SISTRI

Report Ispra 2014 sui rifiuti urbani: quel compostaggio che non s’ha da fare

01_(Fonte articolo, Il Fatto Qutodiano, clicca qui) Il Report Ispra 2014 appena presentato in data 25 luglio 2014, apre a definitive certezze su cause, motivazioni e soluzioni dell’olocausto della Campania, nato e determinato dai rifiuti speciali, industriali e tossici e che aveva bisogno, per essere realizzato, della “copertura” della malagestione dei rifiuti urbani con conseguente “senso di colpa” indotto nella popolazione, per evitarne la dovuta ribellione civile. La Campania non aveva, e non ha bisogno di altri maxi inceneritori (la sola Acerra garantisce ormai il 26% di incenerito sul totale di rsu con 670.000 tonn/anno vs 2.545.445 = 26%, rispetto al 18 % nazionale e 23% europeo!) ma di impianti di compostaggio (38.000 tonn/ anno vs 2.545.445.= 1.5% rispetto al 15% di media nazionale!) E sono gli impianti di compostaggio che non si devono fare in Campania, per continuare a mal gestire non solo i rifiuti urbani ma soprattutto quelli tossici, sovrapponendo i flussi sia del rifiuto indifferenziato che di quello umido, appunto il tipo di rsu che dovrebbe essere trattato negli impianti di compostaggio! Nel 2008 la produzione di rsu in Campania è stata di 2.800.000 tonnellate nel 2008, mentre la produzione di rifiuti speciali, industriali e tossici era pari a 4.800.000 (dati Arpac), per un totale quindi di 7.600.000 tonn/anno. Nel 2013 i rsu in Campania sono diminuiti a 2.545.445 tonn /anno e ancora nulla sappiamo dei rifiuti speciali, industriali e tossici che però già nel 2012 (dati Ispra), in costante incremento hanno raggiunto quota 7.200.000 tonn/anno per un totale quindi di ben 9.745.445 tonn/anno! Rispetto al 2008 appare quindi un incremento netto complessivo di circa 2.145.445 tonn/anno. Questo incremento è pari a circa l’85% di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania per l’intero 2013, ma è dovuto esclusivamente ai rifiuti speciali, industriali e tossici, dei quali però gli stessi ambientalisti parlano poco o nulla, concentrandosi a propagandare le buone pratiche di trattamento dei rsu verso rifiuti zero, e non facendo rilevare come, senza alcun intervento impiantistico particolare, ma solo per la grave crisi economica, la quota di rsu si sta ormai significativamente riducendo ogni anno di più. Per lo stesso motivo però, (la crisi economica globalizzata), la quota di rifiuti speciali, industriali e tossici appare in continuo e costante incremento, in Campania e in Italia, sempre senza alcun controllo satellitare efficace dei flussi internazionali e nazionali, avendo raggiunto nel 2010 la significativa quota nazionale di 138 milioni di tonn/anno probabilmente superando la quota di 150 milioni di tonn/anno per il 2013, ma ancora l’Ispra non ce lo fa sapere! Infatti, questa quota di rifiuti (speciali, industriali e tossici), ormai costituisce i 4/5 del totale dei rifiuti prodotti, ma ancora non costituisce né per lo Stato e per i suoi organi di controllo (Ispra e Iss), e purtroppo neanche per tutti i movimenti politici e ambientalisti, il primo problema da monitorare, affrontare e risolvere per evitare non solo il mantenimento, ma soprattutto la diffusione verso altri territori del tragico fenomeno di Terra dei Fuochi e dei Veleni, sempre meno localizzato ormai nella sola regione Campania, e che scopriamo, ogni giorno di più, diffondersi e non limitarsi all’interno delle altre regioni specie del Sud dell’Italia. E’ questa categoria di rifiuti che caratterizza la apparentemente invincibile Terra dei Fuochi e dei Veleni, specie nelle province