Nemi

_Nemi è un comune italiano di 1.988 abitanti, della provincia di Roma nel Lazio. Posizionato quasi al centro dei Colli Albani, a 521 m s.l.m., Nemi è il comune più piccolo dell’area dei Castelli Romani, noto per la coltivazione delle fragole e per la relativa sagra,che si svolge ogni anno la prima domenica di giugno. Il centro storico è situato in posizione panoramica sul Lago di Nemi, celebre per essere stato il luogo del ritrovamento nel 1927-1932 di due navi celebrative romane dell’età dell’imperatore Caligola, conservate nel Museo delle Navi Romane fino alla loro distruzione nel 1944. Nemi è stata fregiata della “bandiera arancione” dal Touring Club Italiano per l’ottima qualità dell’accoglienza e del soggiorno del turista. Il comune è interamente incluso nel perimetro del Parco Regionale dei Castelli Romani.

Storia

Il territorio nemese apparteneva in età antica alla città latina di Aricia, per cui la tradizione antica ha fatto risalire la fondazione al figlio del mitico fondatore di Atene Teseo, Ippolito detto Virbio, o al comandante siculo Archiloco. Nel territorio di questa città si trovava il tempio di Diana Aricina o Nemorense, consacrato alla dea Diana, divinità tutelare principalmente dei boschi e della fertilità: l’ubicazione di questo importante santuario è stata comunemente identificata fin dal Seicento presso le sponde settentrionali del lago di Nemi. Il tempio nemorense divenne il centro religioso della Lega Latina dopo la distruzione di Alba Longa alla metà del VI secolo a.C., e fu frequentato fino all’inizio del V secolo, con un periodo di grande ampliamento tra il II secolo a.C. ed il I secolo.

La dominazione romana

In età romana il tempio di Diana continuò ad essere ampiamente frequentato anche come sanatorio miracoloso, anche se non nacquero insediamenti abitati di particolare rilievo nell’attuale territorio nemorense. La memoria di età romana più notevole per Nemi consiste nelle due famose navi celebrative, lunghe rispettivamente 64 e 71 metri: si è congetturato il loro uso festaiolo ed orgiastico, ma attualmente l’ipotesi più probabile è che si trattasse di navi sacre a Diana o ad Iside. Anche sul committente si sono elaborate molte ipotesi, restringendo il cerchio agli imperatori Tiberio o Caligola. Tentativi di recuperare le due navi furono eseguiti a più riprese a partire dal Quattrocento, e ad un certo punto si arrivò ad ipotizzare l’esistenza di ben tre navi: solo tra il 1929 ed il 1932 venne messa in piedi un’imponente spedizione archeologica che, grazie allo svuotamento delle acque del lago per ben 22 metri di profondità, riuscì a tirare a riva le due navi custodendole nell’apposito museo delle Navi Romane. Tuttavia durante la seconda guerra mondiale, nella notte tra il 31 maggio ed il 1 giugno 1944 il museo e le due navi andarono a fuoco, pare per un incendio appiccato da alcuni soldati tedeschi: oggi nel museo sono custoditi dei modellini in scala.

Monumenti e luoghi d’interesse

La chiesa di San Nicola

Edificata dopo l’editto di Milano (313 d.C.) con cui si liberalizzò il culto cristiano. È completamente diruta. I ruderi sono ancora visibili nei pressi dell’acquedotto delle Mole, sulla riva est del lago di Nemi. Accanto si possono osservare i resti di un complesso edilizio con absidi, cunicoli e muri, che probabilmente era un impianto termale: infatti sopra di esso c’è la leggendaria fonte della ninfa Egeria, la mitica consigliera di Numa Pompilio, che a furia di piangere per la morte del re fu tramutata in sorgente dalla dea Diana. Questa struttura è databile fra il I secolo a.C. e il IV secolo, cioè nel periodo di massimo splendore del tempio di Diana.

La chiesa di Santa Maria

Anch’essa diruta, fu edificata sulla riva opposta del lago in epoca imprecisata. ospitò fino alla sua demolizione l’icona di Vesacarro. Fu distrutta nel 1637 quando i frati minori cappuccini lasciarono il sito, dato loro come abitazione da Ascanio I Colonna nel 1534, per passare nel nuovo convento appositamente costruito per loro in Genzano di Roma presso la chiesa di San Francesco d’Assisi. Di questa chiesa non resta nulla ed è difficile anche accertare con esattezza il luogo ove era edificata.

