Unione Europea

Dramma Italia: Terra dei Fuochi, Iss: “Mortalità aumentata fino a 13%. A Taranto +21% di decessi infantili”

07_Sito “La Terra dei Fuochi”, clicca qui. Dal sito: “LA VERA “EMERGENZA” RIFIUTI ANCORA IN CORSO CAMPANIA. Il PIÙ GRANDE AVVELENAMENTO DI MASSA IN UN PAESE OCCIDENTALE. LA PIÙ GRANDE CATASTROFE AMBIENTALE A “PARTECIPAZIONE PUBBLICA”.

_(Fonte articolo, La Repubblica, clicca qui) Nella Terra dei Fuochi si muore di più. Lo afferma l’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Iss in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta confermando ufficialmente dati troppo spesso messi in discussione (LEGGI Il rapporto del Ministero). L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Si muore di tumore maligno, specialmente dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas, della laringe, del rene, linfoma non hodgkin e tumore della mammella. Questo gruppo di patologie è il rischio che accomuna entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorale, quest’ultima, disponibile per la sola provincia di Napoli), mentre in provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato. Cancro del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini. “Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”, si legge nella sintesi pubblicata dall’Iss. I bambini nascono malati. Nella Terra dei Fuochi “non si osservano eccessi di mortalità”, ma secondo lo studio “resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”. Nella provincia di Napoli, servita dal registro tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita, dove il rapporto standardizzato di incidenza sir, è 228 (indici che sono espressi in percentuale dove 100 è il valore di riferimento), e nelle classi d’età 0-14, sir 142. I tumori del sistema nervoso centrale ono aumentati nella provincia di Caserta dell’89% rispetto all’indice. Qui la fascia di età 0-14 anni è afflitta da leucemie. Grave la situazione anche a Taranto. L’aggiornamento dello studio Sentieri “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini”. E “le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Per quanto riguarda la fascia d’età pediatrica (0-14 anni ) “si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause, il rapporto standardizzato di mortalità è 121, ovvero un eccesso del 21%, e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, inoltre, per tutti i tumori si osserva un eccesso di incidenza (dove l’indice sir, rapporto standardizzato di incidenza, è 154)”. E “nel corso del primo anno di vita si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause (smr 120) ascrivibile all’eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (smr 145).

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9 ottobre 1963, strage del Vajont. Italia. Mai più.

LagoVajont_Fonte foto, clicca qui.

_Chi come me ha avuto modo di calpestare con umiltà ed in religioso silenzio quelle “zolle” nei pressi del Monte Toc e quella diga, alta alta da far perdere la testa, fatta di cemento intessuto da una ragnatela di fittissimo ferro, connubio che ha paradossalmente resistito all’ “onda” che distrusse su tutti Longarone e migliaia di vite umane, non può non ricordare, nel corso del suo 50° anniversario, la tragedia del Vajont. Un dramma umano con 1918 vittime stimate, un disastro ambientale e molto più generalmente una tragedia nazionale di uno Stato (inteso come insieme di cittadini) che spesso riesce a trovarsi unito o fittiziamente tale soltanto nei drammi, a sussulti. Realtà, teorie, progetti, segreti, la necessità di un Paese che rincorreva una modernità ed un’efficienza che non ha mai veramente raggiunto con i cittadini a pagare un prezzo estremamente doloroso con centinaia di vite umane e una “morfologia territoriale” cambiata per sempre. Uomo e ambiente, uomo e territorio, binomio eternamente unito e da cui è difficile scappare o sradicare ogni ragione di vita e convivenza. Nel 2013, dopo 50 anni dal disastro del “Grande Vajont”, con un Paese che stenta a riconoscersi più di quanto già non si riconosceva anni fa e con uno Stato in seria difficoltà economica, umana, morale e culturale. A questo Stato, che piaccia o no, non si chiede l’immobilismo “infrastrutturale” o altro che sia. Un cittadino lungimirante chiede prima di tutto di essere ascoltato, di non essere ignorato quando progetti grandi o piccoli vengono posti su quello che è anche il suo territorio. Un cittadino onesto e dotato di buonsenso chiede trasparenza, rigore, vuole un vero progresso (parola dalle mille interpretazioni) possibilmente più equo e distribuito, ma, soprattutto, un cittadino esige verità e oculatezza, vuole essere coinvolto per un “miglioramento” comune che sia umano, sanitario, ambientale, economico, più ampiamente generale e sotto molteplici aspetti. Il tutto con responsabilità. Quante volte in Italia questo spirito è spesso mancato e quante volte si sono avuti e si stanno avendo risultati sinistri, mozzati dal dolore, spesso alimentati da salute persa e territorio fagocitato. Che il Vajont, nel suo immenso dramma, possa essere proiettato nel presente e che sia da esempio nelle coscienze di ognuno di noi. L’animo di uno Stato istituzione che, ancora, in molti, troppi casi, non riesce a tutelare e ad attivarsi seriamente con azioni forti per la salvaguardia (non chiacchiere) dei propri cittadini che, spesso, pagano un prezzo tremendo. Penso, così, a braccio, su tutti, anche al dramma vivissimo della Terra dei Fuochi. La coscienza imprenditoriale, di chi rischia/utilizza spesso propri capitali e conoscenze acquisite e sedimentate ed è giusto che abbia un lucro, ma un lucro che sia il più possibile rispettoso della dignità delle parti che lo generano e di interi territori nei quali va ad innestarsi. La coscienza del cittadino italiano, forse la più difficile ormai da risvegliare, singolo che  vive da tempo nel limbo di una poca memoria che lo sta lentamente soffocando e che permette tutto o quasi. E non c’è civiltà, non c’è vero Stato, se non c’è memoria. 9 ottobre 1963, strage del Vajont. Italia. Mai più. (Luca Tittoni)

