere percepita come priorità. Tuttavia, anche in paesi non particolarmente poveri come il Marocco, che non figura, nello studio, fra i Paesi in cui maggiormente si verificano fenomeni di combustioni spontanee o roghi incontrollati di rifiuti, è la regola osservare nei pressi di ogni agglomerato urbano, piccolo o grande che sia, colonne di fumo nero levarsi dai cumuli di immondizie, e si avverte spesso l’odore di plastica bruciata, perfino nelle zone rurali; le case, nelle campagne, hanno la loro discarica, uno spiazzo qualsiasi dove si vedono anche i bambini provvedere alla combustione dei rifiuti domestici. Chiazze nere di plastica fusa, sono quello che rimane: la diossina si disperde nell’aria con il fumo, e i tumori e le malattie compaiono dopo anni e anni. Ecco, in che cosa è diversa la nostra maledetta Terra dei Fuochi, come è stata soprannominata quella striscia di terra campana dove la camorra controlla interamente il traffico di rifiuti, e le notti sono illuminate dai roghi delle combustioni illegali a cielo aperto, rifiuti di ogni genere bruciati sui letti di vecchi copertoni? In che cosa sono diversi gli interramenti di rifiuti ospedalieri nei letti dei fiumi o nei campi coltivati, gli occultamenti di bidoni radioattivi nelle cave dismesse, l’affondamento di un numero imprecisato di navi cariche di rifiuti tossici nel Mediterraneo, ad opera della ‘ndrangheta? In che cosa sono diversi gli smaltimenti abusivi in discarica di rifiuti speciali e pericolosi, di fanghi contaminati, di prodotti chimici, di amianto, operato da gruppi criminali con la complicità più o meno consapevole di interi distretti industriali italiani, di settori delle istituzioni, di tanti amministratori che hanno chiuso entrambi gli occhi? A prima vista, verrebbe da concludere che non esiste differenza. Invece ne esiste una, fondamentale: l’Italia è un paese dove i livelli di consumo dei beni sono cresciuti esponenzialmente ormai da molti decenni, che ha vissuto un periodo eccezionale di crescita economica, portatore di stili di vita nuovi improntati sul consumo di massa, che è nei libri di storia. Conosciamo da generazioni i danni dell’inquinamento ambientale, i rischi per la salute, i comportamenti da adottare e le soluzioni tecnologiche: noi, davvero, non abbiamo alcuna attenuante.
Eppure, l’Italia è anche il Paese dove, in alcune zone, ha inaspettatamente preso piede una certa cultura ambientale, una consapevolezza che la tutela e la salubrità del territorio non sono scelte opzionali, ma necessità non negoziabili: una visione che ha il merito di mettere in dubbio l’idea classica dello sviluppo come pura crescita dei consumi, sostituendola con il concetto complesso di qualità della vita. La gestione dei rifiuti è un ottimo indicatore di come una società consideri lo sviluppo: una gestione lineare, in cui il rifiuto è l’ultima tappa di un bene che ha terminato la sua vita utile, presuppone un’idea di sviluppo non condizionato dalle risorse, per cui automaticamente non sensibile al tema della riduzione dei rifiuti. Una gestione circolare, in cui lo scarto è considerato potenziale nuova risorsa, si preoccupa della sostenibilità nel lungo periodo di un sistema produttivo, inserito in un ambiente che ha determinate soglie di tolleranza. Proprio la promozione di un sistema di gestione circolare dei rifiuti è l’obiettivo della strategia Rifiuti Zero, il cui maggior teorico al livello internazionale è Paul Connett, docente della St. Lawrence University, che ha conosciuto un particolare impulso in Italia grazie al lavoro tenace e decennale di Rossano Ercolini, premiato da Obama (si, il Presidente statunitense) con il Goldman Environmental Prize 2013, l’equivalente del premio Nobel per l’ambiente. La storia di Rossano Ercolini è esemplare per comprendere come, nel nostro Paese, l’assenza di un chiaro indirizzo politico e di una strategia coerente al livello nazionale può essere compensata, dal basso, dall’impegno di pochi tenaci attivisti, e di buoni amministratori locali. Ercolini è un maestro elementare, che si è mobilitato a metà degli anni ’90 contro il progetto di costruzione di un inceneritore a Capannori, in Toscana, iniziando a sensibilizzare i concittadini sull’opportunità di sostituire l’incenerimento dei rifiuti con la separazione e il recupero delle materie prime. Il risultato di quella battaglia, oggi, è che l’inceneritore non venne mai costruito e Capannori è diventata un modello perfino all’estero, per il sistema di gestione dei rifiuti fondato sul riciclaggio spinto. I livelli di raccolta differenziata, basati sul porta a porta perché -sottolinea Ercolini- è dalle mani dei consumatori che passano tutti i rifiuti, sono superiori all’83%, a fronte di una media italiana, nel 2013, del 38,7% (dati ISPRA). E’ stato introdotto un sistema di tariffazione puntuale dei rifiuti indifferenziati prodotti basato su sacchi dotati di chip, cosicché i cittadini pagano in proporzione, e i costi del sistema di raccolta porta a porta sono compensati dalla vendita delle materie prime raccolte, in modo tale che le tasse sui rifiuti sono, oggi, fra le più basse della regione.
