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Come stiamo in salute? Articolo a cura della Dott.ssa Patrizia Gentilini

_(Fonte articolo, Dottoressa Patrizia Gentilini) Una delle più frequenti obiezioni che viene mossa a noi medici “allarmisti” è che, in barba ai rischi ambientali, la speranza di vita – almeno nei paesi occidentali – non solo è cresciuta, ma sta ulteriormente aumentando. Sembrerebbe quindi che i veleni ( metalli pesanti, agenti cancerogeni, diossine, particolato ultrafine, pesticidi, radiazioni e chi più ne ha più ne metta….) per i quali tanto ci agitiamo, non fossero poi così pericolosi né in grado di danneggiarci più di tanto. Forse, ancora una volta, purtroppo, i dati ci danno ragione: anche i più recenti dati dell’Eurostat confermano ciò che da alcuni anni era noto, ossia che nel nostro paese aumenta sì l’aspettativa di vita alla nascita, ma è purtroppo in drastica diminuzione la speranza di vita in salute, ovvero viviamo di più ma sempre più da ammalati!

01Cosa ci dice questo grafico?
Nel 2004 l’Italia era, come si può vedere dal grafico linea verde, fra i migliori paesi in Europa e per chi nasceva nel 2004 le femmine , all’età di 65 anni, avevano mediamente altri 11 anni da vivere in salute ed i maschi oltre 12. Per i nati nel 2012 invece la speranza di vivere in salute dopo i 65 anni è di 7 anni per le femmine e di quasi 8 anni per i maschi e siamo addirittura al di sotto del valore medio che si registra in Europa! Come è stato possibile “perdere” in soli 8 anni oltre 4 anni di vita in buona salute per i nuovi nati? Cosa sta succedendo?
E’ sotto gli occhi di tutti che la nostra salute sta rapidamente deteriorandosi per l’aumentare di patologie cronico-degenerative, in particolare malattie metaboliche, diabete, ipertensione, patologie endocrine, neurodegenerative (in particolare malattia di Alzheimer e morbo di Parkinson) e disturbi neurocomportamentali: per le patologie dello spettro autistico vi è nei bambini un incremento di prevalenza da 1:1200 a 1: 88 in tre decenni!
Anche il cancro, in particolare alcuni tipi di tumore quali prostata, pancreas, mammella, tiroide, linfomi, è in aumento e ciò che più sconcerta è che ormai ad essere affetti non sono solo gli anziani, ma sempre più spesso giovani e bambini. Purtroppo anche qui, ancora una volta, il nostro paese ha un ben triste primato: come si evince dalla sottostante Tabella nei paesi del Nord Europa (NORDCAN) si registrano annualmente, per ogni milione di bambini maschi da 0 a 14 anni 169 nuovi casi di cancro e nelle femmine 150 . Negli Stati Uniti se ne registrano nei maschi 179 e nelle femmine 159 mentre in Italia rispettivamente 191 nei maschi e 163 nelle femmine.

