Legambiente

Dramma Italia: Terra dei Fuochi, Iss: “Mortalità aumentata fino a 13%. A Taranto +21% di decessi infantili”

07_Sito “La Terra dei Fuochi”, clicca qui. Dal sito: “LA VERA “EMERGENZA” RIFIUTI ANCORA IN CORSO CAMPANIA. Il PIÙ GRANDE AVVELENAMENTO DI MASSA IN UN PAESE OCCIDENTALE. LA PIÙ GRANDE CATASTROFE AMBIENTALE A “PARTECIPAZIONE PUBBLICA”.

_(Fonte articolo, La Repubblica, clicca qui) Nella Terra dei Fuochi si muore di più. Lo afferma l’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Iss in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta confermando ufficialmente dati troppo spesso messi in discussione (LEGGI Il rapporto del Ministero). L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Si muore di tumore maligno, specialmente dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas, della laringe, del rene, linfoma non hodgkin e tumore della mammella. Questo gruppo di patologie è il rischio che accomuna entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorale, quest’ultima, disponibile per la sola provincia di Napoli), mentre in provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato. Cancro del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini. “Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”, si legge nella sintesi pubblicata dall’Iss. I bambini nascono malati. Nella Terra dei Fuochi “non si osservano eccessi di mortalità”, ma secondo lo studio “resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”. Nella provincia di Napoli, servita dal registro tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita, dove il rapporto standardizzato di incidenza sir, è 228 (indici che sono espressi in percentuale dove 100 è il valore di riferimento), e nelle classi d’età 0-14, sir 142. I tumori del sistema nervoso centrale ono aumentati nella provincia di Caserta dell’89% rispetto all’indice. Qui la fascia di età 0-14 anni è afflitta da leucemie. Grave la situazione anche a Taranto. L’aggiornamento dello studio Sentieri “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini”. E “le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Per quanto riguarda la fascia d’età pediatrica (0-14 anni ) “si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause, il rapporto standardizzato di mortalità è 121, ovvero un eccesso del 21%, e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, inoltre, per tutti i tumori si osserva un eccesso di incidenza (dove l’indice sir, rapporto standardizzato di incidenza, è 154)”. E “nel corso del primo anno di vita si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause (smr 120) ascrivibile all’eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (smr 145).

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Lombardia, boom di inceneritori inutili ed inquinanti

Inceneritori Lombardia_A tutta la cittadinanza, Buon Natale e felice 2014!

_ARTICOLO 32 COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA (STRALCIO): “LA REPUBBLICA TUTELA LA SALUTE COME FONDAMENTALE DIRITTO DELL’INDIVIDUO E INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’…”

_Castelli Romani, l’inceneritore di Albano esce dal piano rifiuti della Regione Lazio. Clicca qui.

