Inceneritore Colleferro

«I rifiuti di Roma diventeranno combustibile per cementifici»

07_(Fonte articolo, Il Corriere della Sera, clicca qui) I rifiuti della Capitale ? Finiranno bruciati in cementifici e centrali termo-elettriche. Lo rivela il direttore pianificazione strategica di Ama, Leopoldo D’Amico: si tratta, per la precisione di rifiuti già trattati negli impianti della Capitale e trasformati in «frazione combustibile». Nell’ecodistretto di Rocca Cencia, ha spiegato D’Amico durante un’audizione alla Commissione capitolina Garanzia e Trasparenza, «è prevista anche una linea di valorizzazione della parte residuale indifferenziata dei rifiuti che può essere ricondotta in un ciclo di lavorazione e ci permette di produrre la frazione combustibile». Tra i prodotti in uscita dagli ecodistretti ci sarà dunque « anche il combustibile solido secondario, l’evoluzione dell’attuale combustibile derivato dal rifiuto bruciato negli inceneritori e prodotto dai Tmb», ha precisato D’Amico, «solo che il primo – a differenza del secondo – è un prodotto e non un rifiuto». Da mesi si sta definendo «a livello europeo la direttiva sull’end of waste del css, cioè sulla frazione secca a valle del processo di trattamento dei rifiuti fortemente arricchita da materiali che ne nobilitano il potere calorifico: un combustibile per centrale termoelettriche esistenti o cementifici, che hanno la stessa fisica e potere calorifico del polverino di carbone». «Nella nostra ipotesi su Rocca Cencia – aggiunge D’Amico- stiamo avviando un unità di progettazione particolareggiata, con una visione di assieme che ci permette di dire che ognuna di queste filiere di rifiuti saranno all’interno di edifici ben immaginati, ognuno per ogni tipologia: carta, vetro plastica, metalli, ingombranti ed elettrodomestici in cui c’è tutta la lavorazione».