La parrocchiale di Santa Maria del Pozzo

La parrocchiale di Santa Maria del Pozzo fu costruita in sostituzione della cappella di palazzo eretta dai cistercensi che sorgeva su un’area oggi occupata dal castello Ruspoli e che venne demolita per far posto ad un ampliamento dello stesso avvenuto nel Cinquecento. La cappella era intitolata a Maria “de puteo”, perché sorgeva vicina ad un pozzo presso il quale, ad alcune fanciulle del paese, apparve la Vergine Maria (di questo pozzo ne sono state rintracciati i resti durante i lavori di restauro del castello). La chiesa, intitolata all’Immacolata dai Frangipane che la edificarono, conserva tuttavia la denominazione di santa Maria del Pozzo, anche se l’iscrizione posta sulla facciata, aggiunta solo nel 1934, la vorrebbe intitolata all’Assunta. La chiesa, ad una navata con sei cappelle laterali e transetto, conserva la pala cinquecentesca dell’antica chiesa con l’effige della Madonna del pozzo e dei protettori del paese, i santi apostoli Filippo e Giacomo, e un Trittico ligneo di scuola Antoniazzesca (Antoniazzo Romano): d’epoca quindi fra la seconda metà del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. Rappresenta il Cristo al centro, con San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista ai lati.

Il santuario del Santissimo Crocifisso

Il santuario del Crocifisso, già di Santa Maria di Versacarro, venne fondata nel 1637 dal marchese Mario Frangipane per ospitare i padri francescani dopo che i padri Cappuccini si erano trasferiti a Genzano, nel Convento dei Cappuccini. Nel 1645 arrivarono i religiosi e la nuova chiesa venne intitolata alla Madonna di Versacarro. Nel 1669 venne esposto un Crocifisso ligneo, opera di fra Vincenzo da Bassiano. la tradizione vuole che fosse trovato miracolosamente compiuto. Da allora il luogo di culto prese nome di Santuario del Crocifisso. Nel 1675 padre Felice da Napoli dipinse alcune opere alle pareti della chiesa. L’antica icona della Vergine di Versacarro venne rubata nel febbraio 2002 e in seguito ritrovato il 30 marzo 2006 a Messina dalla Polizia.

Architetture civili

Palazzo Ruspoli

Palazzo Ruspoli, edificato nel medioevo dai Conti di Tuscolo, sovrasta il paese di Nemi. Ristrutturato durante il Rinascimento, ha una torre cilindrica attorno alla quale si sviluppa il palazzo baronale. Al suo interno conserva antichi frammenti marmorei e decorazioni a tempera del XVIII secolo opera del pittore Liborio Coccetti, realizzate in vari ambienti, e del XIX secolo. Circondato da un giardino pensile è certamente uno dei palazzi più belli del territorio dei Castelli Romani. Il palazzo versa attualmente in stato di abbandono, con porte e soffitti puntellati, mostre di camini e pavimenti asportati, e le decorazioni parietali nere e cadenti, in contrasto con le pareti esterne restaurate che darebbero la sensazione di un palazzo in perfette condizioni di conservazione.

L’osteria della Fajola/Casale dei Corsi

Situata sull’attuale strada statale 217 via dei Laghi, antica via corriera tra Roma e Napoli, ai confini fra i territori dei comuni di Nemi, Rocca di Papa e Velletri, ha segnato per oltre cinquecento anni il punto di passaggio dei viaggiatori diretti verso Velletri e il napoletano o verso Roma, prima della riapertura della via Appia alla fine del Settecento. Il luogo, un edificio di non grandi dimensioni, era adibito a stazione di posta con la tipica osteria per i viaggiatori. Vi fu poi posta anche una guarnigione di soldati corsi, ivi stanziati a partire dal 1658, là collocati a guardia della strada perennemente infestata dal brigantaggio (anche lo scrittore francese Stendhal trattò dei briganti della Fajola nelle Chroniques italiennes). Per la guarnigione si costruì un quartiere e persino una chiesa, dedicata a sant’Antonio da Padova. I soldati corsi vennero presto sostituiti da altri gendarmi che continuarono ad essere là presenti fino al 1866. Del complesso purtroppo non rimangono che le mura perimetrali, oggi sottoposte ad un incauto ed invasivo lavoro di recupero che ha sventrato quanto di più significativo rimaneva, ovvero la grande volta a botte dell’osteria.