_(Fonte articolo, Lettera 43, clicca qui) Dici rifiuti e pensi subito al Sud. Alla Terra dei fuochi in Campania afflitta dall’inquinamento. Eppure anche in Lombardia le cose non vanno meglio. Visto soprattutto il continuo sorgere di inceneritori in tutta la regione. Se da una parte sono diminuiti i rifiuti urbani, anche a causa della crisi, dall’altra è aumentata l’efficienza della raccolta differenziata: due fattori che dovrebbero spingere verso un graduale spegnimento degli impianti meno efficienti e più inquinanti. O almeno si dovrebbe valutare la loro riconversione. Invece succede che l’inceneritore di Desio, in provincia di Monza e Brianza, è destinato addirittura a essere ampliato e a sopravvivere per altri 18 anni. La Brianza energia ambiente (Bea), società a totale capitale pubblico, ha infatti approvato un piano di investimenti di 15 milioni di euro per aumentare le tonnellate di rifiuti da bruciare: dalle attuali 80 mila (dati di Bea) si passerebbe a 88 mila ogni anno. Per i Comuni che si servono dell’impianto e sono soci della Bea, tra cui quelli limitrofi a Desio (che ha votato contro l’ampliamento come Varedo e Muggiò, la Provincia s’è invece astenuta), i vantaggi sarebbero la diminuzione delle tariffe: 12 euro in meno per ogni tonnellata dal 2014 e 25 euro dal 2020. Peccato però, che un recente dossier di Legambiente Lombardia – Inceneritori in Lombardia, quanto basta? – ha evidenziato come nel 2012 la produzione di rifiuti sia calata dell’8% rispetto al 2008 (anno record nell’ultimo decennio), rendendo inutile l’ampliamento dei forni già attivi. Inoltre è stato stimato che gli impianti lombardi possano restare inutilizzati fino al 70% delle loro capacità. E la percentuale è destinata ad aumentare nel futuro. Inoltre, oltre agli impianti sottoutilizzati, c’è anche il problema delle emissioni nocive: le più pericolose sono le diossine e i metalli pesanti, da tenere costantemente sotto controllo. E, ironia della sorte, l’inceneritore di Desio è considerato, insieme con quello di Corteolona e Parona (in provincia di Pavia) e Valmadrera (Lecco), uno dei più inquinanti e dei meno efficienti. In pratica, mentre tutto lascerebbe supporre che servirebbe dismettere gli inceneritori, a Desio la pensano esattamente al contrario. L’impianto di Desio si trova al confine con Bovisio Masciago a pochi chilometri da un centro sportivo e una piscina. La sua costruzione risale al 1976 e nel 2009 è stato oggetto di attività di ristrutturazione e ammodernamento. Se Bea sostiene che il forno inceneritore bruci 80 mila tonnellate di rifiuti all’anno, per Sinistra ecologia e libertà di Meda l’impianto è sottoutilizzato: vengono bruciati solo 56 mila tonnellate ogni anno, ovvero circa il 70% della sua capacità. Gianmarco Corbetta, consigliere in Regione per il Movimento 5 stelle e residente a Bovisio, ha quindi chiesto che l’impianto sia chiuso, definendo il piano industriale di Bea una «follia». «L’impianto non è assolutamente sottoutilizzato, al momento sta lavorando al 100% della sua capacità produttiva», fanno sapere a Lettera43.it da Bea. Che rilancia: «L’investimento approvato è mirato a ottimizzarne il rendimento energetico e a ridurre ulteriormente le emissioni in atmosfera che, attualmente, per la maggior parte degli inquinanti stanno tra il 10 e il 20% dei limiti di legge, mentre per le diossine è addirittura sotto l’1% dei limiti di legge». A fare pressing sulla chiusura degli impianti c’è anche la Regione Lombardia. Proprio nei giorni in cui l’ex presidente Roberto Formigoni è stato indagato per lo scandalo rifiuti collegati all’impianto di Cappella Cantone (Cremona), il 3 dicembre in Consiglio è stata approvata all’unanimità la risoluzione che prevede la dismissione di parte del parco inceneritori. «L’eccellente sistema di raccolta differenziata di Regione Lombardia», ha spiegato Luca Marsico presidente della commissione Ambiente, «ci consente da un lato di evitare la realizzazione di nuovi impianti d’incenerimento per il trattamento del rifiuto urbano residuo, dell’altro, addirittura, di ipotizzare uno scenario di disattivazione progressiva degli impianti». Eppure la decisione sembra non riguardare Desio. «Recentemente la Regione Lombardia», spiegano dalla società che gestisce l’inceneritore, «ha rinnovato con Bea l’autorizzazione all’esercizio, ampliandone oltretutto la capacità di trattamento». «Inoltre la regione è un soggetto assolutamente terzo rispetto alle società di capitali che gestiscono gli inceneritori lombardi, e non può disporne la chiusura se non in caso di violazione delle norme di legge da parte di questi ultimi».  A spegnere gli entusiasmi di chi vorrebbe dire addio all’impianto, c’è anche Michele Giugliano, professore ordinario di Impianti di trattamento degli effluenti gassosi del Politecnico di Milano. «Finché non si riciclerà il 100% dei rifiuti ci sarà bisogno della tecnologia dell’inceneritore, che è anche produttore di energia elettrica e termica, alternativa all’utilizzo del carbone fossile», spiega. Logico, però, che chi abita nelle vicinanze dell’impianto abbia paura per la salute. Ecco perché il professore precisa che devono essere continuamente controllati e quelli vecchi vanno rimodernati. Date queste condizioni, per Giugliano, «i livelli di rischio per la salute umana sono del tutto accettabili e in ogni caso confrontabili con quelli associati a molte attività industriali e non solo».