Inquinamento e spazzatura, a Colleferro la situazione è esplosiva

07_(Fonte articolo, L’Espresso, clicca qui) E’ una sensazione sottile quella che ti prende quando superi il cartello “Benvenuti a Colleferro”. Un senso di controllo millimetrico. Invisibile, quasi un pulviscolo che entra nei pori. Qualcosa lo intuisci subito: quei capannoni bianchi e anonimi, le colline evidentemente artificiali, il buster di un missile sulla rotonda, a dare il benvenuto nella città della chimica e dei veleni. Non è un luogo qualsiasi. Colleferro non lo è mai stato, fin dal 1912, quando l’ex zuccherificio Valsacco si trasformò in una delle prime fabbriche di esplosivi del Regno. Luogo strategico, con una città parallela nel sottosuolo, fatta di rifugi a prova di esplosioni, costruiti per accogliere l’intera popolazione durante l’ultima guerra, quando gli alleati puntavano a distruggere il cuore dell’armamento italiano. Città dei veleni, che ha prodotto – e ancora produce – molecole tremende. Come il β-esaclorocicloesano, la formula diventata un incubo da queste parti. Destinazione che Zingaretti avrebbe scelto per accogliere la monnezza di Roma. Veleni su veleni. Per capire Colleferro occorre un primo sommario inventario. C’è la Simmel, fabbrica di esplosivi per uso militare, oggi controllata da un gruppo inglese. Poco distante la Avio – già gruppo Fiat – sforna il propellente per i missili Arianne 5 e Vega, testati nell’area chiamata “3C”. A duecento metri in linea d’area della centrale piazza Italia l’Italcementi appare come una imponente macchina grigia, che da tempo chiede di poter ingoiare anche rifiuti. Oltre la ferrovia due inceneritori si offrono come soluzione per la monnezza romana, cercando di dimenticare la pesante inchiesta della procura di Velletri, che sequestrò tutto nel 2009. Un sistema che si completa con la gigantesca discarica di Colle Fagiolara – la seconda del Lazio, ad un paio di chilometri dalla città – che ha resistito ad un incendio scoppiato con il primissimo caldo dell’inizio dell’estate. Un invaso che fino a pochissimo fa accoglieva rifiuti non trattati, violando le norme europee. All’origine di tutto c’era un colosso della chimica, la Caffaro. Produceva Ddt, usando la molecola del Lindano, ormai vietata da decenni. Sostanza che gli abitanti della città hanno imparato a conoscere con il nome impronunciabile di β-esaclorocicloesano. I fusti con i residui fino agli anni ’80 sono stati interrati alle porte della città, nei tre siti Arpa 1, Arpa 2 e Cava di pozzolana, a pochi metri da dove oggi funzionano gli inceneritori. Nel 1992 la Pretura di Velletri aveva condannato a pochi mesi di reclusione una parte della dirigenza. Nessuno, però, pensò alla bonifica mentre quei veleni continuavano a contaminare l’intera valle del fiume Sacco, da Colleferro fino a Ceccano, nel cuore della Ciociaria. Una sessantina di chilometri di terra avvelenata, migliaia di capi di bestiame abbattuti e un incubo che segnerà per sempre la popolazione. Dal 2006 le autorità sanitarie hanno iniziato a cercare i resti del Ddt nel sangue degli abitanti, trovando – in centinaia di casi – valori oltre ogni limite di sicurezza. “So che non potrò mai più allattare mio figlio”, racconta una contadina di Morolo, che – come altre decine di aziende – ha prima perso il bestiame, per poi avere la vita segnata. Oggi Colleferro si prepara ad assistere Roma. Per anni ha fornito latte al Lindano alla capitale – fino al 2005, quando scattò l’allarme per la Valle del Sacco – e oggi è pronta a ricevere in cambio la monnezza che rischia di coprire le strade attorno al Colosseo. L’assessore regionale ai rifiuti Michele Civita ha in mente un piano per offrire ad Ama quei due camini – alle porte di Colleferro – per l’incenerimento dei rifiuti romani. L’impianto da un paio d’anni è di proprietà della Regione Lazio, con una piccola partecipazione della municipalizzata romana. E da qui, dalla città dei veleni, ripartirebbe il vecchio sogno di Mario Di Carlo, ovvero l’unione tra Ama e Acea per gestire l’oro della capitale, le migliaia di tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno. Il vecchio progetto, che vedeva coinvolto Manlio Cerroni, dell’impianto di Albano Laziale verrebbe così sostituito da Colleferro. Acea punta apertamente ad espandere il business nel campo dei rifiuti, gestendo, da diversi anni, un inceneritore a San Vittore, l’impianto per il trattamento dell’umido Kyklos di Aprilia (appena sequestrato dalla Procura di Latina, dopo la morte dei operai per esalazioni) e un deposito di combustibile da rifiuti a Paliano, a pochi chilometri da Colleferro. Il principale azionista, il gruppo Caltagirone, da tempo sta investendo proprio sul ciclo “waste-energy”, modello che la società romana cerca di imporre sul mercato laziale. La città degli esplosivi e della chimica è in fondo abituata. I comitati – agguerriti e preparati – locali sanno che davanti a loro c’è da sempre un muro di gomma e quel senso di controllo che forse soffoca più dei veleni. Capita di girare a fare interviste con i giornalisti e di essere fermati per “semplici controlli” in una strada deserta dalle forze dell’ordine. Per una città strategica che sforna esplosivi e propellenti militari in fondo è normale. Meno spiegabile è quel senso di impunità che avvolge chi a Colleferro ha avvelenato le acque, l’aria e la terra. Il processo contro i dirigenti dell’inceneritore, accusati di aver bruciato di tutto e di aver falsificato i dati, è praticamente fermo. Dopo cinque anni le udienze di primo grado stentano a partire, con rinvii di mesi e mancate notifiche. Nessuna condanna è mai arrivata per la devastazione della Valle del Sacco, come in nulla sono finite le inchieste degli anni ’90 sullo stoccaggio dei rifiuti pericolosi. Un povero pastore che aveva cercato di denunciare i veleni che trovava sul pascolo alla fine si è trovato addosso l’etichetta di pazzo e qualche guaio amministrativo. Alla fine quei veleni non hanno un colpevole. La nebbia che difendeva la città dai bombardamenti della seconda guerra mondiale oggi è solo simbolica, ma pesante come non mai. E i rifugi servono a poco, anche se continuano a rimanere segnati sui cartelli stradali.