02

Cosa dobbiamo pensare?
Certamente anche la crisi che coinvolge il nostro paese ( ma che certo non risparmia anche gli altri paesi europei) ha un ruolo non secondario, ma dobbiamo chiederci se altri fattori possono entrare in gioco, fattori non solo legati allo “stile di vita” (costantemente invocato tanto da farci spesso sentire in colpa per le disgrazie che ci capitano) ma anche a fattori non dipendenti dalle nostre scelte quali i fattori ambientali, ovvero dove viviamo, quali inquinanti ci sono nell’aria che respiriamo o nel cibo che mangiamo e che sono tanto più pericolosi quanto più precocemente avviene l’esposizione.
E’ ormai assodato che la vita fetale è il momento più cruciale per la nostra salute non solo nell’infanzia ma anche nell’età adulta e che molte patologie possono avere la loro origine in una sorta di “sprogrammazione” di tessuti ed organi che avviene già nella vita intrauterina.
Numerosi studi condotti in Europa e USA hanno rilevato la presenza di centinaia di molecole chimiche di sintesi, molte delle quali estremamente pericolose, tossiche e cancerogene (mercurio e metalli pesanti in genere, ritardanti di fiamma, pesticidi, PCBs e altri perturbatori endocrini) in placenta, nel sangue cordonale e nel latte materno e lavori pubblicati su prestigiose riviste come Lancet hanno messo in relazione l’insorgenza di tumori e disturbi cognitivi nell’infanzia con esposizioni ambientali.
In particolare nel novembre del 2006 un articolo pubblicato su The Lancet a firma di un pediatra (Landrigan) e di un epidemiologo (Grandjean), della Harvard School of Pubblic Health aveva posto con forza il problema di una possibile “pandemia silenziosa” circa i danni neuro-psichici che si starebbe diffondendo, nell’indifferenza generale, interessando il 10% dei bambini del cosiddetto mondo occidentale. A distanza di sette anni gli stessi Autori (Grandjean e Landrigan) hanno aggiornato, ancora sulle pagine di Lancet, i dati della letteratura scientifica sulla “pandemia silenziosa”, sottolineando come alcuni recenti studi prospettici, in cui sono state misurate le esposizioni materno-fetali, abbiano hanno documentato effetti neurotossici a livelli di esposizione molto più bassi di quelli prima ritenuti sicuri.
Come è possibile che queste problematiche siano così gravemente trascurate non solo dai politici che compiono costantemente scelte dalle indubbie conseguenze sulla nostra salute (si pensi al riutilizzo delle ceneri degli inceneritori nel cemento o al via libera alle trivellazioni per la ricerca del petrolio del recente decreto “sblocca Italia”), ma spesso dalla stessa classe medica, volta più a cercare di porre rimedio che a preoccuparsi adeguatamente di indagare ed operare per rimuovere i rischi ambientali?

Concludendo
Risulta difficile non pensare che i tristi primati sopra ricordati non siano correlati all’altro triste primato che deteniamo nel campo della corruzione: l’ultima graduatoria di Transparency International segna infatti un grave arretramento del nostro Paese per cui, rispetto al 2011, su 174 nazioni prese in considerazione, l’Italia scivola dal 69esimo al 72esimo posto, superata da Ghana, Romania e Brasile. Va ricordato che un paese corrotto non paga solo un prezzo sul piano economico, ma anche sul piano ambientale e sanitario perchè, ad esempio, i controlli sono assenti o inadeguati ed un paese più inquinato è anche un paese più ammalato. Le “mappe” di corruzione, inquinamento e malattie si sovrappongono e ciò che la Terra dei fuochi ci ha insegnato non è un esempio isolato, ma il paradigma di ciò che avviene in tutto il paese, a cominciare proprio dal profondo e “civile” Nord! Crediamo che sia davvero inutile continuare a chiedere soldi per la ricerca o l’assistenza se non si sposta con fermezza l’attenzione anche sul versante della riduzione dell’esposizione agli inquinanti ambientali, ovvero sulla Prevenzione Primaria.

Bibliografia
Grandjean P, Landrigan PJ. Developmental neurotoxicity of industrial chemicals. Lancet 2006;368:2167–2178
Grandjean P, Landrigan PJ. Neurobehavioural effects of developmental toxicity. Lancet Neurol 2014;13:330-38.

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Report Ispra 2014 sui rifiuti urbani: quel compostaggio che non s’ha da fare

