Inquinamento

Rifiuti, i Castelli Romani ancora su Blob, Rai 3 + Rassegna stampa ultimi eventi

03333_La Rai, precisamente “Blob”, Rai 3, ospitano nuovamente alcuni cittadini dei comitati castellani che da tempo operano per una diversa politica rifiuti, economica ed ambientale nel bacino Castelli Romani. Sotto la rassegna stampa completa degli ultimi accadimenti su Roma e Castelli Romani circa l’ambito rifiuti, oltre al link Rai per vedere la puntata di “Blob” diretta da Fabio Masi, Ecofobia. Buona lettura e buona visione.

  • Blob, Rai 3, domenica 23 novembre 2014, Ecofobia. Clicca qui o qui per vedere la puntata.
  • La mostruosità della nostra monnezza finisce su Rai 3. Castelli Notizie, autrice Maria Lanciotti, clicca qui.
  • Discarica di Velletri, video di Rai 3 con la denuncia di Daniele Castri. Il Caffè, clicca qui.
  • Velletri, l’ex cava di Lazzaria posta sotto sequestro. Castelli Today, clicca qui.
  • Lazio, rimossa dopo concorso fantasma. E’ nominata vice all’Arpa ma è indagata. Il Fatto Quotidiano, autore Luca Teolato, clicca qui.
  • Velletri, sigilli all’ex cava che vogliono trasformare in discarica. Il Mamilio, clicca qui.
  • Velletri, Aspal: “Sull’impianto biogas siamo entrati in guerra”. Le Città, clicca qui.
  • Rifiuti, a Rocca di Papa incontro sui centri per il riuso. Castelli News, clicca qui.
  • Latina, rifiuti d’oro: altri sette arresti per la discarica. Il Messaggero, clicca qui.
  • Distraevano fondi Regione Lazio per risanamento discariche, sette arresti. Adn Kronos, clicca qui.
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Come stiamo in salute? Articolo a cura della Dott.ssa Patrizia Gentilini

_(Fonte articolo, Dottoressa Patrizia Gentilini) Una delle più frequenti obiezioni che viene mossa a noi medici “allarmisti” è che, in barba ai rischi ambientali, la speranza di vita – almeno nei paesi occidentali – non solo è cresciuta, ma sta ulteriormente aumentando. Sembrerebbe quindi che i veleni ( metalli pesanti, agenti cancerogeni, diossine, particolato ultrafine, pesticidi, radiazioni e chi più ne ha più ne metta….) per i quali tanto ci agitiamo, non fossero poi così pericolosi né in grado di danneggiarci più di tanto. Forse, ancora una volta, purtroppo, i dati ci danno ragione: anche i più recenti dati dell’Eurostat confermano ciò che da alcuni anni era noto, ossia che nel nostro paese aumenta sì l’aspettativa di vita alla nascita, ma è purtroppo in drastica diminuzione la speranza di vita in salute, ovvero viviamo di più ma sempre più da ammalati!

01Cosa ci dice questo grafico?
Nel 2004 l’Italia era, come si può vedere dal grafico linea verde, fra i migliori paesi in Europa e per chi nasceva nel 2004 le femmine , all’età di 65 anni, avevano mediamente altri 11 anni da vivere in salute ed i maschi oltre 12. Per i nati nel 2012 invece la speranza di vivere in salute dopo i 65 anni è di 7 anni per le femmine e di quasi 8 anni per i maschi e siamo addirittura al di sotto del valore medio che si registra in Europa! Come è stato possibile “perdere” in soli 8 anni oltre 4 anni di vita in buona salute per i nuovi nati? Cosa sta succedendo?
E’ sotto gli occhi di tutti che la nostra salute sta rapidamente deteriorandosi per l’aumentare di patologie cronico-degenerative, in particolare malattie metaboliche, diabete, ipertensione, patologie endocrine, neurodegenerative (in particolare malattia di Alzheimer e morbo di Parkinson) e disturbi neurocomportamentali: per le patologie dello spettro autistico vi è nei bambini un incremento di prevalenza da 1:1200 a 1: 88 in tre decenni!
Anche il cancro, in particolare alcuni tipi di tumore quali prostata, pancreas, mammella, tiroide, linfomi, è in aumento e ciò che più sconcerta è che ormai ad essere affetti non sono solo gli anziani, ma sempre più spesso giovani e bambini. Purtroppo anche qui, ancora una volta, il nostro paese ha un ben triste primato: come si evince dalla sottostante Tabella nei paesi del Nord Europa (NORDCAN) si registrano annualmente, per ogni milione di bambini maschi da 0 a 14 anni 169 nuovi casi di cancro e nelle femmine 150 . Negli Stati Uniti se ne registrano nei maschi 179 e nelle femmine 159 mentre in Italia rispettivamente 191 nei maschi e 163 nelle femmine.