Report Ispra 2014 sui rifiuti urbani: quel compostaggio che non s’ha da fare

01_(Fonte articolo, Il Fatto Qutodiano, clicca qui) Il Report Ispra 2014 appena presentato in data 25 luglio 2014, apre a definitive certezze su cause, motivazioni e soluzioni dell’olocausto della Campania, nato e determinato dai rifiuti speciali, industriali e tossici e che aveva bisogno, per essere realizzato, della “copertura” della malagestione dei rifiuti urbani con conseguente “senso di colpa” indotto nella popolazione, per evitarne la dovuta ribellione civile. La Campania non aveva, e non ha bisogno di altri maxi inceneritori (la sola Acerra garantisce ormai il 26% di incenerito sul totale di rsu con 670.000 tonn/anno vs 2.545.445 = 26%, rispetto al 18 % nazionale e 23% europeo!) ma di impianti di compostaggio (38.000 tonn/ anno vs 2.545.445.= 1.5% rispetto al 15% di media nazionale!) E sono gli impianti di compostaggio che non si devono fare in Campania, per continuare a mal gestire non solo i rifiuti urbani ma soprattutto quelli tossici, sovrapponendo i flussi sia del rifiuto indifferenziato che di quello umido, appunto il tipo di rsu che dovrebbe essere trattato negli impianti di compostaggio! Nel 2008 la produzione di rsu in Campania è stata di 2.800.000 tonnellate nel 2008, mentre la produzione di rifiuti speciali, industriali e tossici era pari a 4.800.000 (dati Arpac), per un totale quindi di 7.600.000 tonn/anno. Nel 2013 i rsu in Campania sono diminuiti a 2.545.445 tonn /anno e ancora nulla sappiamo dei rifiuti speciali, industriali e tossici che però già nel 2012 (dati Ispra), in costante incremento hanno raggiunto quota 7.200.000 tonn/anno per un totale quindi di ben 9.745.445 tonn/anno! Rispetto al 2008 appare quindi un incremento netto complessivo di circa 2.145.445 tonn/anno. Questo incremento è pari a circa l’85% di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania per l’intero 2013, ma è dovuto esclusivamente ai rifiuti speciali, industriali e tossici, dei quali però gli stessi ambientalisti parlano poco o nulla, concentrandosi a propagandare le buone pratiche di trattamento dei rsu verso rifiuti zero, e non facendo rilevare come, senza alcun intervento impiantistico particolare, ma solo per la grave crisi economica, la quota di rsu si sta ormai significativamente riducendo ogni anno di più. Per lo stesso motivo però, (la crisi economica globalizzata), la quota di rifiuti speciali, industriali e tossici appare in continuo e costante incremento, in Campania e in Italia, sempre senza alcun controllo satellitare efficace dei flussi internazionali e nazionali, avendo raggiunto nel 2010 la significativa quota nazionale di 138 milioni di tonn/anno probabilmente superando la quota di 150 milioni di tonn/anno per il 2013, ma ancora l’Ispra non ce lo fa sapere! Infatti, questa quota di rifiuti (speciali, industriali e tossici), ormai costituisce i 4/5 del totale dei rifiuti prodotti, ma ancora non costituisce né per lo Stato e per i suoi organi di controllo (Ispra e Iss), e purtroppo neanche per tutti i movimenti politici e ambientalisti, il primo problema da monitorare, affrontare e risolvere per evitare non solo il mantenimento, ma soprattutto la diffusione verso altri territori del tragico fenomeno di Terra dei Fuochi e dei Veleni, sempre meno localizzato ormai nella sola regione Campania, e che scopriamo, ogni giorno di più, diffondersi e non limitarsi all’interno delle altre regioni specie del Sud dell’Italia. E’ questa categoria di rifiuti che caratterizza la apparentemente invincibile Terra dei Fuochi e dei Veleni, specie nelle province di