  • Disastro del Vajont. Clicca qui.
  • Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont (libro). Clicca qui.

_( Fonte articolo, Ambiente Quotidiano. Tragedia del Vajont: “La frana che uccise 2 mila persone fu decisa a tavolino”. Clicca qui) Agghiaccianti rivelazioni da parte di Francesca Chiarelli, figlia di Isidoro, notaio di Longarone, Belluno, che gettano un’ombra sinistra sulla tragedia del Vajont, avvenuta nel 1963. La donna racconta che il padre si trovava nell’ufficio della Sade, la società che ha progettato la diga, quando assistette a una conversazione tra alcuni dirigenti dell’azienda, che parlavano del piano per far crollare in maniera controllata una frana che rischiava di staccarsi dal monte.“Facciamola tra le 9 e le 10 di sera, così saranno tutti davanti al televisore a vedere la partita. Non avvisiamo nessuno, tanto non se ne accorgeranno neppure. Per quei quattro montanari in giro per i boschi non c’è da preoccuparsi. Abbiamo fatto una simulazione, le onde saranno alte al massimo 30 metri”. I calcoli però si rivelarono errati e le onde scatenate dalla frana programmata arrivarono in paese ad un’altezza dieci volte superiore alle simulazioni, uccidendo duemila persone. L’azienda aveva fretta di consegnare all’Enel la diga, nel più breve tempo possibile e non poteva correre il rischio che l’opera potesse essere sotto il rischio frana, secondo la ricostruzione della donna. Il notaio, scomparso nel 2004, non rispettò il segreto che i dirigenti gli avevano imposto e per questo motivo ebbe forti ripercussioni sul lavoro. “La sera dell’eccidio -conclude Francesca Chiarelli – ci fece scappare affinchè non fossimo anche noi tra le vittime della tragedia”

_Vajont, una tragedia annunciata. Clicca qui. La strage del Vajont, la sera del 9 ottobre 1963, non e’ stata causata, come ancora qualcuno ritiene, dalla caduta della diga costruita sul torrente Vajont. Questa e’ rimasta in piedi. I 1910 morti di quella catastrofe sono le vittime di un’esplosione d’acqua devastante a seguito della frana nel bacino idroelettrico artificiale del Vajont del versante nord del monte Toc. Versante che si muoveva da tempo. L’onda maledetta ha superato la diga ed e’ piombata su Longarone ed i paesi sottostanti, travolgendo tutto e tutti. Da giorni si stava innalzando il livello del bacino, fino a sopra quota 700 metri, per collaudare l’impianto. Si riteneva che l’operazione fosse compatibile con i movimenti della montagna, la cui frana era stata accertata ancora nel 1959 dal geologo Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista dell’impianto. Alle ore 22.39 del 9 otobre, circa 270 milioni di metri cubi di roccia (un volume quasi triplo rispetto all’acqua contenuta nell’invaso) scivolano, alla velocita’ di 30 m/s (108 km/h), nel lago artificiale (che contiene circa 115 milioni di m” d’acqua) provocando un’onda di piena che supera di 200 m il bordo della diga. L’onda non solo ricade oltre la diga, quindi su Longarone, ma lambisce, dalla parte opposta, i paesi di Erto e Casso, con distruzioni anche su questo versante. Le vittime si contano a Longarone (ben 1450), Codissago e Castellavazzo, ad Erto e Casso. Spariscono i paesi di Frase’gn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Fae’, la parte bassa dell’abitato di Erto, Longarone, Pirago, Mae’, Villanova, Rivalta. Vengono profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella citta’ di Belluno dove viene distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave. Dello sbarramento del Vajont si comincia a parlare ancora nel 1926. Nel 1929 viene presentata la prima domanda di concessione. Nel 1930 Giorgio Dal Piaz propone una relazione inerente all’assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest). Nel 1937 viene proposto un nuovo progetto con spostamento della diga piu’ a ovest. Il massimo invaso e’ previsto a quota 660 m.s.l.m. Nel 1939 Semenza formula il progetto di un unico impianto per accumulare le acque del fiume Piave dopo il loro transito nella diga di Pieve di Cadore, nel bacino artificiale di Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo e quindi minor perdita di energia gravitazionale. A questo sistema si sarebbero aggiunti, tramite condotte e ponti-tubo, anche altri laghi. La domanda per un bacino alto fino a quota 667m slm, e’ formalizzata nel 1940 La concessione e’ accordata con D.P.R. nr. 729 del 21 marzo 1948; il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 m con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi. Si decide allora di innalzare il coronamento della diga fino a 679 m.s.l.m. I lavori di costruzione cominciano nel 1957: il versante sovrastante del Toc viene tenuto sotto controllo, ma inizialmente non furono segnali pericoli. Nel 1959 il geologo Edoardo Semenza – figlio del capo progettista Carlo Semenza – segnala una paleofrana. Nel 1959 l’invaso e’ pronto e si comincia a riempirlo. Ma il 4 novembre 1960, con il livello del lago a 650 m.s.l., si verifica una frana di 800 metri cubi. Iniziano tutta una serie di sondaggi. Nel 1960 il geologo Caloi rileva fino a 150 m di roccia fratturata. Nel 1961 Carlo Semenza decide un test con modello in scala 1:200 del bacino del Vajont ipotizzando l’eventualita’ di una frana con superfici di movimento di 30* e 40* e tempi di frana valutati fino al tempo di un minuto. Risultato? Non c’e’ motivo di temere ne’ cedimenti della diga ne’ svasi oltre la stessa da parte delle onde anomale generate, non piu’ alte di una trentina di metri, corrispondenti a 40 milioni di m” nel peggiore dei casi. Ma, come si ricordera’, la frana del9 ottobre 1963 risulta di quasi 300 milioni di m” (circa 8 volte il valore massimo previsto) e cadde a velocita’ tripla di quella prevista. ”Si era dunque nel giusto – scrive la giornalista Tina Merlin, corrispondente dell’Unita’, che con un anticipo di 2 anni scrisse quanto sarebbe avvenuto – quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre piu’ incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli”.