01_(Fonte articolo, Il Fatto Qutodiano, clicca qui) Il Report Ispra 2014 appena presentato in data 25 luglio 2014, apre a definitive certezze su cause, motivazioni e soluzioni dell’olocausto della Campania, nato e determinato dai rifiuti speciali, industriali e tossici e che aveva bisogno, per essere realizzato, della “copertura” della malagestione dei rifiuti urbani con conseguente “senso di colpa” indotto nella popolazione, per evitarne la dovuta ribellione civile. La Campania non aveva, e non ha bisogno di altri maxi inceneritori (la sola Acerra garantisce ormai il 26% di incenerito sul totale di rsu con 670.000 tonn/anno vs 2.545.445 = 26%, rispetto al 18 % nazionale e 23% europeo!) ma di impianti di compostaggio (38.000 tonn/ anno vs 2.545.445.= 1.5% rispetto al 15% di media nazionale!) E sono gli impianti di compostaggio che non si devono fare in Campania, per continuare a mal gestire non solo i rifiuti urbani ma soprattutto quelli tossici, sovrapponendo i flussi sia del rifiuto indifferenziato che di quello umido, appunto il tipo di rsu che dovrebbe essere trattato negli impianti di compostaggio! Nel 2008 la produzione di rsu in Campania è stata di 2.800.000 tonnellate nel 2008, mentre la produzione di rifiuti speciali, industriali e tossici era pari a 4.800.000 (dati Arpac), per un totale quindi di 7.600.000 tonn/anno. Nel 2013 i rsu in Campania sono diminuiti a 2.545.445 tonn /anno e ancora nulla sappiamo dei rifiuti speciali, industriali e tossici che però già nel 2012 (dati Ispra), in costante incremento hanno raggiunto quota 7.200.000 tonn/anno per un totale quindi di ben 9.745.445 tonn/anno! Rispetto al 2008 appare quindi un incremento netto complessivo di circa 2.145.445 tonn/anno. Questo incremento è pari a circa l’85% di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania per l’intero 2013, ma è dovuto esclusivamente ai rifiuti speciali, industriali e tossici, dei quali però gli stessi ambientalisti parlano poco o nulla, concentrandosi a propagandare le buone pratiche di trattamento dei rsu verso rifiuti zero, e non facendo rilevare come, senza alcun intervento impiantistico particolare, ma solo per la grave crisi economica, la quota di rsu si sta ormai significativamente riducendo ogni anno di più. Per lo stesso motivo però, (la crisi economica globalizzata), la quota di rifiuti speciali, industriali e tossici appare in continuo e costante incremento, in Campania e in Italia, sempre senza alcun controllo satellitare efficace dei flussi internazionali e nazionali, avendo raggiunto nel 2010 la significativa quota nazionale di 138 milioni di tonn/anno probabilmente superando la quota di 150 milioni di tonn/anno per il 2013, ma ancora l’Ispra non ce lo fa sapere! Infatti, questa quota di rifiuti (speciali, industriali e tossici), ormai costituisce i 4/5 del totale dei rifiuti prodotti, ma ancora non costituisce né per lo Stato e per i suoi organi di controllo (Ispra e Iss), e purtroppo neanche per tutti i movimenti politici e ambientalisti, il primo problema da monitorare, affrontare e risolvere per evitare non solo il mantenimento, ma soprattutto la diffusione verso altri territori del tragico fenomeno di Terra dei Fuochi e dei Veleni, sempre meno localizzato ormai nella sola regione Campania, e che scopriamo, ogni giorno di più, diffondersi e non limitarsi all’interno delle altre regioni specie del Sud dell’Italia. E’ questa categoria di rifiuti che caratterizza la apparentemente invincibile Terra dei Fuochi e dei Veleni, specie nelle province di Napoli e Caserta, caratterizzata dalla