Comuni Ricicloni, in cima alla classifica Veneto, Friuli -Venezia Giulia e Trentino

09_ATTENZIONE, VENERDI 12 LUGLIO SIT IN CITTADINO “NO INC” SOTTO IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO: 12 LUGLIO ORE 9:00 ALLE ORE 12:00 PRESIDIO CITTADINO SOTTO AL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO/INDUSTRIA A ROMA, VIA MOLISE 2, IL TUTTO PER NON FAR AVERE ALL’INCENERITORE DEI CASTELLI ROMANI I SOLDI PUBBLICI (DELLA CITTADINANZA)

_(Fonte articolo, News Republic, clicca qui) Sono 1.293 i comuni ricicloni che hanno superato il 65% di raccolta differenziata dei rifiuti e sono 7,8 mln i cittadini che hanno detto addio al cassonetto. Ma c’è anche chi riesce a fare meglio come i 330 comuni che sono riusciti a ridurre del 90% circa la quantità di rifiuti da smaltire, arrivando quasi ad essere ‘rifiuti free’. A fotografare la realtà della raccolta differenziata ci pensa, come ogni anno, il rapporto ‘Comuni ricicloni 2013′ realizzato da Legambiente che ha consegnato i premi della 20esima edizione. Nel merito, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono le regioni con la piu’ alta concentrazione di comuni “Ricicloni”‘ seguite da Marche, Lombardia e Piemonte.  La Campania, all’ottavo posto, e’ prima Regione del Sud. ”Questa volta – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – non si puo’ dire che i buoni risultati ambientali raggiunti siano l’effetto della crisi economica che riduce i consumi, perche’ ci troviamo di fronte a scelte strutturali ormai stabilizzate . La gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti migliora la qualita’ ambientale, apre nuove strade a vere e proprie filiere industriali e potrebbe migliorare anche i bilanci delle famiglie italiane, se la nuova tassa sui rifiuti, come stiamo proponendo in un appello lanciato proprio in questi giorni, fosse modulata per premiare chi fa buona raccolta differenziata”. Con altrettanta chiarezza, ha proseguito Cogliati Dezza, “emergono oggi i punti dolenti su cui occorre concentrarsi: le grandi citta’ e quelle zone del paese, non tutte al Sud, dove ancora il peso delle discariche e i volumi della raccolta indifferenziata tengono l’Italia fuori dall’Europa. E’ cambiata l’era – ha ribadito – Oggi possiamo dire stop a nuovi termovalorizzatori e cominciare a far chiudere i piu’ vecchi, costruire nuovi impianti di riciclaggio, a partire da quelli per l’organico come i digestori anaerobici, e diffondere tutte quelle politiche organizzative articolate e flessibili che danno al settore – ha concluso – capacita’ di sviluppo e di adeguamento rapido e indolore alle nuove tecniche e a nuovi stili di vita”.


Al via raccolta di firme per la petizione popolare “Chi inquina paga”

i.img_ATTENZIONE, PROSSIMI APPUNTAMENTI IN PROGRAMMA E INVITI PER TUTTA LA CITTADINANZA DEI CASTELLI ROMANI:

  • 10 LUGLIO ORE 18:00 ASSEMBLEA CITTADINA AGGIORNAMENTO VERTENZA INCENERITORE E DISCARICA PRESSO VIA S.BERARDI MARSI 32 MONTAGNANO DI ARDEA
  • 12 LUGLIO ORE 9:00 ALLE ORE 12:00 PRESIDIO CITTADINO SOTTO AL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO/INDUSTRIA A ROMA, VIA MOLISE 2, IL TUTTO PER NON FAR AVERE ALL’INCENERITORE DEI CASTELLI ROMANI I SOLDI PUBBLICI (DELLA CITTADINANZA)

_Ecoballa 4 luglio 2013, videorubrica a cura di Daniele Castri referente legale del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano. Buona visione, clicca qui.

_(Fonte articolo, IGN Adn Kronos, clicca qui) E’ iniziata la raccolta firme per la petizione popolare “Chi inquina paga, chi produce meno rifiuti deve risparmiare”, promossa da Legambiente nell’ambito della campagna ‘Italia rifiuti free’. La petizione può essere firmata anche online sul sito di Legambiente ed è indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta, al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. Tra i primi firmatari, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente; Mario Tozzi, divulgatore scientifico; Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana. “Chi produce meno rifiuti dovrebbe essere premiato, mentre la Tares, la nuova tassa sui rifiuti rischia, al contrario, di aggravare ulteriormente il peso fiscale sugli italiani in maniera ingiusta – fa sapere l’associazione – La petizione, chiede al governo di rivedere questo tributo in maniera tale da rispettare il principio europeo ‘chi inquina paga’, calcolandolo solo sulla effettiva produzione di rifiuti indifferenziati e consentendo così alle utenze più virtuose di pagare di meno”. “In Italia – si legge nel testo della petizione – la gestione dei rifiuti sta vivendo una fase di grande evoluzione. Sono oltre 1.300 i Comuni che in tutto il Paese superano l’obiettivo di legge del 65% di raccolta differenziata, si stanno diffondendo le buone pratiche locali per la riduzione degli imballaggi inutili, sono sempre più numerosi gli impianti di riciclaggio che costituiscono l’ossatura portante della green economy dei rifiuti”. Nonostante i progressi fatti, ci sono ancora tanti problemi irrisolti: in Italia si continua a produrre troppi rifiuti e a smaltirne quasi la metà nelle discariche; in più di 7.000 Comuni del Paese, l’ammontare della tassa non è determinato secondo la quantità di rifiuti prodotti, mentre solo alcune centinaia di enti locali fanno pagare in base alle quantità effettivamente prodotte grazie alla tariffazione puntuale. “Oggi è possibile affrontare in concreto la sfida della riduzione, come è riuscita a fare ad esempio la Germania, utilizzando una equa leva economica, introducendo un criterio di giustizia e sostenibilità ambientale e alleggerendo la pressione fiscale sui più virtuosi. Solo in questo modo – si legge ancora nel testo della petizione – si contribuirà davvero a liberare l’Italia dal problema rifiuti, facendo entrare il nostro Paese a pieno titolo in quella ‘società europea del riciclaggio’ alla base nella nuova direttiva europea”.