_Vajont, a 50 anni dalla tragedia alcune rivelazioni riaprono l’ipotesi della frana programmata. Clicca qui. A pochi giorni dal 50° anniversario della tragedia del Vajont si riaprono le mai sopite polemiche sul disastro che provocò la morte di 1917 persone accertate, ma forse di più di duemila. Sta infatti facendo molto discutere le rivelazioni fatte da Francesca Chiarelli al quotidiano Il Gazzettino, secondo la quale la frana del Vajont del 9 ottobre 1963 sarebbe stata programmata dai vertici della Sade (Societa’ Adriatica di Elettricità), la società proprietaria degli impianti, nel corso di una riunione alla quale era presente il padre, notaio Isidoro Chiarelli, deceduto nel 2004. La testimonianza della figlia minore del notaio Francesca, è confermata anche dagli altri due figli, Silvia, docente universitaria a Padova, e Pierluigi, avvocato di Belluno. Che la frana del monte Toc fosse stata programmata, lo aveva detto a suo tempo lo stesso notaio Chiarelli. Una dichiarazione che gli costò l’isolamento dalla Belluno che conta, secondo quanto riferito dalla figlia Francesca. Ma le sue rivelazioni furono decisamente smentite dai diretti interessati. E la pista della frana “programmata” venne ben presto abbandonata.

_Strage del Vajont 50 anni dopo. Clicca qui. La tragedia del Vajont. Il 9 Ottobre del 1963 una frana staccatasi dal monte Toc cade nell’invaso della diga e provoca un’onda che travolge e distrugge il territorio di Longarone, le frazioni di Erto e Casso e provoca quasi duemila morti. 50 anni dopo Rainews24 è tornata sui luoghi della tragedia. Il racconto dello scrittore Mauro Corona. Clicca qui.


Inceneritori, polveri sottili e nanoparticelle

Polveri sottili: inquinamento atmosferico e danni alla salute

La lotta all’inquinamento atmosferico è oggi una priorità per tutti i Paesi industrializzati: sui giornali e alle ‘tavole rotonde’ si fa un gran parlare di danni ambientali e di surriscaldamento del pianeta, ma non bisogna trascurare gli effetti nocivi che l’inquinamento ha sulla salute umana. E’ ormai noto, infatti, che il peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo comporta un aumento generale dei problemi di salute (soprattutto nei soggetti più deboli, come i bambini e gli anziani) e una maggiore incidenza di malattie cardiocircolatorie, patologie respiratorie e tumori.