La strategia Rifiuti Zero prende il nome dall’obiettivo, nel medio-lungo periodo, di superare e rendere residuale sia il conferimento in discarica che l’incenerimento attraverso l’abbattimento del rifiuto, sostituito dal concetto di risorsa: significa non solo avere piena coscienza del fatto che le materie prime sono risorse e come tali vanno raccolte e reimmesse nel ciclo produttivo, ma anche ripensare la progettazione e produzione dei beni di consumo in funzione di questo obiettivo. Nonostante che tutto questo sia parso per anni fantascienza e nonostante l’inerzia delle istituzioni nazionali, la rete dei Comuni che hanno adottato la strategia Rifiuti Zero e che si stanno muovendo sulle orme di Capannori comprende ad oggi centinaia di amministrazioni locali. Questa rete rappresenta oggi una di quelle belle esperienze che ci dice che si, anche l’Italia può cambiare ed essere un esempio per altri, ma ci dice anche che sono le piccole realtà locali, i comitati, i movimenti di cittadini, a rappresentare l’avanguardia. E che, spesso, nulla si devono aspettare dalle istituzioni maggiori, Regioni e Governo, che continuano a sostenere, quando ne hanno, strategie obsolete e superate da decenni. Ultimo caso, proprio in questi giorni: il tanto strombazzato decreto “Sblocca Italia” stabilisce la necessità di un sistema integrato di impianti di “termotrattamento»(inceneritori) ritenuti di importanza strategica nazionale, la cui costruzione potrà pertanto essere imposta dal Governo alle istituzioni locali. All’art. 35, comma 1: “gli impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali […] concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio mentre deprimono il fabbisogno di discariche. Tali impianti di termotrattamento costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente“. Insomma, mentre gli Stati Uniti riconoscono l’esperienza di Rossano Ercolini e della rete Rifiuti Zero come esemplare, mentre l’Europa sottolinea che la soluzione del problema rifiuti e il futuro dei sistemi produttivi è nel ripensamento del prodotto in funzione del suo fine vita, il che rende obsoleto il concetto stesso di smaltimento, il nostro Governo punta al superamento delle discariche attraverso il potenziamento degli inceneritori, abbelliti dalla definizione di impianti di termotrattamento strategici per la sicurezza nazionale, la tutela della salute e dell’ambiente. Un ottimo esempio di distorsione dei significati operata dal linguaggio. E un esempio di come il “preminente interesse nazionale”, nel caso specifico individuato nella necessità di reagire alle procedure di infrazione UE contro l’Italia, aperte proprio per la pessima gestione dei rifiuti, sia usato a pretesto per riversare altri soldi pubblici nelle mani dei grandi consorzi gestori degli impianti, che sono 44 in totale in Italia secondo i dati ISPRA e bruciano quasi il 20% dei rifiuti prodotti. A quando la promozione delle nostre eccellenze, quella strategia Rifiuti Zero che fa della Capannori di Rossano Ercolini una meta di pellegrinaggio di amministratori stranieri?