maggiore quota di attività produttive e manifatturiere in regime di evasione fiscale! In sintesi quindi, rispetto al totale di 2.545.445 tonn/anno di rsu, il solo maxi inceneritore di Acerra garantisce, ad un costo veramente iperbolico (circa 300 euro/tonn) con un incasso garantito al gestore superiore ai 200mila euro/al giorno e neanche un euro di ristoro per il comune di Acerra, circa il 26 % complessivo di incenerimento del totale di rsu. Posta una raccolta differenziata ormai al 44 % a livello regionale, si raggiunge quindi un buon 70% di trattamento di tutti i rsu prodotti. Se la Campania disponesse della necessaria quota di impianti di compostaggio, che palesemente non si vogliono fare e neanche aprire se fatti (vedi caso S. Maria La Fossa, Ce) nella media nazionale del 15% (pari a circa 380mila tonn/anno) e non certo solo la misera quota attuale del 1.5% (circa 38mila tonn/anno, dati Ispra 2013), la quota di rifiuti destinata a discarica scenderebbe a un misero 15% complessivo (circa 374mila tonn/anno) destinata ulteriormente a scendere ad un misero 150.mila tonn/euro di stampo europeo a questo punto soltanto con un possibile e neanche troppo drammatico o diminuzione di altri punti percentuali della produzione di rsu o di aumento della raccolta differenziata dagli attuali 44 al minimo del 50% complessivo. Appare quindi ormai in modo solare che la Campania necessita non già di altri impianti di maxincenerimento, che indispensabili invece per smaltire, in maniera legale o sovrapposta, quella quota di rifiuti speciali assimilabili agli urbani in costante incremento in Italia e in Campania e in quota significativa, non inferiore al 30%, prodotti in regime di evasione fiscale, destinando all’incenerimento “legale” quello che oggi brucia ogni giorno come roghi tossici illegali. E ombre veramente sinistre sul controllo regionale ancora forte da parte di lobby pericolose nel governo dei rifiuti speciali e urbani calano dalla considerazione finale: gli impianti di compostaggio per i rsu non si vogliono e non di debbono fare, ma sono in corso, nel silenzio estivo, procedure di autorizzazione regionali per consentire l’avvio delle attività di impianti di trattamento di percolati industriali e tossici, come quelli che la regione Veneto non ha mai voluto sul proprio territorio regionale, determinando lo sversamento nella nostra regione persino dei fanghi tossici di Porto Marghera. Tali pericolosissimi impianti lo diventano ancora di più nella perdurante assenza di impianti controllati di compostaggio per il rifiuto umido urbano, ancora più se affidati, come pare, alle stesse ditte già condannate in primo grado per sversamento di rifiuti tossici nel territorio di Acerra, la terra più fertile e oggi più massacrata dai rifiuti di Europa! Ma il popolo di Acerra, come quello di Terra dei Fuochi, grazie al lavoro incessante di cittadini e tecnici non venduti alle lobby di potere e di massacro del territorio, ha ormai capito il trucco e i meccanismi dell’olocausto campano, e non parlano già da tempo più di soli rifiuti urbani ma innanzitutto di rifiuti speciali, e tossico nocivi e sono ben attenti anche in questo caso a riunirsi sotto l’unica bandiera di tutela del Creato, della propria Terra e della salute dei propri figli e impedirà di certo questo ennesimo, ormai prossimo, massacro. Non con “rifiuti zero urbani” prioritario, ma con “rifiuti km zero industriali e tossici” prioritario, inizieremo veramente il percorso verso la salvezza di Terra dei Fuochi e dei Veleni, e non solo in Campania, me nell’Italia intera.