L’Unione Europea ha approvato direttive che stabiliscono i valori limite degli inquinanti      dannosi per la salute, in particolare per le particelle sospese, una miscela di polveri di diversa dimensione, origine e composizione che, essendo molto piccole, tendono a rimanere sospese in aria e ad essere trasportate dal vento. Le particelle sospese (o TSP – Particolato Totale Sospeso) comprendono polveri ‘grosse’ PM10, particelle respirabili con un diametro inferiore a 10micrometri (10 millesimi di millimetro) e quindi in grado di penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio (dal naso alla laringe), polveri sottili (PM 2.5 – con diametro inferiore a 2,5 micrometri) e polveri ultrasottili. Le polveri hanno origine dai processi di combustione (gas di scarico di veicoli a diesel o a benzina, processi industriali, produzione energia elettrica, riscaldamento domestico). In inverno i loro valori sono superiori a quelli estivi, cosi come aumentano con la nebbia e con l’assenza di vento. Le polveri sottili ed ultrasottili rappresentano l’inquinante più dannoso per la salute: sono costituite da svariate sostanze tossiche (solfati, nitrati, metalli) e, grazie alle piccole dimensioni, vengono trasportate anche a lunga distanza, penetrano negli ambienti chiusi, vengono facilmente inalate e possono raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Gli effetti nocivi sulla salute Gli effetti sulla salute potenzialmente attribuibili agli inquinanti ambientali possono essere ‘acuti’ (aggravamento di sintomi respiratori e cardiaci in soggetti predisposti, infezioni respiratorie acute, asma bronchiale, disturbi circolatori) oppure – nei casi di esposizione per lungo periodo – di tipo ‘cronico’ (tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, BPCO). I principali studi condotti in Europa e Stati Uniti sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e cancro sono concordi nel valutare che alti tassi di polveri sottili comportano sostanziali incrementi dell’incidenza del tumore ai polmoni, soprattutto se in associazione con altri noti fattori di rischio quali il fumo di sigaretta e alcune esposizioni professionali.

Inceneritori, polveri sottili e nano-particelle

Gli inceneritori sono impianti che vengono utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti attraverso un processo di combustione che avviene ad alte temperature. Gli impianti di ultima generazione bruciano a temperature sempre più elevate.

Proprio per quest’ultimo motivo, i nuovi inceneritori sono ancor più pericolosi dei precedenti. Infatti più elevata è la temperatura di combustione più sono piccole le dimensioni delle particelle emesse. Tutti i giorni le respiriamo e le ingeriamo: sono le polveri sottili (di dimensione micrometriche, ovvero del diametro medio compreso tra 10 e 1 micrometro) e le nano-particelle (ancora più piccole, con un diametro medio compreso tra 0,2 e 100 nanometri).

In generale le particelle sono liberate naturalmente in atmosfera dai vulcani attivi, dagli incendi, dall’erosione delle rocce, dalla sabbia sollevata dal vento, ecc. Di solito le particelle di queste provenienze sono piuttosto grossolane. Spesso più sottili e normalmente assai più numerose, sono le particelle originate dalle attività umane, soprattutto quelle che prevedono l’impiego di processi ad alta temperatura. Tra questi processi, il funzionamento dei motori a scoppio, dei cementifici, delle fonderie e soprattutto degli inceneritori. Cliccare qui.

Quindi l’attività di un inceneritore produce delle sostanze – polveri sottili e nano-particelle – di microscopiche dimensioni che s’insinuano nell’organismo umano attraverso l’apparato respiratorio ed anche attraverso l’apparato digerente, dato che le particelle si depositano anche sulle coltivazioni prossime agli impianti.

Qualsiasi sorgente ad alta temperatura provoca la formazione di particolato; più elevata è la temperatura, minore è la dimensione delle particelle prodotte; più la particella è piccola, più questa è capace di penetrare nei tessuti; ed inoltre non esistono meccanismi biologici o artificiali capaci di eliminare il particolato una volta che questo sia stato importato da un organo o da un tessuto: insomma le particelle durano per sempre.

Il corpo, non riconoscendo le nano-particelle, le isola come corpi estranei e questo, nel corso del tempo, può generare un gravissimo processo infiammatorio. In questi casi si parla di nano-patologie.

Purtroppo le particelle di dimensioni ancora più ridotte possono penetrare fino all’interno delle cellule, fino addirittura a ledere la struttura del DNA, con gravissime conseguenze come dimostrato dai numerosi casi di feti malformati. Una correlazione drammatica è quella con i soldati venuti a contatto con le nano-particelle prodotte dall’esplosione di armi costruite con materiale altamente tossico.

Fonte: sporchi da morire


Presa Diretta – emergenza rifiuti Campania 6 febbraio 2011

_I misfatti di un’emergenza voluta. Buona visione.