02

Cosa dobbiamo pensare?
Certamente anche la crisi che coinvolge il nostro paese ( ma che certo non risparmia anche gli altri paesi europei) ha un ruolo non secondario, ma dobbiamo chiederci se altri fattori possono entrare in gioco, fattori non solo legati allo “stile di vita” (costantemente invocato tanto da farci spesso sentire in colpa per le disgrazie che ci capitano) ma anche a fattori non dipendenti dalle nostre scelte quali i fattori ambientali, ovvero dove viviamo, quali inquinanti ci sono nell’aria che respiriamo o nel cibo che mangiamo e che sono tanto più pericolosi quanto più precocemente avviene l’esposizione.
E’ ormai assodato che la vita fetale è il momento più cruciale per la nostra salute non solo nell’infanzia ma anche nell’età adulta e che molte patologie possono avere la loro origine in una sorta di “sprogrammazione” di tessuti ed organi che avviene già nella vita intrauterina.
Numerosi studi condotti in Europa e USA hanno rilevato la presenza di centinaia di molecole chimiche di sintesi, molte delle quali estremamente pericolose, tossiche e cancerogene (mercurio e metalli pesanti in genere, ritardanti di fiamma, pesticidi, PCBs e altri perturbatori endocrini) in placenta, nel sangue cordonale e nel latte materno e lavori pubblicati su prestigiose riviste come Lancet hanno messo in relazione l’insorgenza di tumori e disturbi cognitivi nell’infanzia con esposizioni ambientali.
In particolare nel novembre del 2006 un articolo pubblicato su The Lancet a firma di un pediatra (Landrigan) e di un epidemiologo (Grandjean), della Harvard School of Pubblic Health aveva posto con forza il problema di una possibile “pandemia silenziosa” circa i danni neuro-psichici che si starebbe diffondendo, nell’indifferenza generale, interessando il 10% dei bambini del cosiddetto mondo occidentale. A distanza di sette anni gli stessi Autori (Grandjean e Landrigan) hanno aggiornato, ancora sulle pagine di Lancet, i dati della letteratura scientifica sulla “pandemia silenziosa”, sottolineando come alcuni recenti studi prospettici, in cui sono state misurate le esposizioni materno-fetali, abbiano hanno documentato effetti neurotossici a livelli di esposizione molto più bassi di quelli prima ritenuti sicuri.
Come è possibile che queste problematiche siano così gravemente trascurate non solo dai politici che compiono costantemente scelte dalle indubbie conseguenze sulla nostra salute (si pensi al riutilizzo delle ceneri degli inceneritori nel cemento o al via libera alle trivellazioni per la ricerca del petrolio del recente decreto “sblocca Italia”), ma spesso dalla stessa classe medica, volta più a cercare di porre rimedio che a preoccuparsi adeguatamente di indagare ed operare per rimuovere i rischi ambientali?

Concludendo
Risulta difficile non pensare che i tristi primati sopra ricordati non siano correlati all’altro triste primato che deteniamo nel campo della corruzione: l’ultima graduatoria di Transparency International segna infatti un grave arretramento del nostro Paese per cui, rispetto al 2011, su 174 nazioni prese in considerazione, l’Italia scivola dal 69esimo al 72esimo posto, superata da Ghana, Romania e Brasile. Va ricordato che un paese corrotto non paga solo un prezzo sul piano economico, ma anche sul piano ambientale e sanitario perchè, ad esempio, i controlli sono assenti o inadeguati ed un paese più inquinato è anche un paese più ammalato. Le “mappe” di corruzione, inquinamento e malattie si sovrappongono e ciò che la Terra dei fuochi ci ha insegnato non è un esempio isolato, ma il paradigma di ciò che avviene in tutto il paese, a cominciare proprio dal profondo e “civile” Nord! Crediamo che sia davvero inutile continuare a chiedere soldi per la ricerca o l’assistenza se non si sposta con fermezza l’attenzione anche sul versante della riduzione dell’esposizione agli inquinanti ambientali, ovvero sulla Prevenzione Primaria.

Bibliografia
Grandjean P, Landrigan PJ. Developmental neurotoxicity of industrial chemicals. Lancet 2006;368:2167–2178
Grandjean P, Landrigan PJ. Neurobehavioural effects of developmental toxicity. Lancet Neurol 2014;13:330-38.


Situazione rifiuti Castelli Romani e Roma, rassegna stampa completa circa gli ultimi “accadimenti”

Immagine_Da Albano Laziale a Velletri passando per Roma, la situazione rifiuti nel Lazio (o di porzioni del suo territorio) lascia i cittadini in ansia e non prevede ancora, nel 2014, politiche coraggiose e veramente virtuose che possano segnare un cambio di passo netto se non per il presente almeno per il prossimo futuro. Con enorme abnegazione i movimenti dei cittadini proseguono a tamponare situazioni bizzarre cercando di tutelare salute, economia pubblica e territori, il tutto proponendo e promuovendo. Istituzioni che hanno un ruolo primario e ancora davvero assenti. Sotto i principali articoli di questi giorni, buona lettura.

  • Roncigliano, discarica di Albano Laziale – Castelli Romani. Pontina Ambiente (societa che gestisce il sito): “Nessun percolato sparito”. Fonte articolo, Castellinews, clicca qui per leggere.
  • Discarica di Albano Laziale – Castelli Romani, presidio cittadino di sabato scorso. Ancora un presidio nel cimitero dei veleni di Roncigliano. Articolo di Castelli Notizie, clicca qui per leggere. Autrice Maria Lanciotti.
  • Ieri presidio cittadino sotto gli uffici della Regione Lazio contro questa politica dei rifiuti. Comunicato del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale, clicca qui per leggere.
  • Discarica e “bio”gas a Velletri. De Felice sull’impianto “bio”gas: “Il sindaco sospenda quel progetto scellerato”. Articolo di Castelli Notizie, clicca qui per leggere.
  • Discarica di Albano Laziale, presidio cittadino di sabato scorso. No Inc ognissanti, Flavio Gabbarini unico sindaco presente. Articolo di Osservatore Italia, clicca qui per leggere. Autrice Maria Lanciotti.
  • Discarica di Albano Laziale. Sul disastro ambientale di Roncigliano ora i sindaci fanno la voce grossa. Articolo di Castelli Notizie, clicca qui.
  • Roma, scandalo rifiiuti Rocca Cencia, sotterrati migliaia di farmaci, tra cui vaccini e antibiotici. Articolo di Osservatore Italia, clicca qui.
  • Rifiuti, la Corte Europea boccia il Lazio, smaltimento dei rifiuti illegale fino al 2012. Fonte articolo, Il Messaggero, clicca qui.
  • Sit in di protesta di fronte i cancelli della discarica di Albano Laziale. Fonte articolo, Eco 16, clicca qui.