di Napoli e Caserta, caratterizzata dalla maggiore quota di attività produttive e manifatturiere in regime di evasione fiscale! In sintesi quindi, rispetto al totale di 2.545.445 tonn/anno di rsu, il solo maxi inceneritore di Acerra garantisce, ad un costo veramente iperbolico (circa 300 euro/tonn) con un incasso garantito al gestore superiore ai 200mila euro/al giorno e neanche un euro di ristoro per il comune di Acerra, circa il 26 % complessivo di incenerimento del totale di rsu. Posta una raccolta differenziata ormai al 44 % a livello regionale, si raggiunge quindi un buon 70% di trattamento di tutti i rsu prodotti. Se la Campania disponesse della necessaria quota di impianti di compostaggio, che palesemente non si vogliono fare e neanche aprire se fatti (vedi caso S. Maria La Fossa, Ce) nella media nazionale del 15% (pari a circa 380mila tonn/anno) e non certo solo la misera quota attuale del 1.5% (circa 38mila tonn/anno, dati Ispra 2013), la quota di rifiuti destinata a discarica scenderebbe a un misero 15% complessivo (circa 374mila tonn/anno) destinata ulteriormente a scendere ad un misero 150.mila tonn/euro di stampo europeo a questo punto soltanto con un possibile e neanche troppo drammatico o diminuzione di altri punti percentuali della produzione di rsu o di aumento della raccolta differenziata dagli attuali 44 al minimo del 50% complessivo. Appare quindi ormai in modo solare che la Campania necessita non già di altri impianti di maxincenerimento, che indispensabili invece per smaltire, in maniera legale o sovrapposta, quella quota di rifiuti speciali assimilabili agli urbani in costante incremento in Italia e in Campania e in quota significativa, non inferiore al 30%, prodotti in regime di evasione fiscale, destinando all’incenerimento “legale” quello che oggi brucia ogni giorno come roghi tossici illegali. E ombre veramente sinistre sul controllo regionale ancora forte da parte di lobby pericolose nel governo dei rifiuti speciali e urbani calano dalla considerazione finale: gli impianti di compostaggio per i rsu non si vogliono e non di debbono fare, ma sono in corso, nel silenzio estivo, procedure di autorizzazione regionali per consentire l’avvio delle attività di impianti di trattamento di percolati industriali e tossici, come quelli che la regione Veneto non ha mai voluto sul proprio territorio regionale, determinando lo sversamento nella nostra regione persino dei fanghi tossici di Porto Marghera. Tali pericolosissimi impianti lo diventano ancora di più nella perdurante assenza di impianti controllati di compostaggio per il rifiuto umido urbano, ancora più se affidati, come pare, alle stesse ditte già condannate in primo grado per sversamento di rifiuti tossici nel territorio di Acerra, la terra più fertile e oggi più massacrata dai rifiuti di Europa! Ma il popolo di Acerra, come quello di Terra dei Fuochi, grazie al lavoro incessante di cittadini e tecnici non venduti alle lobby di potere e di massacro del territorio, ha ormai capito il trucco e i meccanismi dell’olocausto campano, e non parlano già da tempo più di soli rifiuti urbani ma innanzitutto di rifiuti speciali, e tossico nocivi e sono ben attenti anche in questo caso a riunirsi sotto l’unica bandiera di tutela del Creato, della propria Terra e della salute dei propri figli e impedirà di certo questo ennesimo, ormai prossimo, massacro. Non con “rifiuti zero urbani” prioritario, ma con “rifiuti km zero industriali e tossici” prioritario, inizieremo veramente il percorso verso la salvezza di Terra dei Fuochi e dei Veleni, e non solo in Campania, me nell’Italia intera.