Napoli e Caserta, caratterizzata dalla maggiore quota di attività produttive e manifatturiere in regime di evasione fiscale! In sintesi quindi, rispetto al totale di 2.545.445 tonn/anno di rsu, il solo maxi inceneritore di Acerra garantisce, ad un costo veramente iperbolico (circa 300 euro/tonn) con un incasso garantito al gestore superiore ai 200mila euro/al giorno e neanche un euro di ristoro per il comune di Acerra, circa il 26 % complessivo di incenerimento del totale di rsu. Posta una raccolta differenziata ormai al 44 % a livello regionale, si raggiunge quindi un buon 70% di trattamento di tutti i rsu prodotti. Se la Campania disponesse della necessaria quota di impianti di compostaggio, che palesemente non si vogliono fare e neanche aprire se fatti (vedi caso S. Maria La Fossa, Ce) nella media nazionale del 15% (pari a circa 380mila tonn/anno) e non certo solo la misera quota attuale del 1.5% (circa 38mila tonn/anno, dati Ispra 2013), la quota di rifiuti destinata a discarica scenderebbe a un misero 15% complessivo (circa 374mila tonn/anno) destinata ulteriormente a scendere ad un misero 150.mila tonn/euro di stampo europeo a questo punto soltanto con un possibile e neanche troppo drammatico o diminuzione di altri punti percentuali della produzione di rsu o di aumento della raccolta differenziata dagli attuali 44 al minimo del 50% complessivo. Appare quindi ormai in modo solare che la Campania necessita non già di altri impianti di maxincenerimento, che indispensabili invece per smaltire, in maniera legale o sovrapposta, quella quota di rifiuti speciali assimilabili agli urbani in costante incremento in Italia e in Campania e in quota significativa, non inferiore al 30%, prodotti in regime di evasione fiscale, destinando all’incenerimento “legale” quello che oggi brucia ogni giorno come roghi tossici illegali. E ombre veramente sinistre sul controllo regionale ancora forte da parte di lobby pericolose nel governo dei rifiuti speciali e urbani calano dalla considerazione finale: gli impianti di compostaggio per i rsu non si vogliono e non di debbono fare, ma sono in corso, nel silenzio estivo, procedure di autorizzazione regionali per consentire l’avvio delle attività di impianti di trattamento di percolati industriali e tossici, come quelli che la regione Veneto non ha mai voluto sul proprio territorio regionale, determinando lo sversamento nella nostra regione persino dei fanghi tossici di Porto Marghera. Tali pericolosissimi impianti lo diventano ancora di più nella perdurante assenza di impianti controllati di compostaggio per il rifiuto umido urbano, ancora più se affidati, come pare, alle stesse ditte già condannate in primo grado per sversamento di rifiuti tossici nel territorio di Acerra, la terra più fertile e oggi più massacrata dai rifiuti di Europa! Ma il popolo di Acerra, come quello di Terra dei Fuochi, grazie al lavoro incessante di cittadini e tecnici non venduti alle lobby di potere e di massacro del territorio, ha ormai capito il trucco e i meccanismi dell’olocausto campano, e non parlano già da tempo più di soli rifiuti urbani ma innanzitutto di rifiuti speciali, e tossico nocivi e sono ben attenti anche in questo caso a riunirsi sotto l’unica bandiera di tutela del Creato, della propria Terra e della salute dei propri figli e impedirà di certo questo ennesimo, ormai prossimo, massacro. Non con “rifiuti zero urbani” prioritario, ma con “rifiuti km zero industriali e tossici” prioritario, inizieremo veramente il percorso verso la salvezza di Terra dei Fuochi e dei Veleni, e non solo in Campania, me nell’Italia intera.