Comunicato stampa “No Inc” – Processo rifiuti, ordinanza storica, il tribunale dice si alle intercettazioni “raccolte”

02_Avviso per la cittadinanza: per tutti i prossimi appuntamenti in programma sul territorio castellano per ciò che concerne la questione rifiuti andare alla pagina delle “news” di questo sito. Buona lettura e partecipazione!

_(Fonte articolo dai seguenti giornali: Il Mamilio, clicca qui, Le Città, clicca qui e Osservatore Italia, clicca qui) Si è tenuta mercoledì scorso 22 ottobre alle ore 9,30 in punto, al piano-terra della palazzina A del Tribunale penale di piazzale Clodio di Roma, la sesta udienza del “processo (a rito immediato) Cerroni”. Ad Albano, certi politici aspiranti amministratori straparlano, accecati dal riflesso della propria immagine. Gli amministratori pubblici tacciono di fronte ad evidenze gravi ed allarmanti per la salute dei cittadini. E i pennivendoli scrivono, a mezzo stampa e sui social network, davvero di tutto, fuorché la realtà dei fatti. Ma in realtà, la prima sezione del collegio penale di Roma, presieduta dal dott. Giuseppe Mezzofiore, ha emesso alle ore 17,00 in punto, dopo oltre 6 ore di camera di consiglio, una ordinanza storica che ha decretato che tutte le intercettazione telefoniche e registrazioni ambientali effettuate dalle procure di Velletri e Roma dal 2008 al 2013, relative all’inceneritore di Albano ed al VII invaso della discarica di Roncigliano, rispettano i termini di legge e potranno essere utilizzate nel “processo (a rito immediato) Cerroni”, in pieno e veloce corso di svolgimento. Finalmente, tutti i cittadini potranno ascoltare, con dovizia di particolari, cosa dicevano al telefono e di persona gli amministratori e funzionari pubblici che flirtavano col “sistema Cerroni”. A cominciare, certo, dall’ormai celeberrima intercettazione in cui (secondo il P.M. Alberto Galanti e il G.I.P. Alessandro Battistini) l’avvocato del Gruppo Cerroni, Avilio Presutti, avrebbe letteralmente “dettato” all’ex Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo l’ordinanza fuorilegge n. Z-0003 del 22 ottobre 2008, poi bocciata sia dal Tar Lazio sia dal Consiglio di Stato. Ordinanza necessaria a garantire, costi quel che costi, il mezzo miliardo di euro di soldi pubblici CIP 6 necessari al Coema – targato Cerroni, Acea ed Ama – per costruire l’Inceneritore più grande d’Europa a spese dell’erario pubblico. In buona sostanza, il lavoro portato avanti dagli inquirenti ed investigatori delle Procure di Velletri e Roma era ed è tutto assolutamente corretto. Bravi, mille volte bravi. A tutti loro, va il plauso dell’intera comunità dei Castelli. Prossimo appuntamento del “processo Cerroni” per martedì 25 novembre ore 09,30, aula 3 palazzina B, per la settima udienza. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

_(Fonte articolo, Roma Report, Al processo Cerroni ammessa gran parte delle intercettazioni telefoniche, clicca qui) Scontro tra accusa e difesa al processo Cerroni. I pm incassano il sì del Tribunale sull’ammissibilità di gran parte delle intercettazioni telefoniche. Sono state così respinte le richieste della difesa di Manlio Cerroni di inutilizzabilità o annullamento delle intercettazioni per il mancato deposito da parte del pm dei verbali e del brogliaccio alla fine delle indagini preliminari. Il collegio ha respinto anche altre eccezioni sollevate sempre dalle difese, come quelle (avanzate dai legali di Luca Fegatelli e Raniero De Filippis, alti dirigenti della Regione Lazio a processo) sulla tempistica delle iscrizioni nel registro degli indagati e sugli eccessivi oneri economici che andrebbero sostenuti per estrarre dai supporti informatici copie delle intercettazioni.