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Ecomafie, così i rifiuti tossici viaggiano da nord a sud dell’Italia

ATTENZIONE, AVVISI PER TUTTA LA CITTADINANZA:

> Domenica 23 settembre, ASSEMBLEA PUBBLICA AI FONTANILI DI CANCELLIERA, via della Torre, ore 10:30

> 29-30 settembre, DISCAMPING AL VILLAGGIO ARDEATINO, via Ardeatina km 24,500

_(Fonte articolo, clicca qui) I boss delle ecomafie possono dormire sonni tranquilli. Almeno fino a giugno 2013 il nostro Paese non sarà in grado di tracciare scorie, sostanze tossiche, veleni da smaltire. Il calendario di attivazione dell’atteso “Sistema di controllo dei rifiuti” ha fatto fiasco. «Di proroga in proroga – ha lamentato il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini – l’Italia è senza tracciabilità», come chiede invece l’Europa. Per Gennaro S., camionista di lunghe tratte, è una buona notizia. Deve fingere di non sapere: «Che ne so se quando vado a ritirare i container in Lombardia dentro ci sono marmellate o munnezza. Il carico non lo apro mai, la legge non me lo chiede. E come si dice: occhio che non vede…». Gennaro è un padroncino, di quelli che si ammazzano di chilometri per non restare in bolletta. A lui come ad altri capita di recarsi a caricare merce di cui nulla sa: «Una volta c’erano le bolle di accompagnamento, che dovevano essere tenute in triplice copia da mittente, trasportatore e destinatario». Adesso neanche quelle. «Basta un pezzo di carta che dica, senza formalità, cosa c’è sul rimorchio. Di solito scriviamo “collettame”. Tanto, chi va a controllare?». Ha ragione Gennaro, perché da Milano a Caserta la Stradale capita che lo fermi per una verifica: «Se al momento del carico il mittente impila i bancali di confettura davanti, per nascondere in fondo al container i barili con le scorie di qualche impresa chimica, i poliziotti non hanno modo di scoprirlo». In autostrada, del resto, non è che gli agenti possano mettersi a scaricare un intero tir. «Si bloccherebbe l’intera economia italiana», osserva un po’ esagerando il trasportatore casertano. E come fa la “merce” ad arrivare nelle discariche clandestine? «Io consegno i container alla destinazione concordata: aree industriali, centri di logistica, grossisti. Rilascio regolare fattura, ingrano la retromarcia, e arrivederci. Che succede dopo, come faccio a saperlo?». Nessuna sorpresa, perciò, se al Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri sostengano che la gran parte del traffico illecito sfugga ai controlli. Negli ultimi dieci anni, da quando vigono le norme sulla “criminalità ambientale”, sono state sequestrate 13 milioni e 100 mila tonnellate di rifiuti illegali. Una montagna di scorie che per essere trasportata avrebbe bisogno di un serpentone formato da oltre un milione di tir, incolonnati per settemila chilometri. Le aziende coinvolte nelle indagini sono state 666, con 3.348 persone indagate. Nel 2010, l’anno dei maggiori successi, furono bloccate oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi destinati alle discariche clandestine. I capiclan della “terra dei fuochi”, quel gigantesco perimetro di esalazioni tossiche che Avvenire denuncia da settimane, avranno gongolato quando per il secondo anno consecutivo hanno potuto trasportare in Campania veleni senza neanche dover falsificare le carte. «I trasportatori di rifiuti, infatti, non sono stati obbligati alla dichiarazione Mud (Modello unico ambientale), così come gli intermediari e i destinatari, per una svista di ottimismo del Ministero dell’Ambiente che – denuncia Roberto Galanti, della Federazione italiana degli autotrasportatori (Fiap) – invece aveva dato per partito definitivamente il sistema Sistri», con cui avrebbero dovuto andare in pensione i registri cartacei. Stando agli annunci, la tracciabilità elettronica, che non entrerà in vigore prima del luglio 2013, dovrebbe sostituire le procedure che stabiliscono per ogni azienda l’obbligo di produrre la documentazione sul corretto trattamento degli scarti: compilazione del formulario di identificazione dei rifiuti, note di carico e scarico, modello unico Mud. Ai soggetti coinvolti (dall’azienda che produce i rifiuti, al trasportatore, al destinatario finale per il trattamento delle scorie) verranno consegnati un dispositivo elettronico “usb” per accedere al sistema, trasmettere dati e firmare elettronicamente le informazioni fornite; una scatola nera, da installare su ciascun autoarticolato che trasporta rifiuti per monitorare il percorso del carico dal produttore al centro di smaltimento. La rete sarà collegata a impianti di videosorveglianza posti nei centri di discarica e incenerimento. L’intera filiera, ammesso che il Sistri parta davvero, sarà poi seguita dal Nucleo tutela ambiente dei Carabinieri. I trasportatori lamentano però una serie di lacune. «La disciplina del Sistri – segnala ancora Galanti – non assoggetta i vettori stranieri che svolgono trasporti transfrontalieri agli obblighi previsti per chi viaggia con targa italiana». Non è solo una questione di concorrenza ad armi impari. Così com’è stato concepito, il sistema «non potrà raggiungere l’obiettivo di tracciare tutta la movimentazione dei rifiuti in Italia – avverte Galanti – e la committenza malintenzionata potrà sempre affidare a vettori esteri i rifiuti che non vuole siano sottoposti ai controlli».