Bonifiche, lo schiaffo del Tar al ministero dell’ambiente: ‘La valle del Sacco non è problema solo locale’

07_(Fonte articolo, L’Espresso, clicca qui) Non solo la Terra dei fuochi, adesso anche la Valle del Sacco. Un altro pezzo della “strategia della tranquillità” cade dal quadro rassicurante dipinto dal dicastero dell’Ambiente in tema di bonifiche. E sotto processo, letteralmente, finisce il decreto ministeriale che a inizio 2013 ha declassificato 18 Sin su 57 (i Siti di interesse nazionale, ovvero i più inquinati) trasformandoli in Sir e affidandone la competenza alle regioni. « Non hanno le caratteristiche per essere classificati di interesse nazionale » la motivazione fornita dal ministero, all’epoca guidato da Corrado Clini. Affermazione che lasciava intendere che l’inquinamento e la pericolosità per la salute non fossero poi così gravi. Nell’elenco figurava anche la Terra dei fuochi (parte del più ampio Sin “Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano”), in cui la situazione si sarebbe rivelata poi talmente compromessa da spingere il governo Letta, dopo meno di un anno, ad adottare un apposito decreto legge . Adesso ad assestare un duro colpo al provvedimento è il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso della Regione contro la decisione di declassificare anche la Valle del Sacco: un’area che si estende per circa 60 chilometri in provincia di Frosinone e contaminata principalmente dal micidiale beta-esaclorocicloesano, un sottoprodotto degli erbicidi prodotti dalle aziende chimiche di Colleferro finito nelle acque del fiume Sacco . Una decisione che Legambiente e numerose altre associazioni e comitati ecologisti avevano ritenuto assolutamente inspiegabile e ingiustificata. E che adesso trova conferma nel Tribunale amministrativo, che stronca con parole durissime la ratio del decreto: “Il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” si legge nella sentenza depositata lo scorso 16 luglio, perché “la norma applicata sembra ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale”. Perché un’area continuasse a essere classificata come Sin il ministero aveva infatti stilato una lista di sei requisiti. Alla Valle del Sacco ne mancava uno: la presenza, attualmente o in passato, di raffinerie, impianti chimici integrati o acciaierie. Ma per i giudici del Tar Lazio “il testo normativo non autorizza una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di Sin, la presenza di tutte le circostanze” e la lista non può essere considerata “un’elencazione di requisiti che ogni Sin deve possedere”. Insomma, più di ogni altra considerazione deve contare la pericolosità degli inquinanti presenti, l’impatto sull’ambiente, l’estensione dell’area interessata e il rischio sanitario per la popolazione. Fattori di rischio rispetto ai quali quella fetta di Ciociaria non fa eccezione. «È una grande vittoria soprattutto giuridica» commenta Francesco Bearzi, coordinatore per la provincia di Frosinone della Rete per la tutela del Valle del Sacco . «Ma tutto questo non porterà necessariamente a un vantaggio, perché ora il ministero dovrà svolgere con competenza quel lavoro che finora non ha eseguito». Già, perché come ha certificato lo stesso dicastero , sulle bonifiche poco o nulla finora è stato fatto. Al massimo ci si limita ad alzare per decreto i limiti delle sostanze pericolose, come ha denunciato l’Espresso . Intanto, mentre siamo in ritardo di vent’anni sulla tabella di marcia, i veleni restano e le persone continuano ad ammalarsi e morire.