Salute & Ambiente, studi sentieri inascoltati. Appello dei medici Isde, Fnomceo, Simg

07_(Fonte articolo, Il Sole 24 Ore, clicca qui) «Nei Siti di Interesse Nazionale (estese aree contaminate che necessiterebbero di interventi di bonifica ndr), almeno 6 milioni di persone sono esposte da 40-50 anni agli effetti patogeni di sostanze nocive per la salute immesse nell’ambiente da produttori di rischio non adeguatamente controllati dalle competenti istituzioni». E gli studi Sentieri evidenziano come questa esposizione abbia dato luogo a gravi e diffusi danni alla salute degli esposti. Nonostante questo, si assiste a un «trasferimento mancato» nella sanità pubblica delle importanti indicazioni provenienti da tali studi, da colmare con una adeguata integrazione del Piano della Prevenzione (2014-2018). E la richiesta contenuta in una lettera ai ministri della Salute e dell’Ambiente e alle Regioni, firmata da Isde-Medici per l’ambiente, Associazione italiana pneumologi ospedalieri, Fnomceo, Slow medicine e Simg. «Molte persone si sono ammalate e sono morte – si legge nella lettera – e molte altre si ammaleranno e moriranno!». Ma il Piano della prevenzione 2014-2018 nella versione attuale appare uno strumento insufficiente. «Per quanto riguarda la prevenzione primaria e i rapporti tra ambiente e salute – continuano i firmatari – è veramente desolante: non vi è alcun accenno alla necessità di avviare opportune e incisive attività di prevenzione primaria nei territori in cui insistono i Sin, mentre i riferimenti scientifici su cui viene impostata la prevenzione primaria e quella oncologica appaiono obsoleti. Di più: a nostro avviso, l’approvazione del Piano della Prevenzione nella sua attuale versione, comporterebbe l’affermarsi nella pratica di un modello di “sanità pubblica” in cui si osservano gli effetti sulla salute di popolazioni lasciate vivere per decenni in condizioni di inquinamento ambientale noto per la sua dannosità, limitandosi a verificare se al loro interno si determini un eccesso di malattie e morti, senza poi intervenire, lasciando che gli esposti continuino a subire gli effetti di un inquinamento ambientale noto, prevenibile e non prevenuto e la persistenza di un intollerabile danno sanitario, ponendo così in essere una anti-etica discriminazione sociale nei confronti di chi vive in aree a rischio minore o non a rischio». Un quadro inaccettabile. «Per tali motivi riteniamo improponibile per le popolazioni esposte – sottolinea la lettera – non etico per gli operatori della sanità pubblica e del tutto inappropriato per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale, un Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018 che non affronti il problema di trasferire in sanità pubblica le indicazioni provenienti dagli studi SENTIERI, attraverso un percorso programmatico
concertato, partecipato e orientato dalle conoscenze disponibili in letteratura, dando luogo, seppur con enorme ritardo, all’avvio di un processo di mappatura in ciascun Sin dei rischi realmente
presenti e delle iniziative di prevenzione primaria adottate o ancora da adottare». Rafforzare il ruolo dei Dipartimenti di prevenzione. «A tal fine è indispensabile – concludono – potenziare e orientare l’attività dei Dipartimenti di Prevenzione delle Unità Sanitarie Locali, cui spetta il compito istituzionale di “garantire la tutela della salute, prevenzione delle malattie e della disabilità, miglioramento della qualità della vita” (DLgs 502/92 e succ. mod, art 7-bis, comma 1) e di “promuovere azioni volte ad individuare e rimuovere le cause di nocività e malattia di origine ambientale, umana e animale” (ibidem, art. 7- bis, comma 2). È, inoltre, necessario attuare interventi per favorire le indispensabili interazioni con il sistema delle Agenzie Regionali per l’Ambiente, altro terreno su cui si registrano diffuse inadempienze». Un tavolo di lavoro per integrare il Piano prevenzione. «Nel segnalare il grave vulnus che, in assenza di tale iniziativa, verrebbe inflitto al diritto alla salute degli almeno sei milioni di esposti che vivono nei Sin (un decimo della popolazione italiana), i firmatari della presente chiedono l’apertura di un tavolo di lavoro che preveda la partecipazione di loro rappresentanti, per integrare gli indirizzi operativi previsti nell’attuale versione del Piano della Prevenzione 2014-2018, mettendo a disposizione, ove necessario, le competenze scientifiche presenti».


Intervista al Prof. Fabrizio Stracci, inquinanti e registro tumori – Isde Umbria

07_(Fonte articolo e video, ISDE Umbria, clicca qui) Proponiamo la seguente intervista al Prof. Fabrizio Stracci, Professore Associato di Igiene al Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia, circa la prevenzione delle esposizioni involontarie ad inquinanti e l’uso dei registri tumori. Per meglio indagare questi argomenti l’intervista è suddivisa nelle seguenti aree tematiche :

1) cos’è un registro tumori; tempi e risorse necessari per avere un registro di qualità; appropriatezza applicativa, limiti metodologici e di contesto;
2) il contributo dei registri tumori nella definizione, misurazione e valutazione delle esposizioni ambientali involontarie di una popolazione;
3) prospettive e necessità per una misurazione di esposizioni ambientali involontarie utile alla prevenzione.

Video-intervista a questo link, buona visione.


Dramma Italia: Terra dei Fuochi, Iss: “Mortalità aumentata fino a 13%. A Taranto +21% di decessi infantili”

07_Sito “La Terra dei Fuochi”, clicca qui. Dal sito: “LA VERA “EMERGENZA” RIFIUTI ANCORA IN CORSO CAMPANIA. Il PIÙ GRANDE AVVELENAMENTO DI MASSA IN UN PAESE OCCIDENTALE. LA PIÙ GRANDE CATASTROFE AMBIENTALE A “PARTECIPAZIONE PUBBLICA”.