_(Fonte articolo, clicca qui) Un’interessante inchiesta pubblicata dal quotidiano l’Avvenire questa mattina ci ha regalato un interessante spaccato di come i rifiuti tossici rappresentino per le ecomafie una fonte di reddito assolutamente primaria, anche grazie alla facilità con cui essi possono viaggiare indisturbati lungo l’italico stivale. Negli ultimi dieci anni si stima che il Noe (Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri) abbia sequestrato 13 milioni e 100 mila tonnellate di rifiuti illegali, letteralmente un fiume di scorie, un serpente di tir che, se incolonnati, bloccherebbero oltre 7mila km di autostrade. È chiaramente impossibile per le forze dell’ordine controllare il flusso dei camion carichi di morte che dal nord si incamminano verso le discariche abusive del sud Italia; o meglio, è impossibile con gli strumenti attualmente messi loro a disposizione Una volta c’erano le bolle di accompagnamento, che dovevano essere tenute in triplice copia da mittente, trasportatore e destinatario. Oggi basta un pezzo di carta che dica, senza formalità, cosa c’è sul rimorchio. Di solito scriviamo “collettame”. Tanto, chi va a controllare? Sono le parole, queste, di un autotrasportatore veterano delle lunghe tratte, che ha imparato a farsi gli affari suoi sul carico che trasporta: Quando vado a ritirare i container in Lombardia dentro ci sono marmellate o monnezza. Il carico non lo apro mai, la legge non me lo chiede. E come si dice: occhio che non vede… continua il camionista che spiega come vengono caricati, in genere, i container di rifiuti: bancali di confetture impilati davanti ai fusti contenenti scorie: impossibili da controllare, a meno che la stradale non svuoti l’intero carico sulla corsia d’emergenza dell’autostrada del Sole. I container vengono consegnati presso aree industriali, centri di logistica e grossisti; si rilascia la fattura e via, di nuovo verso nord per altri viaggi, altri carichi, altri veleni; il business delle ecomafie è enorme, i profitti che i clan intascano dagli illeciti connessi al ciclo ed allo smaltimento dei rifiuti speciali sono incredibili: 300miliardi di euro negli ultimi vent’anni, 16,6 miliardi nel 2011, 93 nuovi reati ambientali ogni giorno. E se il sud (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia concentrano la metà dei reati scoperti) rappresenta il 47.7% del problema, la Lombardia è ben piazzata (prima tra le regioni del Nord) in questa classifica di morte. Non è tuttavia una questione nord-sud; come si legge anche in un rapporto della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti: Non è la sola criminalità organizzata ad operare in modo illegale. Esistono, infatti, società commerciali o imprese non legate ad essa, ma che hanno come “ragione sociale” la gestione illecita dei rifiuti, soprattutto d’origine industriale. Il minimo denominatore comune è la ricerca dello smaltimento al minor costo, senza alcun controllo sulla destinazione finale del rifiuto. Eppure è già stato pensato un modo per ovviare, in parte, al problema di questi viaggi: il sistema Sistri, cioè la modalità di tracciabilità elettronica che sarebbe dovuta entrare in vigore mesi fa ma la cui operatività è stata procastinata a luglio 2013; nonostante questo, le imprese già pagano il contributo al Sistri, pur non avendone il servizio: 70 milioni di euro negli ultimi due anni. Ci si è trovati così in una situazione di buio: I trasportatori di rifiuti, infatti, non sono stati obbligati alla dichiarazione Mud (Modello unico ambientale), così come gli intermediari e i destinatari, per una svista di ottimismo del Ministero dell’Ambiente che invece aveva dato per partito definitivamente il sistema Sistri ha spiegato Roberto Galanti della Fiap (Federazione italiana autotrasportatori). I clan, dunque, si fregano le mani per gli affari che derivano dal vuoto normativo e dalle difficoltà che inevitabilmente le forze dell’ordine riscontrano, dal totale buio in cui viaggiano i rifiuti tossici lungo l’Italia; inoltre, nonostante ancora non sia operativo, il Sistri ha già rivelato alcune falle: la sua disciplina non assoggetta i vettori stranieri agli stessi obblighi degli italiani: basterà utilizzare camion con targa straniera per continuare indisturbati i viaggi dei veleni.