L’Europa smantella gli inceneritori

“Sono in Germania con la commissione. Qui i termovalorizzatori sono quasi superati e noi stiamo ancora a discutere di discariche». A parlare è Gaetano Pecorella, qualche giorno fa in missione in Germania, alla guida della commissione parlamentare sulle ecomafie. IL PDL Pecorella si è guardato attorno e si è accorto che il sistema italiano è vetusto. E si è messo in contraddizione con il premier, che invece non ha fatto che invocare termovalorizzatori per riparare al disastro di Napoli. Forse ha capito anche lui che l’ obiettivo dell’ Europa è non tanto le percentuali di raccolta differenziata, ma ancora più oltre: l’ azione di riduzione a monte e di riciclo effettivo tramite raccolte differenziate di qualità. A Berlino quelli che da noi vengono fatti passare per i salvatori della patria contro il grande blob della monnezza, sono roba da dismissione. Il fatto è che dove si riesce a fare una differenziata spinta, il volume dei rifiuti si riduce e l’ inceneritore incrocia le braccia. Ecco perché, per tenere in vita i macchinari nati per bruciare il rifiuto tal quale, all’ estero accettano di buon grado la spazzatura napoletana che nessuno vuole. Entro il 2020 l’ obiettivo tedesco è discarica zero. Napoli nell’ occhio del ciclone, il resto d’ Europa, senza incentivi a incenerire come da noi il Cip6 contro cui si levano gli strali dell’ ortodossia pro-compostaggio-differenziata, è invece diviso in due. «Ci sono paesi che bruciano di più, come la Danimarca e la Svizzera – spiega Attilio Tornavacca, responsabile di Esper, l’ ente di studio per la pianificazione ecosostenibile delle risorse, che ha lavorato a Napoli con successo – e questo succede soprattutto per ridurre al minimo il fabbisogno di discariche. Non le vogliono e rifiutano tutti i problemi connessi con la creazione di depositi di rifiuti. Ci sono poi invece paesi che usano meno gli inceneritori, come la Spagna o l’ Inghilterra». Il metodo di raccolta rifiuti non è unico, non c’ è una sola regia. Contenitori di colori diversi, raccolta di certi materiali e di altri no, tasse sullo sversamento. Ogni giorno nel mondo si producono 10 milioni di tonnellate di rifiuti. Cinquecento chili ogni europeo, 730 chi vive negli Stati Uniti. In Turchia, Messico e Polonia tutto finisce in discarica. Di contro, in Olandae Svizzera ci finisce solo l’ 1 per cento dei rifiuti. L’ Irlanda sarà nei guai economici, ma a rifiuti va a gonfie vele. A Dublino chi inquina paga: non esistono impianti per l’ incenerimento, chi produce più spazzatura contribuisce con una tassa più alta. Il Comune distribuisce un bidone nero per il secco non riciclabile, verde per lattine, tetrapak, carta, vetro, alluminio, plastica e acciaio. Quest’ ultimo viene svuotato gratis. Per il nero si pagano 91 euro all’ annoe8 euro ogni volta che viene messo per strada. Ma il pagamento fa da deterrente, e si è arrivati a svuotarlo una volta ogni tre settimane. Da poco c’ è anche il contenitore marrone, per scarti di cucina, verde e umido. Chi ha il giardino coltiva rigogliosissime rose con il compost fatto in casa. Ma c’ è chi, per non pagare, brucia o butta in discariche abusive. L’ obiettivo della differenziata è il 59 per cento entro il 2013. Virtuosa anche la Vallonia, in Belgio, dove si fa la raccolta differenziata spinta e l’ incentivo a ridurre i rifiuti è affidato anche a un giornale gratuito semestrale: “Meno rifiuti! Ce la faremo!” che aggiorna sulle iniziative della regione. Da quando è stata abolita la pubblicità nelle cassette della posta, si buttano 40 chili in meno di carta all’ anno. In Francia invece quasi tutta la grande distribuzione fa a meno dei sacchetti di plastica: considerato che ogni italiano butta 8 chili di buste all’ anno, farebbe tanto bene anche a noi. A Londra nella raccolta stradale il vetro viene diviso per qualità: vetro chiaro, marrone, verde, a Berlino si raccoglie diviso solo il trasparente dal color ambra. In Austria Graz è l’ esempio virtuoso: la raccolta è solo domiciliare e ha provocato una tale riduzione di rifiuti che il celebre inceneritore di Vienna è rimasto il solo “monumento” nazionale, non c’ è stato bisogno di costruirne altri. (Articolo di Stella Cervasio, La Repubblica, clicca qui)


IL TAR del LAZIO HA BOCCIATO L’INCENERITORE DEI CASTELLI ROMANI

_Con questa sentenza, testo integrale, il TAR del Lazio ha bocciato l’inceneritore dei Castelli Romani, accogliendo nella sua generalità quanto esperito dai movimenti cittadini unitariamente rappresentati nel Coordinamento Contro l’inceneritore di Albano. Conosciamo il nostro territorio, le sue criticità, le emergenze in atto (gravissime), i suoi punti di sviluppo (immensi) e siamo consapevoli di quello che abbiamo sempre sostenuto e che sosterremo. Come ordinario dovere civile abbiamo scelto di calarci in questa BATTAGLIA con umiltà, con il lavoro silenzioso e rispettoso verso ogni singola parte. Questa è una vittoria dei cittadini dei Castelli Romani e del suo territorio, un lembo di terra più antica di Roma stessa e con grandi risorse. L’associazione Differenzia-ti desidera ringraziare il Coordinamento Contro l’inceneritore di Albano per aver intrapreso questa vertenza territoriale e per non aver mai mollato su ogni fronte, movimento al fianco del quale ci siamo schierati con viva, sincera e positiva partecipazione/contributo. Come associazione ci sentiamo di ringraziare tutti coloro che hanno operato con noi e per noi (cittadini, tecnici e non solo di alcune precise parti d’Italia), nessuno escluso.