Resti archeologici

Il tempio di Diana Aricina

Il tempio di Diana Aricina o Nemorense era un enorme complesso collocato su un’area di 45.000 metri quadrati dal perimetro di 200 metri per 175, sostenuta a valle da sostruzioni triangolari e a monte da nicchioni semicircolari in cui probabilmente c’erano statue e un terrazzamento superiore. All’interno della piattaforma correvano due portici di ordine dorico, uno con colonne intonacate in rosso, l’altro con colonne di peperino grigio scuro; c’erano statue, ambienti per i sacerdoti, alloggi per i pellegrini, celle donarie, un tempio, bagni idroterapici e perfino un teatro; di tutta questa struttura sono visibili una parete di grandi nicchioni, una parte del pronao con almeno un altare votivo, e alcune colonne. La maggior parte del tempio, che si allargava su una superficie di oltre 5000 metri quadrati, è tuttora da riportare alla luce. Le parti più alte, come i nicchioni, che affiorano dal suolo per diversi metri la dicono lunga sulla maestosità che il tempio doveva avere. Il tempio, santuario molto frequentato fino alla tarda età imperiale, fu abbandonato con l’avvento del cristianesimo e in parte depredato di marmi e decorazioni; la selva pian piano lo ricoprì quasi completamente. Gli scavi archeologici iniziarono nel XVII secolo, ad opera soprattutto di amatori e studiosi stranieri, e così per gran parte i reperti, soprattutto statue di splendida fattura, ora si trovano sparsi nei musei d’Europa. Altri pezzi si trovano nel museo delle Navi Romane e nei musei romani di Villa Giulia e delle Terme di Diocleziano.

L’emissario del lago di Nemi

Nella valle del lago c’era anche un’altra costruzione notevolissima: l’emissario artificiale, costruito nel V secolo a.C., cioè prima della dominazione romana; un cunicolo lungo 1.635 metri e largo 80 cm, scavato nella roccia, che congiungeva il lago a Vallericcia, di là del cratere, col doppio scopo di mantenere costante il livello del lago e di irrigare la valle. Sulle pareti sono ancora visibili i segni lasciati dai rudimentali strumenti degli operai, che lavorarono partendo da un capo e dall’altro, e si incontrarono al centro con un errore di pochissima entità. Ha una camera d’ingresso in opera quadrata di peperino e un sistema di chiuse sorprendentemente efficace; da Vallericcia prosegue a cielo aperto passando per Cecchina fino a giungere ad Ardea, dove sfocia nel mare. Fu restaurato negli anni venti per coadiuvare lo svuotamento del lago quando si recuperarono le due navi celebrative: oggi è interamente visitabile.

La villa di Cesare

L’esistenza di una villa di Gaio Giulio Cesare nel territorio aricino prossimo al tempio di Diana Aricina o Nemorense è attestata da Cicerone e Svetonio: la villa fu probabilmente edificata tra il 61 ed il 58 a.C., ma per Svetonio non soddisfò Cesare che la fece radere al suolo: ad ogni modo ulteriori studi hanno confermato che il definitivo abbandono della villa è da collocarsi tra il III ed il IV secolo.

ECONOMIA

Agricoltura

L’economia nemese è basata prevalentemente sul settore primario: fin dal Medioevo, agricoltura nella valle del lago e pesca nelle acque del lago stesso sono stati i mezzi di sussistenza del paese. Nel Lago di Nemi era possibile trovare buone anguille, tinche, barbi, lattarini: peraltro la pesca nel lago non era esercitata solo dai nemesi, ma anche da genzanesi e ricciaroli. La valle circumlacuale invece era rinomata per la produzione di rinomate cipolle e mele: il resto del territorio, boscoso, non era adatto alla coltivazione.Solo dopo il 1781 il nuovo proprietario del feudo Luigi Braschi pensò di convertire alcune zone boschive in uliveto per trarne un vantaggio economico.

Turismo

Il turismo è la principale risorsa economica di Nemi: come sopra accennato, Nemi è il comune dei Castelli Romani con il maggior aumento di produzione dei rifiuti nel periodo estivo (+ 56%), e per questo motivo è il comune con la maggior produzione di rifiuti pro capite (1161 kg per abitante all’anno). Il paese è stato luogo di villeggiatura fin dal Duecento, quando vi si ritiravano i monaci cistercensi dell’ abbazia delle Tre Fontane: il riconoscimento della “bandiera arancione” da parte del Touring Club Italiano non è che l’ultima, autorevole, conferma della validità turistica del centro.I criteri per il riconoscimento infatti si basano non solo sulle bellezza dei luoghi, ma sulla capacità ricettiva e logistica del paese, evidentemente ottimale. I due eventi di maggior richiamo sono la sagra delle fragole la prima domenica di giugno, celebrata fin dal 1922,e la “mostra dei fiori”, che si svolge contestualmente alla sagra. (Fonte: Wikipedia).

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