Sistri, un’inchiesta svela tutti i retroscena

_(Fonte articolo, clicca qui) Tante zone d’ombra sull’infelice sistema del Sistri, che da arma definitiva per sconfiggere le eco-mafie si è rivelato un pozzo nero di sperperi pubblici a vantaggio della holding di Stato, incaricata attraverso la controllata Selex Elsag di progettare e mettere a regime il sistema. Lo rivela un contratto siglato il 14 dicembre del 2009 con il ministero dell’Ambiente, svelato da un’inchiesta di la Repubblica, su cui il governo aveva posto il segreto amministrativo già un anno prima, il 5 settembre del 2008. Si scopre così che dietro al Sistri, come spiega il quotidiano, c’è un affare da 500 milioni di euro il cui costo ai danni dell’intero Paese e di 400 mila piccole, medie e grandi aziende italiane che dal 2010 versano un contributo obbligatorio per un servizio mai erogato e di cui per sette volte in due anni è stata prorogata l’entrata a regime. Ma per quale motivo è stato impedito al Parlamento e dunque all’opinione pubblica di conoscere i termini di un affare di tale rilievo economico e sociale? La motivazione ufficiale era che Finmeccanica lavorasse con una “avanzatissima tecnologia militare” che doveva godere della massima protezione per rimanere inaccessibile alle mille mafie, ma nel contratto svelato non c’è nessun paragrafo inerente a dettagli sensibili relativi alle tecnologie utilizzate. Non sarà, forse, che dovevano restare all’oscuro proprio i termini economici dell’intesa? Alla luce di tutto ciò il senatore del Pd Roberto Della Seta, capogruppo in commissione Ambiente, che negli ultimi due anni insieme al collega Francesco Ferrante ha più volte sollecitato il governo a fare chiarezza sulle tante zone d’ombra che hanno contraddistinto l’infelice genesi del Sistri, chiede al governo di intervenire con urgenza per azzerare il contratto e ripartire subito con una sistema di tracciabilità dei rifiuti trasparente ed efficace: “è nell’interesse delle imprese che agiscono correttamente e di una lotta senza quartiere all’illegalità dei rifiuti e alle ecomafie”, spiega in una nota. Selex Elsag, intanto, risponde alle accuse lanciate da la Repubblica specificando di aver ottenuto un contratto da 336 milioni con il ministero dell’Ambiente e le aziende che hanno versato il contributo legato al sistema di tracciabilità dei rifiuti sono state “circa 280.000 nel 2010” e “circa 88.000 nel 2011 e solo 541 nel 2012”. Tra il 2007 e il 2008, inoltre, “più commissioni –continua la società- hanno valutato la congruità tecnica ed economica del progetto giudicandolo positivamente”. Quanto ai ritardi nell’avvio del programma, poi, l’azienda dice che “i motivi dei rinvii (che hanno danneggiato Selex Service Management) sono riportati nei decreti che si sono susseguiti e mai si fa riferimento a malfunzionamenti della piattaforma. Le proroghe sono state effettuate per consentire modifiche della normativa tese ad accogliere le istanze delle varie associazioni; la piattaforma è infatti operativa dal 13 gennaio 2010 e a quella data implementava perfettamente la normativa all’epoca vigente”. Sarà. Fatto sta che Finmeccanica, intanto, ha già usufruiti di ben due anni di “tassa”, per un valore di circa 100 milioni di euro per un sistema mai decollato. E gliene rimangono altri 3. Ora, con il 2012, “lo spettacolo che si presenta agli occhi del nuovo ministro dell’ambiente Clini è desolante. L’incarico dato alla “DigitPa”, l’Ente nazionale per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, di una spending review sul contratto con Finmeccanica conclude che le scelte seguite per il Sistri non sono compatibili con i principi di trasparenza”, scrive Repubblica. Così, se Confindustria, il 20 aprile scorso, con una nota, segnalava al governo di avere “il dovere morale di annullare un contributo per il 2012, per un Sistema rinviato ben sette volte e che ha perso ogni credibilità” e proprio quello stesso giorno Il ministro Clini aveva posticipato la data di pagamento al 30 novembre, la prossima mossa sembra già chiara: “il Sistri è un’eredità pesante –aveva detto una settimana fa il ministro- ma è anche un sistema di lotta alla criminalità. Per cambiarlo serve una legge nuova”. Per mesi, continua Della Seta, “è stato invocato il segreto di Stato per impedire di conoscere i contenuti del contratto con la società di Finmeccanica, ora che il ministro dell’Ambiente Clini sembra deciso a dare una svolta a questa vicenda mi auguro che si intervenga con urgenza per evitare un rischio sempre più attuale: che le inefficienze e le torbidità del modo con cui fino a ora è stata gestita la vicenda Sistri finiscano per impedire l’adozione in Italia di un sistema moderno e capillare di tracciabilità dei rifiuti. Siamo il paese delle ecomafie – conclude Della Seta – questo flop non possiamo permettercelo”.