Quest’oggi, dopo due anni e mezzo di lotta, ci sentiamo di aver fatto qualcosa di valido per questo Paese e per questo territorio, oggi ci sentiamo Cittadini.

Quanto riportato dalla sentenza 36740 del 2010 dimostra in sintesi che avevamo ragione. L’impianto di gassificazione dei Castelli Romani è qualcosa che molti hanno definito sciagurato a livello economico e sanitario, un impianto ancestrale che risponde a logiche vecchie nel trattamento rifiuti, soprattutto, a logiche speculative che non risolverebbero in alcun modo la tematica in questione.

Un incoraggiamento sincero (ed anche un grazie) va anche a tutti quei sindaci dei Castelli Romani che avevano chiesto questo impianto nel lontano 2007 e che hanno scelto, dopo valida analisi e documentazione, di tornare sui loro passi, di ricredersi appoggiando ad adiuvandum i comitati cittadini in questa durissima battaglia. Adesso chiediamo con forza a questi primi cittadini di mostrare ulteriore coraggio, di affrancarsi da scelte obsolete come inceneritori, discariche e di portare il bacino dei Castelli Romani dentro una realtà virtuosa della gestione rifiuti. Chiediamo con forza e coraggio a questi sindaci di avviare i primi step di raccolta differenziata porta a porta in tutti i comuni e di migliorarla ulteriorimente dove sia stata già intrapresa con validi risultati.

La vertenza Albano andrà avanti. La palla torna al centro (ricorso al consiglio di stato) sebbene il punteggio sia pesante e, stavolta, a nostro completo favore. Non abbiamo ancora vinto del tutto, ci sarà da lottare duramente, DIFENDIAMO IL VOSTRO FUTURO, cittadini, unitevi a noi.

_Con la sentenza 76340/2010 la prima sezione del Tar del Lazio, presieduta dal giudice Giorgio Giovannini, ha accolto il ricorso principale presentato dal Coordinamentro contro l’inceneritore di Albano contro il gassificatore dei Castelli Romani. Il Tribunale amministrativo regionale annulla così la contestata VIA emessa dalla Regione Lazio nel marzo 2008, che esprimeva parere positivo sulla realizzazione dell’inceneritore. Accolti anche i ricorsi successivi, quello con cui i “No inc” si opponevano al secondo progetto di inceneritore presentato dalla Pontina Ambiente e al consumo di acqua dell’impianto, ritenuto eccessivo per il territorio. «Abbiamo saputo oggi del pronunciamento del Tar – dice al telefono con Castellinews.it Daniele Castri, referente legale del coordinamento “No inceneritore” –. Siamo contenti, dimostra che le nostre obiezioni contro l’impianto di incenerimento sono fondate. La relazione tecnica che presentammo al Tar è stata stesa con l’aiuto gratuito di tecnici, fisici, geologi… professionisti del settore che hanno detto la loro sull’inceneritore anche a costo di mettere a rischio i loro lavori nel settore. Evidentemente eravamo sicuri di quello che scrivevamo. Il Tar ci ha dato ragione». A sostegno dei “No inceneritore” si erano costituiti, con ricorsi ad adiuvandum, il Wwf e i comuni di Castel Gandolfo, Lanuvio, Ariccia, Ardea, Albano, Genzano, Rocca di Papa e Pomezia. In questo momento i “No inc” sono in piazza ad Albano per diffondere la notizia tra la cittadinanza. (Fonte, clicca qui)

_Il Tar del Lazio ha annullato la delibera della precedente giunta regionale sul gassificatore di Albano. A annunciare la notizia che “è di qualche giorno fa ma è rimasta coperta dalla fiducia” votata ieri alla Camera, è il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il quale ha annunciato che il Comune è pronto a ricorrere al Consiglio di Stato. Alemanno ha però ammesso che questa decisione del Tar “indebolisce fortemente l’ipotesi di Albano e rilancia il problema dell’individuazione di nuovi impianti”. Secondo Alemanno, che ha parlato a margine di un convegno della Uir, questi impianti “non dovranno per forza essere due, ma anche uno con una maggiore potenzialità. Il problema più immediato – ha concluso il sindaco – l’alternativa a Malagrotta”. (Fonte, clicca qui)

_Nella giornata di lunedì 13 il Tar del Lazio ha accolto i ricorsi presentati dal Comitato No inc contro la costruzione del contestato inceneritore di Albano. Il Tar ha annullato la Via, la valutazione di impatto ambientale, che dava l’inizio alla costruzione dell’impianto con non poche controversie politiche per il rilascio dell’autorizzazione da parte della giunta regionale allora guidata da Piero Marrazzo. La notizia del pronunciamento del Tar si è diffusa solo nella serata di oggi quando è stato avvertito il comitato No Inc del giudizio. Sono stati accolti oltre al ricorso principale anche quelli secondari che mettevano in discussione il progetto dell’inceneritore progettato con raffreddamento ad aria e non ad acqua, visto il grave deficit idrico della zona. Ricordiamo che insieme ai ricorsi dei comitati erano stati presentati ad adiuvandum i ricorsi delle amministrazione comunali coinvolte nell’impianto, primo fra tutti il comune di Albano che ha espresso tutta la sua soddisfazione per un vero lavoro di squadra. La notizia del No all’inceneritore da parte del Tar si è subito diffusa tramite il tam tam di facebook e le catene di sms in serata alle ore 22 comitati No Inceneritore e i cittadini sono scesi in piazza sotto il palazzo comunale per festeggiare e diffondere la notizia alla cittadinanza. (Fonte articolo, clicca qui)