Acqua avvelenata, il pm chiede 180 anni di carcere

07_(Fonte articolo, La Stampa, clicca qui) Bussi è un paesino incastonato nella vallata abruzzese alla confluenza dei fiumi Pescara e Tirino. Per decenni ha ospitato un’importante industria chimica della Montedison e la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici e pericolosi in Europa, che avvelenava la falda da cui si abbeveravano 500 mila persone. Trenta ettari e 2 milioni di metri cubi contaminati, inquinamento nei terreni fino a dieci metri di profondità e nelle acque fino a 120 metri, più di trenta sostanze cancerogene e tossiche ben oltre i limiti di legge con valori fino a 660 mila volte. Quando «La Stampa» ne scrisse per la prima volta, sei anni e mezzo fa, se ne occupavano in pochi: la Procura di Pescara, il Corpo Forestale e un manipolo di militanti ambientalisti come Augusto De Sanctis, che aveva prelevato i campioni di acqua e diffuso i dati sull’allarmante contaminazione, sopperendo all’inerzia degli enti pubblici. Ora sappiamo che l’ignoranza, all’epoca, era finte. Molti sapevano, e da tanti anni: imprenditori, manager, autorità pubbliche. «Sono stati commessi crimini tra i peggiori del genere in Italia, sulla testa di decine di migliaia di persone. Le pubbliche autorità avvertirono Montedison dell’inquinamento delle acque dei pozzi e non i cittadini, le vittime». Lo ha detto il pm Anna Rita Mantini nella requisitoria con cui ha chiesto, per 18 dei 19 imputati (vertici amministrativi, manager, funzionari Montedison), pene da 4 a 12 anni, per un totale di 180 anni di carcere per avvelenamento delle acque e disastro ambientale. La Procura ha ritrovato uno studio del 1981 tenuto riservato dalla Montedison in cui si dichiarava per mercurio e piombo «grave compromissione dell’ecosistema del fiume Pescara fino all’Adriatico». «Non ci conviene», è invece scritto in un appunto, riconducibile ai vertici Montedison, a commento della relazione di una società esterna, che nel 1993 segnalava la grave situazione di inquinamento con «probabile rischio per prodotti agricoli» e «la preoccupazione per eventuali utenti dell’acqua sotterranea a valle dello stabilimento e a valle delle discariche», sottolineando che le attività erano inadeguate e proponendo investimenti sia per il risanamento che per lo studio degli effetti sulla salute. Lo studio fu ignorato e, secondo la Procura, gli investimenti ambientali ridotti dell’85 per cento. Nel corso della requisitoria, Mantini si è soffermata anche sul «dato dell’omertà» riscontrata nelle indagini, spiegando inoltre che c’è il «terribile sospetto che anche i dati pubblici venivano alterati» con una «sistematica falsificazione». Un’affermazione supportata da alcune slide mostrate nell’aula della Corte d’assise, con le tabelle in cui i dati veri del mercurio e quelli falsi passavano, per esempio, da 100 a 14. Il pm in aula ha mostrato una e-mail interna tra due dipendenti in cui uno «si lamentava con l’altro che era troppo sistematica l’alterazione». Ora la parola passa alle parti civili, quindi ai difensori degli imputati. Sentenza prima di Natale. A novembre, invece, è prevista l’udienza preliminare dell’altro troncone del processo, in cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque amministratori e tecnici dell’acquedotto, dell’Asl e dell’Ato (ente idrico territoriale), per aver distribuito acqua contaminata da sostanze pericolose per la salute. Lo Stato, qualche anno fa, aveva valutato in otto miliardi di euro i danni ambientali per la maxi discarica dei velini. A sette anni dal sequestro, la bonifica non è ancora cominciata. Uno studio dell’agenzia sanitaria regionale, sia pure parziale, ha evidenziato che i due comuni abruzzesi in cui si registra una frequenza decisamente più alta di tumori sono proprio Bussi (dove sorge il polo chimico) e Popoli, cittadina limitrofa dove risiedevano molti lavoratori. Un’indagine epidemiologica a tappeto, pur chiesta da anni, non è mai stata effettuata. Il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua ha rinnovato la richiesta alla luce di «una requisitoria che rimarrà scolpita nella storia».


Rifiuti tossici, il pentito Vassallo: “Pagavamo tutti, mai avuto un controllo”