_(Fonte articolo, La Repubblica, clicca qui) Nella Terra dei Fuochi si muore di più. Lo afferma l’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Iss in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta confermando ufficialmente dati troppo spesso messi in discussione (LEGGI Il rapporto del Ministero). L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Si muore di tumore maligno, specialmente dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas, della laringe, del rene, linfoma non hodgkin e tumore della mammella. Questo gruppo di patologie è il rischio che accomuna entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorale, quest’ultima, disponibile per la sola provincia di Napoli), mentre in provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato. Cancro del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini. “Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”, si legge nella sintesi pubblicata dall’Iss. I bambini nascono malati. Nella Terra dei Fuochi “non si osservano eccessi di mortalità”, ma secondo lo studio “resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”. Nella provincia di Napoli, servita dal registro tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita, dove il rapporto standardizzato di incidenza sir, è 228 (indici che sono espressi in percentuale dove 100 è il valore di riferimento), e nelle classi d’età 0-14, sir 142. I tumori del sistema nervoso centrale ono aumentati nella provincia di Caserta dell’89% rispetto all’indice. Qui la fascia di età 0-14 anni è afflitta da leucemie. Grave la situazione anche a Taranto. L’aggiornamento dello studio Sentieri “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini”. E “le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Per quanto riguarda la fascia d’età pediatrica (0-14 anni ) “si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause, il rapporto standardizzato di mortalità è 121, ovvero un eccesso del 21%, e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, inoltre, per tutti i tumori si osserva un eccesso di incidenza (dove l’indice sir, rapporto standardizzato di incidenza, è 154)”. E “nel corso del primo anno di vita si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause (smr 120) ascrivibile all’eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (smr 145).


Ancora Taranto, “nel latte materno diossine fino al 1500%”

07_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, clicca qui) Nei campioni di latte materno della città dell’Ilva, Taranto, “sono stati rilevati superamenti dei valori di azione di diossine Pcdd e Pcdf (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani) e di Pcb Dioxine like (Policlorobifenili, diossine e simili), su materia grassa, a partire dal 700% fino al 1500% stabiliti per latte crudo e prodotti lattiero caseari”. Il presidente del Fondo Antidiossina Fabio Matacchiera introduce così le conclusioni dell’analisi da parte di centri accreditati di una decina di campioni di latte di mamme “con età superiore ai 33 anni”. Sui dati dell’associazioni e sul metodo con cui l’indagine è stata condotta, però, interviene il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva nonché direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, Michele Conversano che giudica “sconvolgente” fare un “confronto tra latte materno, latte crudo e prodotti lattiero-caseari” perché “il latte materno non è un alimento come il latte di capra o il formaggio“. Non solo: “Il latte materno – prosegue – ha un valore per cui l’Oms e tutte le organizzazioni mondiali hanno sempre raccomandato che l’allattamento al seno è sempre da preferire a qualsiasi altra alimentazione, qualunque sia il livello di contaminazione del latte materno”. “Noi – aggiunge – abbiamo proposto all’Istituto superiore della sanità, che lo ha approvato, uno studio scientifico sulla ricerca di diossina nel latte materno di 300 donne per valutare la contaminazione nel tempo”. “Il lavoro fatto dalle associazioni – conclude – è meraviglioso nel denunciare il caso ma bisogna essere molto cauti perché sull’allattamento al seno si va a toccare un tasto molto delicato. Il problema è psicologico: non si può toccare la mamma in quel momento”. Matacchiera rileva che ”anche i tenori massimi sono stati tutti abbondantemente superati fino al 660%. In tutti i campioni di latte delle neomamme di Taranto fatti analizzare dalla Onlus Fondo Antidiossina, sono state riscontrate significative concentrazioni” delle diossine citate, tutte “con valori molto al di sopra dei 6 picogrammi per grammo“, che è il “limite per il latte per adulti”. La media che riscontriamo, infatti, si attesta su valori superiori ai 20-22 picogrammi e fino a valori di 39,992 picogrammi”. Matacchiera ha poi precisato che “la normativa prevede il divieto di commercializzazione e la distruzione di quell’alimento poiché considerato pericoloso per la salute”. Ma secondo il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva, che è stato anche consulente della procura di Taranto in indagini sull’Ilva, ”anche a coloro che hanno allattato sotto Chernobyl o dopo l’incidente di Bophal, l’Oms ha detto che si deve sempre allattare al seno qualunque sia la contaminazione. Che ci sia a Taranto una contaminazione lo denunciamo noi da 20 anni e, purtroppo, lo sappiamo tutti, ma che si possano provocare delle reazioni naturali nelle donne tarantine che stanno allattando e che stanno ora pensando di avvelenare i loro bambini non è possibile, nessuno se lo può permettere”. A una delle mamme di Taranto che si è sottoposta all’indagine pilota, spiega Matacchiera, “alcuni mesi dopo il parto è stata diagnosticata una forma grave di tumore che ha reso necessario un intervento chirurgico invasivo al seno”. Il latte analizzato era di una donna di 42 anni che presentava valori molto prossimi a 40 picogrammi su grammo di policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, pcb e diossine. “Anche alla neonata – ha aggiunto Matacchiera – venivano riscontrati problemi di salute molto gravi. Attribuire le cause di quanto sopra descritto alla presenza significativa di quei congeneri nell’organismo umano, può essere sicuramente un po’ azzardato. Rimane tuttavia la certezza che per un adulto consumare del latte con concentrazioni dei congeneri indicati superiori a 6 picogrammi su materia grassa risulta pericoloso per la sua salute”. E’ normale adesso che “ci si chieda – ha concluso l’ambientalista – che pericolo possa rappresentare per una piccola creatura bere il latte della mamma con concentrazioni di 40 picogrammi. Inoltre, è consequenziale che la preoccupazione cresca al pensiero che il latte per il neonato (a differenza dell’adulto che ne consuma molto poco), rappresenta l’unica fonte di alimentazione intensiva per molti mesi”.