_Il TAR del Lazio ha bocciato l’inceneritore più grande del mondo, l’inceneritore di Albano, l’inceneritore voluto da Cerroni e dai suoi boys, l’inceneritore della vergogna, l’inceneritore senza gara d’appalto, l’inceneritore voluto dai Sindaci dei Castelli Romani (Marco Mattei in testa, che da Sindaco di Albano è stato promosso da Cerroni e dalla Polverini ad Assessore all’Ambiente della Regione Lazio). Il TAR del Lazio accoglie il ricorso e annulla la valutazione di impatto ambientale, prot. n. 177177 dell’ 8.10.2008, l’autorizzazione integrata ambientale, prot. n. B3694 del 13.8.2009, l’ordinanza del Presidente della Regione Lazio n. 3 del 22.10.2008. Di fatto, il TAR del Lazio annulla tutti i provvedimenti di Marrazzo, il Presidente della Regione Lazio sotto ricatto per i noti filmati pornografici. Un’intera popolazione si è indignata per le gravissime irregolarità, sopprusi e scandali che hanno accompagnato questa bruttissima vicenda. Un sentito ringraziamento va all’impegno del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano, dei comitati locali, dei numerosi cittadini che si sono battuti per la difesa del territorio e per dare una speranza al futuro dei Castelli Romani. Una menzione speciale va a Daniele Castri, che ha seguito in modo encomiabile il ricorso al TAR. (Fonte articolo, clicca qui)


I napoletani non fanno la raccolta differenziata? Niente di più falso

_Prima di leggere la lettera che Raphael Rossi ha indirizzato a Roberto Saviano, guarda il video.

_Caro Roberto Saviano, mi chiamo Raphael Rossi, non ci siamo mai conosciuti ma ti sono debitore perché, con il tuo monologo sulla “macchina del fango” hai svelato e messo a nudo un meccanismo di cui sfortunatamente ho subito anche io gli effetti. Una macchina che si è infatti messa in moto da quando si è saputo che la mia denuncia era all’origine dell’inchiesta della Procura di Torino che ha portato all’arresto ed all’incriminazione di un personaggio politico e dei vertici di un’impresa che pensavano di poter “comprare” anche il sottoscritto per riuscire a sbloccare l’acquisto di un macchinario inutile (dal costo di 4,2 milioni di euro) per un impianto di trattamento dei rifiuti a servizio dell’AMIAT, l’azienda pubblica di raccolta rifiuti della città di Torino.

L’insofferenza nei miei confronti si è manifestata in vari modi ma l’amarezza più grande l’ho provata quando una figura politica locale, dopo aver definito la vicenda “insignificante”, ha avuto perfino il coraggio di invitarmi a smettere di parlare con i giornalisti della vicenda poiché sto procurando un danno all’immagine dell’amministrazione comunale. Ma il motivo per cui ti scrivo non è però solo per ringraziarti. Ti scrivo perché mi ha molto colpito il modo in cui la maggior parte dei mass-media, a mio giudizio, è riuscita a stravolgere le reali responsabilità in merito all’emergenza rifiuti nella tua città natale. Un sondaggio di Donna Moderna, ad esempio, chiedeva di chi fosse, la colpa del permanere dei rifiuti per strada a Napoli. La risposta è stata nell’ordine:

1) dei cittadini napoletani per il 44% degli intervistati;

2) della camorra per il 30%;

3) dello stato per il 26%.

A questo sondaggio è seguita la pubblicazione di una lettera di una signora di Avellino in cui si scriveva: «In Campania siamo stanchi di Napoli. Da gennaio tutte le province della regione avrebbero dovuto avviare la provincializzazione della gestione dei rifiuti… A Napoli città, invece, la percentuale di raccolta differenziata in certe zone è zero. E non mi venite a fare il discorso della criminalità (c’è ovunque). Cari napoletani siamo stanchi: della vostra arroganza, del vostro vittimismo, della vostra inciviltà e del vostro menefreghismo. Non saremo solidali, non più!». A mio giudizio quanto è emerso dal sondaggio e quanto ha scritto la signora di Avellino dimostra inequivocabilmente che i principali mass-media sono riusciti a ribaltare completamente le responsabilità del disastro principalmente sui cittadini napoletani e sulla camorra mentre al contrario, secondo quanto emerge dalle indagini della Procura di Napoli, della Corte dei Conti e dal libro “Ecoballe” dell’Ing. Paolo Rabitti, la responsabilità della mancata corretta gestione e costruzione degli impianti di trattamento e recupero dei rifiuti urbani in Campania dipende principalmente dalla sistematica violazione delle norme contrattuali da parte di una multinazionale (Impregilo International Infrastructures con sede ad Amsterdam che controlla il principale gruppo italiano nel settore delle costruzioni, Impregilo SpA con sede a Sesto San Giovanni) che si è giovata della mancata vigilanza e del concorso dei vertici dell’Alto Commissariato per l’emergenza rifiuti secondo quanto rilevato dalla Procura di Napoli che ha poi rinviato a giudizio i vertici di questa società e dell’Alto commissariato.