01_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, Redazione, clicca qui) “Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano”. Così inizia il racconto del “ministro” della monnezza per i Casalesi. Il grande accusatore dell’ex viceministro Cosentino ricorda gli incontri con Craxi, accusa grandi imprese pubbliche come Enel e Italsider. E rivela una trattativa con gli 007 per arrestare Iovine e Zagaria. Andata a vuoto”. Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano. Abbiamo scaricato milioni di tonnellate di rifiuti tossici ovunque possibile. Non ho mai messo un telo di protezione, non ho mai avuto un controllo, pagavamo e vincevamo sempre noi”. Un racconto freddo, tanto chirurgico quanto inquietante. Poche parole: la fotografia del disastro di una terra. A parlare al Fatto Quotidiano è il pentito Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, protagonista di quei traffici illeciti che, per anni, hanno trasformato aree della Campania in pattumiera del Paese. C’è un primo equivoco da chiarire e Vassallo aiuta a farlo: “Quando è arrivato il commissariato di governo per gestire l’emergenza rifiuti, nel 1994, la musica non è cambiata”. E ricorda: “Venne a parlarmi il boss Feliciano Mallardo e mi disse: ‘Cumpariè dobbiamo fare i lavori presso la discarica di Giugliano, volete lavorare?’; io rifiutai e scelsero un’altra ditta del clan”. Di imprenditoria criminale in imprenditoria criminale, una linea di continuità anche quando lo Stato si commissaria per escludere la camorra dal ciclo. Da metà anni 80 al 2005, vent’anni di veleni tossici disseminati ovunque e di gestione criminale del ciclo dei rifiuti urbani e industriali. Il ventre della terra ha digerito ogni cosa: fanghi industriali, ceneri degli inceneritori, residui farmaceutici, acidi, calce spenta, scarti di bonifica, veleni a milioni di tonnellate. In due decenni un fiume di pattume si è riversato nel cuore fertile della terra campana. Ma questa è la storia criminale di un ex agente dello Stato, ritrovatosi imprenditore in una terra senza legge, in un settore senza controllo, dove i soldi tracimavano a valle. Dal nulla diventato referente dell’imprenditoria affaristica per abbattere i costi di smaltimento degli scarti industriali del nord produttivo. Vassallo, con le sue dichiarazioni, consegnate ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, Alessandro Milita – il pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli – descrive l’inferno, le coperture politiche, i rapporti con la massoneria di una cricca di imprenditori al soldo della camorra. Vassallo è il grande accusatore di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, finito sotto processo per camorra, e di Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, destinatario di una misura cautelare, annullata dal Riesame. Incontriamo il pentito in carcere, accompagnato dall’avvocato Sabina Esposito. Il collaboratore sta scontando una condanna per l’affare Ce4, il consorzio di bacino che aveva come braccio imprenditoriale i fratelli Orsi, legati ai Casalesi, e referente politico Nicola Cosentino. E la politica piaceva tanto anche a Vassallo. “Io negli anni ottanta ero del partito socialista, facevo le riunioni con Giulio Di Donato, organizzavamo le campagne elettorali. Io, quando potevo finanziavo il Psi. Come imprenditore vicino al partito ho fatto anche incontri a Roma alla presenza di Bettino Craxi. Furono gli anni in cui conobbi Luigi Cesaro, Giggino ‘a purpetta. Eravamo della stessa corrente”. Finito il sogno socialista, Vassallo cambia bandiera: “Passo a Forza Italia, sono stato anche iscritto al partito, ho fatto tessere, sostenuto campagne elettorali, ma noi facevamo affari con tutti, destra e sinistra”. I partiti a Vassallo son sempre piaciuti, perché questa storia è anche e soprattutto la fotografia di un intreccio tra clan, impresa, professioni e mondo politico. Ma è un racconto che inizia da lontano. Vassallo si è deciso a parlare dopo aver ascoltato ex collaboratori e altre figure, raccontare questa storia per sentito dire infarcita di strafalcioni e false piste. “Io ho visto tutta la schifezza che abbiamo sputato nella terra. Una volta scaricammo fanghi, liquidi che erano scarti di lavorazione di un’industria farmaceutica. Poco dopo i ratti si sono estinti, sono spariti”. Immagini dall’orrore. Un’organizzazione criminale che ha risolto la crisi rifiuti toscana prima, della provincia di Roma poi e offerto soluzioni economiche alle imprese del nord, agli impianti che dovevano smaltire. Il capitalismo aveva trovato nell’imprenditoria di camorra lo sbocco per ridurre i costi di smaltimento del pattume industriale. A prezzo della salute di un popolo, in un’area quella di Giugliano, in provincia di Napoli, dove una perizia consegnata alla Procura, fissa per il 2064 la morte di ogni forma di vita. “Mi vergogno, avrei dovuto pentirmi prima”. Lo fa nell’aprile del 2008. “Avevo paura. Quando il killer Giuseppe Setola è uscito su Castel Volturno ha cominciato a fare i morti. Un componente del clan mi disse che non era controllabile. Così mi sono pentito. Non ce la facevo più. Ho cambiato vita, allo Stato ho consegnato tutte le mie ricchezze”. In quell’anno Setola e il suo gruppo di fuoco hanno ammazzato anche Michele Orsi, imprenditore che aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pubblici ministeri, ma non era un pentito. “Sergio e Michele Orsi erano legati al clan. Prima