Oggi convegno “Rifiuti e Criminalità nel Lazio”

invito_convegno_rifiuti_L’associazione Differenziati ringrazia la Dott.ssa Patrizia Gentilini per la sua partecipazione ed il prezioso intervento di sabato nel corso del secondo incontro di “Progetto Riciclo”, ringrazia i cittadini dei Castelli Romani intervenuti e l’amministrazione di Genzano di Roma nella qualità del sindaco Flavio Gabbarini che ha reso possibile la realizzazione della nostra idea. Un ringraziamento particolare per la loro partecipazione anche al sindaco di Castel Gandolfo, Milvia Monachesi e al direttore uscente del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL Rm H, Dott. Agostino Messineo. Non si tralasciano assolutamente ma si ringraziano con la stessa intensità movimenti, associazioni e giornalisti presenti ed intervenuti. Il prossimo e ultimo incontro di “Progetto Riciclo” si terrà sabato 19 gennaio alle ore 17:00 presso l’aula consiliare del Comune di Genzano di Roma con Alessio Ciacci, assessore all’ambiente del Comune di Capannori (Lucca) primo comune italiano ad aderire alla strategia “Rifiuti Zero.

(fonte articolo, Eur.Roma.it, clicca qui) Oggi, dalle ore 18.00 alle ore 20.00 presso lo studio di architettura in via Vodice n. 8 a Roma, si svolgerà il 3° Convegno “Rifiuti e Criminalità nel Lazio”, promosso nell’ambito del progetto “Il filo rosso della legalità”.

Moderatore del Convegno sarà Enrico Fontana (direttore di Paese Sera), parteciperanno Luigi De Ficchy (Procuratore Repubblica Tivoli), Claudio Francia (Economista – IRISistema), Luisa Laurelli (già presidente commissione Sicurezza Regione Lazi, anni 2005/2010), Edoardo Levantini (presidente associazione antimafia Anzio-Nettuno) e Lorenzo Parlati (presidente Legambiente Lazio).

Per informazioni scrivi a llaurelli52@tiscali.itlaurelliluisa@gmail.com


“Disastro ambientale” e dati nascosti. A Melfi due arresti per il termovalorizzatore dei veleni

_(Fonte articolo, clicca qui). Rifiuti pericolosi, dati d’inquinamento celati per anni, funzionari accusati. La vicenda dell’inceneritore “Fenice”, sito all’interno dell’area industriale di San Nicola di Melfi in Basilicata, è un esempio dell’alto prezzo (in termini ambientali) dello sviluppo al Sud e del rischio che le popolazioni si assumono in cambio di possibilità occupazionali e per favorire gli investimenti delle multinazionali. Lo scorso 12 ottobre sono stati arrestati Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab (Agenzia regionale protezione ambiente Basilicata) e Bruno Bove, il coordinatore del dipartimento provinciale. I capi d’accusa: disastro ambientale e omissione d’atti d’ufficio. Curioso è come solo poche ore prima il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo avesse dichiarato che avrebbe costretto «i francesi a bonificare l’area» del termovalorizzatore.