La componente organica ai Castelli Romani, proposte per una diversa gestione dell’umido che tuteli salute e ambiente

01_”Comitato Poggio Ameno” e “Associazione Officina delle Idee” organizzano un fondamentale incontro pubblico sulla tematica inerente il trattamento della frazione organica. Appuntamento il 13 marzo ore 18:30 via Nettunense 60, angolo via Rocca di Papa. LA CITTADINANZA E’ INVITATA A PARTECIPARE IN MANIERA NUMEROSA ED ATTIVA. Sotto la presentazione dell’incontro.

  • Dati incontro, relatori, interventi ed evento Facebook. Cliccare qui.

La questione organica. A qualcuno può sembrare l’inizio di chissà quale saggio, dispensa universitaria, o manuale ma non lo è. Sarà il punto su cui riflettere, l’argomento di discussione durante il prossimo Incontro che, l’Associazione Officina delle Idee e Il Comitato Poggio Ameno di Cecchina, hanno organizzato per 13 Febbraio a Cecchina di Albano laziale. La questione organica nei rifiuti: il 30% dei 600 Kg che mediamente l’uomo produce annualmente, sono composti da materia organica: umido. Dato certo ormai che la strada da intraprendere sia quella della raccolta differenziata spinta su tutto il territorio dei Castelli Romani, le Associazioni organizzatrici dell’evento vogliono focalizzare l’attenzione proprio su quel 30% di componente. Carta, plastica, legno e metalli sono risorse e pertanto la loro combustione, o sversamento in discarica, rappresentano una pazzia che politica e interessi di turno hanno portato avanti per decenni. Il riciclo a freddo delle materie prime seconde sopra indicate è un sistema virtuoso verso cui tutti Castelli Romani dovranno far fornte. Centri di riciciclo, recupero e riuso della materia significano anche lavoro. Tornando alla componente organica, derivante sopratutto da una raccolta differenziata porta a porta, da qualche tempo nella rispettiva gestione c’è una divisione di pareri tra chi predilige il sistema anaerobico tramite fermentazione e combustione del derivato biogas ( o filtraggio per uso domestico o autotrazione) e chi invece insiste su processi aerobici del tutto naturali, per arrivare ad un compost veramente utile all’agricoltura. Per approfondire meglio la questione, durante l’assembla, interverranno: Giancarlo Ceci dei Comitati NoBiogas di Gallicano e Genazzano, Aldo Garofolo chimico del NOINC ed Ex docente della Tuscia, Carlo Cingolani dell’Associazione Salviamo i Castelli Romani, Emiliano Bombardieri Associazione Officina delle Idee e Alberto Zolezzi Deputato del Movimento 5 stelle (Commissione Ambiente). Sarà un momento di confronto in cui emergeranno proposte per il territorio, nel pieno rispetto della tutela ambientale, della salute e del territorio.