dell’ omicidio di Michele avevo detto agli inquirenti che sia Sergio che Michele erano stati designati perché non avevano mantenuto gli accordi con la camorra. Il clan gli aveva fatto la cartella (aveva stabilito di doverli ammazzare, ndr). Dovevano morire e il clan mantiene gli impegni. Gli Orsi avevano tanti amici, funzionari, imprenditori, erano in rapporti anche con un magistrato”. Vassallo ricorda l’inizio di questo horror didistruzione,morteeterrastuprata. “Ha iniziato mio padre, non sapeva neanche scrivere. Le carte le compilavano gli amici sul comune. Teneva la cava di pozzolana, rimanevano grosse buche. Un conoscente gli ha suggerito di buttarci i rifiuti. In quel periodo io facevo l’agente di polizia penitenziaria, l’ausiliare, mi sono congedato nel 1980, l’anno della strage di Bologna. Tornai a casa”. “Dopo due anni fondai la prima società. Fino ad allora, abbiamo gestito appalti con gli enti pubblici per svariati milioni al mese senza partita iva, senza ditta, senza niente”. Le discariche, non solo la sua, venivano gestite così: “Non abbiamo mai messo un telo di protezione, il percolato finiva in falda, non c’era neanche una vasca di raccolta, bruciavamo i rifiuti per liberare spazio, facevamo quello che volevamo”. Il percolato, liquido inquinante, risultato della decomposizione dei rifiuti organici, inquina le falde, stupra la carne viva della terra. “Presto cominciammo anche con gli speciali, la Regione mi autorizzò allo smaltimento anche di quelli”. È l’inizio dell’eldorado quando la consorteria criminale scopre il business dei rifiuti dal nord, prima quelli dei Comuni, poi quelli industriali. La discarica di Vassallo, a Giugliano, Comune in provincia di Napoli,sitrasforma in un girone dell’inferno così come gli altri buchi, nei dintorni, sotto l’egida assoluta dei clan. E i controlli? “Ci davano tutte le autorizzazioni di cui avevamo bisogno, chi doveva controllare era a nostro libro paga”. “In provincia le autorizzazioni le dava l’assessore Raffaele Perrone Capano dei liberali (arrestato nel 1993, condannato in primo grado, poi assolto per falso e prescritto per corruzione e abuso d’ufficio, dal 2001 è stato reintegrato come professore alla Federico II). Ci dava indicazioni che non rispettavamo mai. Io davo i soldi a Perrone Capano, i contributi per il suo partito. A volte li davo a lui, altre volte al suo autista”. “Io sono stato l’imprenditore dei rifiuti per conto di Francesco Bidognetti”. Gaetano Vassallo era il ministro dei rifiuti dei Casalesi, il responsabile degli scarichi tossici agli ordini di Bidognetti, Cicciotto ’e mezzanotte, il capo assoluto del clan, oggi rinchiuso al 41 bis. L’ex agente, diventato imprenditore, conosce la camorra in quegli anni di gloria. “La faccia della camorra l’ho conosciuta con Santo Flagiello, che faceva la latitanza a casa mia. Poi il primo incontro con il boss Francesco Bidognetti. Mi disse: ‘Tu mi rappresenti in questo affare’”. La struttura organizzativa era molto semplice. “C’erano le società commerciali che si occupavano dell’intermediazione e del trasporto tutte controllate da Gaetano Cerci, camorrista, nipote del boss Francesco Bidognetti, che aveva la società Ecologia 89. Poi c’erano tre imprenditori, io, Luca Avolio e Cipriano Chianese che avevamo le discariche”. I colletti bianchi dei Casalesi, proprio Gaetano Cerci è stato nuovamente arrestato qualche giorno fa con l’accusa di estorsione. Vassallo continua: “Utilizzavamo le certificazioni che avevamo, anche se le discariche erano esaurite. I rifiuti ufficialmente venivamo smaltiti nei nostri impianti, ma finivano nei campi, sotto la Nola-Villa Literno, nei terreni incolti, in altre cave. Tutto senza controllo”. La rete era estesa. Vassallo ricorda un’altra presenza costante in questo affare: la massoneria. “Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti”. Nel 2006 la procura di Napoli chiese addirittura l’arresto di Licio Gelli, il gip Umberto Antico negò la misura. I pm scrivevano: “I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, la Torre, Quadrano, Di Dona, sia de relato che per scienza diretta”. Ora arrivarono anche le parole di Vassallo, ma Gelli da quella indagine ne è uscito pulito. Un altro che conta era Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, sotto processo per disastro ambientale e collusione con i clan. Chianese, nel 1994, si candidò con Forza Italia, ma non fu eletto. “Chianese è stato l’ideatore dell’organizzazione. Aveva conoscenze importanti, era amico di un generale dei carabinieri. A Chianese lo stato ha preso solo una parte dei beni, molti soldi li ha macchiati (nascosti, ndr)”. Il sistema rodato era soldi in cambio dell’appalto. A Vassallo chiediamo se negli anni di rapporto con i politici, tra mazzette e collusioni, ne ha mai trovato uno che si è opposto. “No, non ho visto nessuno opporsi”. E dal nord produttivo, dalle aziende del Paese arrivava di tutto. “Abbiamo scaricato le ceneri degli inceneritori del nord, gli scarti dell’Italsider di Taranto, la calce spenta dell’Enel di Brindisi e di Napoli, i fanghi industriali, gli scarti tossici proveniente dalla bonifica dell’Acna di Cengio, gli acidi, tonnellate di rifiuti dalle aziende del settentrione. Di certo posso dire: non abbiamo scaricato i rifiuti nucleari”. E cita le aziende come “i Bruscino che trasportavano gli scarti di lavorazione dell’Enel, la ditta Perna Ecologia”, un lungo elenco di aziende che hanno scaricato veleni per anni. Le imprese produttrici non si preoccupavano di dove andava, a prezzo stracciato, il loro pattume tossico. Contattavano gli intermediari, i trasportatori, e i carichi partivano. Quando gli chiedi l’ammontare dei rifiuti scaricati, Vassallo allarga le braccia e scuote la testa. Il principio ispiratore era uno soltanto: non si rischiavano niente in un Paese, l’Italia, dove a distanza di anni la maggior parte dei processi per delitti contro l’ambiente finisce in prescrizione. Basso rischio e palate di soldi. Vassallo spiega: “Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana, andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani, raccolti nei comuni dell’hinterland”. Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici, occultati sotto quelli domestici. “Un pozzo senza fine. Guadagnavo 5 milioni di lire a carico, al clan davo 10 lire al kg, ma li fottevo sul peso e sugli arrivi. Ogni giorno arrivavano anche 30 camion. Una cosa come 150 milioni di lire ogni santo giorno. Si iniziava a scaricare alle 4 del mattino, c’era una fila di camion dalla discarica fino alla strada”. Fotteva i clan Vassallo e, quando occorreva, usava le buche di Stato grazie a buoni amici. Vassallo ricorda quello che poteva diventare lo spartiacque, il momento di cesura di questo orrendo spartito criminale: il 1993. “Fummo arrestati tutti nell’inchiesta Adelphi proprio per i traffici di rifiuti . Io fui prosciolto, ma ero colpevole. Se fosse andato diversamente quel processo, la Campania si sarebbe risparmiata altri 15 anni di veleni”. E ricorda un particolare. “Venne un magistrato per chiedermi di collaborare. Il nostro accusatore era Nunzio Perrella, un boss di Napoli che si era pentito. Io ci pensai, ma poi in carcere ebbi un colloquio con mio padre”. E il padre gli portò i saluti dei Casalesi. “Mi disse che lo aveva avvicinato Francesco Bidognetti per rassicurarlo sulla copertura economica”. Tutto ricominciò. Dopo gli arresti arrivò lo Stato. “Noi ci dedicammo solo ai traffici di rifiuti industriali. Nel 1994 la gestione dei rifiuti solidi urbani viene affidata al commissariato di governo. Aveva l’obiettivo di avviare un ciclo di gestione ed estromettere la camorra dal pattume”. Non cambiò nulla, l’imprenditoria dei clan era l’unica a lavorare. “Il commissariato mi ha dato un paio di milioni di euro, loro ci lasciarono una parte della cava, dovevamo fare la messa in sicurezza, ma noi facevamo finta e continuavamo a scaricare”. Il business era redditizio. “Arrivavano le motrici con i fanghi che fintamente venivano trattati negli impianti di compostaggio dei fratelli Roma. Facemmo un macello, li abbiamo scaricati nei terreni dei contadini . A Lusciano, a Villa Literno, a Parete, a Casal di Principe. Poi dopo aver scaricato passavamo con il trattore per muovere la terra”. Con l’arrivo del commissariato, la camorra raddoppia. In particolare Vassallo ricorda: “Giuseppe Carandente Tartaglia, era emanazione, prima dei Mallardo e poi del boss Michele Zagaria. Me lo disse Raffaele ’o puffo, il figlio di Francesco Bidognetti. L’azienda di Carandente Tartaglia ha lavorato prima in sub-appalto per il consorzio Napoli 1 e dopo per Fibe (la società del gruppo Impregilo che aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti in Campania, ndr). Carandente Tartaglia si vantava di avere un rapporto da anni anche con un ingegnere importante di Fibe, al quale garantiva la copertura della camorra, ma non ricordo il nome”. Nel 2008 quelle sigle societarie, già operative nel ’95, realizzeranno la discarica di Chiaiano per conto del commissariato di governo. Sul ruolo nell’emergenza rifiuti di Antonio Iovine e Michele Zagaria, per 15 anni latitanti, e poi catturati, Vassallo non ha dubbi. “I terreni dove sono stoccate le balle di rifiuti (dalla Fibe grazie a un’ordinanza commissariale, ndr), sono di soggetti legati al boss Zagaria”. In questo cammino criminale, Vassallo è sempre stato in prima linea, prima come protagonista della mattanza ambientale, poi offrendo il supporto quando necessario ai fratelli Orsi nell’affare Ce4. Era nella cabina di regia con i boss di primo ordine. Così gli chiediamo di eventuali rapporti di Zagaria e Iovine con pezzi dello Stato. E lui racconta un particolare inedito che apre interrogativi. “Ho incontrato agenti dei servizi segreti nel periodo 2006-2007. Mi hanno contattato perché volevano arrestare Iovine e Zagaria. Un mio amico carabiniere di Roma venne da me insieme a due persone che presentò come agenti dei servizi. Ci sono stati tre incontri, due in un albergo e un altro all’uscita autostradale di Cassino. Potevo incontrare Iovine, ’o ninno, e Zagaria in qualsiasi momento. Li conoscevo, io ero imprenditore del clan. Il patto era di fargli arrestare i due latitanti in cambio di mezzo milione di euro, 200 mila euro per Iovine, 300 mila per Zagaria. Io chiesi anche la garanzia della libertà per me, ma non accettarono. L’accordo saltò”. Iovine, oggi collaboratore di giustizia, viene arrestato nel 2010, dopo 14 anni di latitanza, e Zagaria nel 2011, dopo 16 anni. Il racconto del pentito pone una domanda: si potevano arrestare prima? Gaetano Vassallo aspetta di uscire dal carcere per tornare alla sua nuova vita: dipendente di un supermercato. Mentre si alza ripensa alla mattanza ambientale. “Non si può fare niente. Io parlo dell’area dove smaltivamo io e Chianese. È impossibile bonificare”. È una peste, un inferno senza fine.