Risulta quindi veramente paradossale (ma assolutamente funzionale al perpetuarsi dello scandalo) che lo “Stato” sia stato praticamente assolto dal 74% degli intervistati. Lo stesso Stato che continua a raccontarci che «..dietro le proteste contro l’apertura della discarica di Cava Vitiello a Terzigno c’è la presenza della camorra che “soffia sul fuoco’’ per alimentarle» mentre proprio i magistrati hanno chiarito che la camorra ha interesse ad aprire le discariche, non il contrario. La tesi delle presunte infiltrazione della Camorra nelle proteste contro le discariche pare anche a me solo un alibi per giustificare le ripetute violazione di tutte le norme stabilite dal’Unione Europea (in primis relativamente allo smaltimento ormai fuori legge del rifiuto urbano tal quale non pretrattato). Per quanto riguarda quelli che vengono spesso indicati come i principali responsabili del disastro (cioè i cittadini napoletani) se qualcuno pensa che i napoletani siano incapaci o recalcitranti a differenziare i propri rifiuti, posso invece testimoniare che, in base all’esperienza mia e dei miei colleghi dell’Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti (E.S.P.E.R.) quali consulenti di ASIA per l’avvio del sistema porta a porta nel primo quartieri di Napoli durante secondo semestre del 2008 (a partire da Colli Aminei e poi a Bagnoli, Rione Alto, Chiaiano, Ponticelli ecc.), è vero esattamente il contrario. Io mi ero trasferito a Napoli in quel periodo e posso testimoniare che cittadini di quei quartieri hanno dimostrato una disponibilità veramente straordinaria ed una gran voglia di scrollarsi di dosso l’etichetta di persone refrattarie ai comportamenti civili e responsabili. Nemmeno a Trento o a Roma (dove pure abbiamo supportato l’avvio della raccolta differenziata porta a porta spinta in lacuni quartieri superando il 70% di Rd) non avevamo visto la gente scendere in strada per applaudire quando venivano rimossi i cassonetti stradali contagiando, con il loro entusiasmo, anche gli operatori ecologici di Asia. I tecnici e gli operatori ecologici coinvolti avevano infatti lavorato senza sosta mentre l’azienda veniva quotidianamente attaccata da Berlusconi, da Bertolaso e perfino dall’assessore regionale all’Ambiente della giunta Bassolino, Walter Ganapini. I quartieri coinvolti da tale sistema avevano raggiunto stabilmente livelli di raccolta differenziata da primato a livello nazionale per quanto riguarda le grandi metropoli: Bagnoli l’80% di RD, Colli Aminei 69%, Rione Alto 66%, Chiaiano 72%, Ponticelli 64%, San Giovanni a Teduccio 58%. L’altissima qualità dei materiali differenziati porta a porta (mentre nel resto di Napoli la raccolta differenziata intercettata con i cassonetti stradali risulta molto contaminata da impurità) è stata inoltre l’ulteriore dimostrazione della convinta adesione dei cittadini dei quartieri coinvolti e l’88% dei cittadini intervistati ha poi dichiarato di voler mantenere il nuovo modello di raccolta anche in base ad indagini indipendenti di WWF e GreenPeace, rilevate dall’Osservatorio sul PaP, avviato dalle due associazioni. L’insieme dei quartieri già coinvolti dal sistema domiciliare a Napoli equivale, per popolazione, all’intera città di Salerno ma sui mass-media di questo vero “successo napoletano” non se ne doveva parlare poiché non andava rubato il palcoscenico agli unici veri “Eroi e salvatori dei napoletani” (cioè Berlusconi e Bertolaso). Ed infatti i fondi stanziati per gli investimenti necessari per l’ulteriore estensione del servizio sono stati bloccati e, anche a fronte di ripetute mancate raccolte nel 2010, il livello generale di RD ha cominciato a subire una flessione.

Tu hai scritto infatti una sacrosanta verità e cioè che «la spazzatura tornata nelle strade di Napoli sigla definitivamente il fallimento di un progetto, di un percorso, di una politica. Speriamo che queste verità, in grado di svelare definitivamente le tante menzogne spacciate come successi, possano innescare un percorso di cambiamento che se partisse dal Sud potrebbe davvero mutare il destino del paese» ed anche io vorrei solo contribuire umilmente a svelare le menzogne che ci vengono quotidianamente somministrate.