Ma Edf, il colosso francese che gestisce l’impianto, non ha nulla da temere. Perché Fenice risorge sempre, o meglio, non muore mai. Il termovalorizzatore di Melfi viene costruito negli anni ’90: sullo sfondo, due realtà lontane. Da una parte c’è la Basilicata, una delle regioni meno sviluppate del Meridione. Dall’altra la Fiat, che apre lo stabilimento Sata e crea 7mila posti di lavoro più l’indotto, oggi minacciati dalla cassintegrazione e dai piani di sviluppo di Sergio Marchionne. L’inceneritore nasce per smaltire i rifiuti prodotti dallo stabilimento automobilistico ed entra in funzione nel 2000: al suo interno due forni, uno rotante dalla capacità di 35mila tonnellate l’anno per i rifiuti industriali pericolosi, e uno a griglia da 30mila per i rifiuti solidi urbani ed assimilati. Nel 2001, la Fiat vende lo stabilimento al colosso francese Edf ma già dall’anno prima Fenice opera senza essere in possesso dell’autorizzazione integrata ambientale: al suo posto solo un’autorizzazione provvisoria della provincia di Potenza, che rimarrà “provvisoria” per dieci anni. Nonostante le diverse segnalazioni di malattie e tumori fatte dagli abitanti di Lavello e dei comuni limitrofi all’inquinatore, le autorità non impongono la chiusura dell’impianto. Neanche “provvisoriamente”.

Se il termovalorizzatore non fosse mai stato oggetto di contestazione, nulla quaestio. Il punto è che nel 2009, a protestare per l’inquinamento delle falde acquifere sottostanti, è proprio Fenice: dopo un rilievo dell’Arpab nei suoi pozzi di emungimento interni, la stessa impresa si autodenuncia. Inquinanti, metalli pesanti e cancerogeni come nichel, manganese, mercurio, arsenico e voc (composti organici volatili): a Melfi si istituisce una conferenza di servizi per affrontare il problema dell’inquinamento, a cui ne seguiranno altre quattro. A ottobre 2009, l’ex direttore dell’Arpab Vincenzo Sigillito – uno dei due arrestati – dichiara di aver comunicato alle procure di Potenza e di Melfi che su Fenice non vi sono dati certificati negli anni 2002, 2003, 2004, 2005, 2007. In un’intervista successiva, Bruno Bove dell’Arpab – il secondo arrestato – ammette: «L’Agenzia era a conoscenza dell’inquinamento fin dal 2006, ma non eravamo tenuti a comunicarlo pubblicamente». I panni sporcati dall’acqua contaminata è meglio lavarli in famiglia.

A marzo 2011, non paga dei danni a cui ancora non si è posto rimedio, Fenice chiede di aumentare la quantità di rifiuti urbani da bruciare, passando da 30 a 39mila tonnellate l’anno. Sull’episodio del 2009 Fenice Ambiente fa sapere che «le sorgenti di contaminazione sono state individuate ed eliminate. Dall’autodenuncia del 2009 ad oggi sono stati spesi 3,5 milioni di euro ed il processo di bonifica è in corso nei termini di legge». Quindi, la bonifica non è ancora stata completata. E sono previsti costi, per finire il lavoro, per altri 30 milioni . Come può allora Fenice richiedere di ampliare la quantità di rifiuti smaltiti?

Non solo. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel rapporto 2010 indica come Fenice abbia bruciato ben 977 tonnellate di rifiuti sanitari pericolosi nel 2008: la provincia di Potenza quest’anno ha ammesso in una nota ufficiale che «l’impianto non era autorizzato a trattare i rifiuti sanitari». Il 16 settembre scorso, a ridosso di una manifestazione indetta dai cittadini del “Comitato diritto alla salute”, l’Arpab pubblica finalmente i dati della contaminazione causata dall’impianto: documenti che erano stati chiusi in cassaforte per diversi anni.

Mentre in questi giorni viene istituita una nuova commissione d’inchiesta della Regione sui danni provocati da Fenice, Giannino Romaniello (Sel), presidente della commissione regionale precedentemente istituita per lo stesso obiettivo, sentenzia: «Sicuramente posso affermare che Fenice ha violato alcune norme di legge, ha avuto un comportamento tendente a occultare dati, ha gestito l’impianto con scarsa attenzione alla salute dei lavoratori e non ha effettuato con diligenza e costanza verifiche e manutenzioni ad impianti ed attrezzature». Ma se chiudesse Fenice, Edf subirebbe un danno d’immagine rilevante – difficile credere poi che il colosso francese se ne andrebbe in punta di piedi – e la Fiat sarebbe tentata dalla dismissione completa del suo impianto. E in Basilicata l’occupazione gode di pessima salute. Come molti lucani che vivono nei pressi di Melfi.


Presa Diretta – emergenza rifiuti Campania 6 febbraio 2011

_I misfatti di un’emergenza voluta. Buona visione.