Inquinamento e spazzatura, a Colleferro la situazione è esplosiva

07_(Fonte articolo, L’Espresso, clicca qui) E’ una sensazione sottile quella che ti prende quando superi il cartello “Benvenuti a Colleferro”. Un senso di controllo millimetrico. Invisibile, quasi un pulviscolo che entra nei pori. Qualcosa lo intuisci subito: quei capannoni bianchi e anonimi, le colline evidentemente artificiali, il buster di un missile sulla rotonda, a dare il benvenuto nella città della chimica e dei veleni. Non è un luogo qualsiasi. Colleferro non lo è mai stato, fin dal 1912, quando l’ex zuccherificio Valsacco si trasformò in una delle prime fabbriche di esplosivi del Regno. Luogo strategico, con una città parallela nel sottosuolo, fatta di rifugi a prova di esplosioni, costruiti per accogliere l’intera popolazione durante l’ultima guerra, quando gli alleati puntavano a distruggere il cuore dell’armamento italiano. Città dei veleni, che ha prodotto – e ancora produce – molecole tremende. Come il β-esaclorocicloesano, la formula diventata un incubo da queste parti. Destinazione che Zingaretti avrebbe scelto per accogliere la monnezza di Roma. Veleni su veleni. Per capire Colleferro occorre un primo sommario inventario. C’è la Simmel, fabbrica di esplosivi per uso militare, oggi controllata da un gruppo inglese. Poco distante la Avio – già gruppo Fiat – sforna il propellente per i missili Arianne 5 e Vega, testati nell’area chiamata “3C”. A duecento metri in linea d’area della centrale piazza Italia l’Italcementi appare come una imponente macchina grigia, che da tempo chiede di poter ingoiare anche rifiuti. Oltre la ferrovia due inceneritori si offrono come soluzione per la monnezza romana, cercando di dimenticare la pesante inchiesta della procura di Velletri, che sequestrò tutto nel 2009. Un sistema che si completa con la gigantesca discarica di Colle Fagiolara – la seconda del Lazio, ad un paio di chilometri dalla città – che ha resistito ad un incendio scoppiato con il primissimo caldo dell’inizio dell’estate. Un invaso che fino a pochissimo fa accoglieva rifiuti non trattati, violando le norme europee. All’origine di tutto c’era un colosso della chimica, la Caffaro. Produceva Ddt, usando la molecola del Lindano, ormai vietata da decenni. Sostanza che gli abitanti della città hanno imparato a conoscere con il nome impronunciabile di β-esaclorocicloesano. I fusti con i residui fino agli anni ’80 sono stati interrati alle porte della città, nei tre siti Arpa 1, Arpa 2 e Cava di pozzolana, a pochi metri da dove oggi funzionano gli inceneritori. Nel 1992 la Pretura di Velletri aveva condannato a pochi mesi di reclusione una parte della dirigenza. Nessuno, però, pensò alla bonifica mentre quei veleni continuavano a contaminare l’intera valle del fiume Sacco, da Colleferro fino a Ceccano, nel cuore della Ciociaria. Una sessantina di chilometri di terra avvelenata, migliaia di capi di bestiame abbattuti e un incubo che segnerà per sempre la popolazione. Dal 2006 le autorità sanitarie hanno iniziato a cercare i resti del Ddt nel sangue degli abitanti, trovando – in centinaia di casi – valori oltre ogni limite di sicurezza. “So che non potrò mai più allattare mio figlio”, racconta una contadina di Morolo, che – come altre decine di aziende – ha prima perso il bestiame, per poi avere la vita segnata. Oggi Colleferro si prepara ad assistere Roma. Per anni ha fornito latte al Lindano alla capitale – fino al 2005, quando scattò l’allarme per la Valle del Sacco – e oggi è pronta a ricevere in cambio la monnezza che rischia di coprire le strade attorno al Colosseo. L’assessore regionale ai rifiuti Michele Civita ha in mente un piano per offrire ad Ama quei due camini – alle porte di Colleferro – per l’incenerimento dei rifiuti romani. L’impianto da un paio d’anni è di proprietà della Regione Lazio, con una piccola partecipazione della municipalizzata romana. E da qui, dalla città dei veleni, ripartirebbe il vecchio sogno di Mario Di Carlo, ovvero l’unione tra Ama e Acea per gestire l’oro della capitale, le migliaia di tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno. Il vecchio progetto, che vedeva coinvolto Manlio Cerroni, dell’impianto di Albano Laziale verrebbe così sostituito da Colleferro. Acea punta apertamente ad espandere il business nel campo dei rifiuti, gestendo, da diversi anni, un inceneritore a San Vittore, l’impianto per il trattamento dell’umido Kyklos di Aprilia (appena sequestrato dalla Procura di Latina, dopo la morte dei operai per esalazioni) e un deposito di combustibile da rifiuti a Paliano, a pochi chilometri da Colleferro. Il principale azionista, il gruppo Caltagirone, da tempo sta investendo proprio sul ciclo “waste-energy”, modello che la società romana cerca di imporre sul mercato laziale. La città degli esplosivi e della chimica è in fondo abituata. I comitati – agguerriti e preparati – locali sanno che davanti a loro c’è da sempre un muro di gomma e quel senso di controllo che forse soffoca più dei veleni. Capita di girare a fare interviste con i giornalisti e di essere fermati per “semplici controlli” in una strada deserta dalle forze dell’ordine. Per una città strategica che sforna esplosivi e propellenti militari in fondo è normale. Meno spiegabile è quel senso di impunità che avvolge chi a Colleferro ha avvelenato le acque, l’aria e la terra. Il processo contro i dirigenti dell’inceneritore, accusati di aver bruciato di tutto e di aver falsificato i dati, è praticamente fermo. Dopo cinque anni le udienze di primo grado stentano a partire, con rinvii di mesi e mancate notifiche. Nessuna condanna è mai arrivata per la devastazione della Valle del Sacco, come in nulla sono finite le inchieste degli anni ’90 sullo stoccaggio dei rifiuti pericolosi. Un povero pastore che aveva cercato di denunciare i veleni che trovava sul pascolo alla fine si è trovato addosso l’etichetta di pazzo e qualche guaio amministrativo. Alla fine quei veleni non hanno un colpevole. La nebbia che difendeva la città dai bombardamenti della seconda guerra mondiale oggi è solo simbolica, ma pesante come non mai. E i rifugi servono a poco, anche se continuano a rimanere segnati sui cartelli stradali.