Dramma Italia: Terra dei Fuochi, Iss: “Mortalità aumentata fino a 13%. A Taranto +21% di decessi infantili”

07_Sito “La Terra dei Fuochi”, clicca qui. Dal sito: “LA VERA “EMERGENZA” RIFIUTI ANCORA IN CORSO CAMPANIA. Il PIÙ GRANDE AVVELENAMENTO DI MASSA IN UN PAESE OCCIDENTALE. LA PIÙ GRANDE CATASTROFE AMBIENTALE A “PARTECIPAZIONE PUBBLICA”.

_(Fonte articolo, La Repubblica, clicca qui) Nella Terra dei Fuochi si muore di più. Lo afferma l’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Iss in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta confermando ufficialmente dati troppo spesso messi in discussione (LEGGI Il rapporto del Ministero). L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Si muore di tumore maligno, specialmente dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas, della laringe, del rene, linfoma non hodgkin e tumore della mammella. Questo gruppo di patologie è il rischio che accomuna entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorale, quest’ultima, disponibile per la sola provincia di Napoli), mentre in provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato. Cancro del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini. “Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”, si legge nella sintesi pubblicata dall’Iss. I bambini nascono malati. Nella Terra dei Fuochi “non si osservano eccessi di mortalità”, ma secondo lo studio “resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”. Nella provincia di Napoli, servita dal registro tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita, dove il rapporto standardizzato di incidenza sir, è 228 (indici che sono espressi in percentuale dove 100 è il valore di riferimento), e nelle classi d’età 0-14, sir 142. I tumori del sistema nervoso centrale ono aumentati nella provincia di Caserta dell’89% rispetto all’indice. Qui la fascia di età 0-14 anni è afflitta da leucemie. Grave la situazione anche a Taranto. L’aggiornamento dello studio Sentieri “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini”. E “le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Per quanto riguarda la fascia d’età pediatrica (0-14 anni ) “si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause, il rapporto standardizzato di mortalità è 121, ovvero un eccesso del 21%, e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, inoltre, per tutti i tumori si osserva un eccesso di incidenza (dove l’indice sir, rapporto standardizzato di incidenza, è 154)”. E “nel corso del primo anno di vita si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause (smr 120) ascrivibile all’eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (smr 145).


Ex ministri, governatori e sindaci. Processo Cerroni, tutti a deporre

07_5 giugno, aperto il processo a Cerroni & soci. Comunicato “Coordinamento contro l’inceneritore di Albano”, clicca qui.

_Manlio Cerroni sbarca sul web (sito). “Non sono capace di stare fermo”. Roma Today, clicca qui.

_(Fonte articolo, Affaritaliani, clicca qui) Al processo a “trent’anni di monnezza romana” sfileranno gli ex ministri Matteoli, Ronchi, Pecoraro, Clini, Fioroni e Ornaghi; i parlamentari Milana e Pecorella. I presidenti della Regione Lazio dagli Anni ’80 sino ad oggi Proietti, Pasetto, Marrazzo, Storace, Montino e Polverini. E poi i sindaci di Roma Rutelli, Veltroni e Alemanno con gli assessori comunali De Petris, De Lillo e Visconti gli ex assessori regionali Pietro di Paolo, Saraceni Verzaschi, Zaratti e Delle Fratte, inseme a Carlo Ripa di Meana. Ma anche i due prefetti Pecoraro e Sottile, in veste di commissari straordinari per l’emergenza rifiuti. Infine, a sorpresa, potrebbe entrare in aula anche Stavios Dimas, il Commissario Europeo che nel 2008 aprì la procedura d’infrazione comunitaria per lo smaltimento dei rifiuti senza trattamento all’interno della discarica di Malagrotta.
La lista dei testimoni è un elenco incredibile di cariche pubbliche e manager che, a diverso titolo, hanno avuto contatti con Manlio Cerroni e i suoi manager, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla frode in forniture pubbliche. Gli accusati, Cerroni, Giovi, Sicignano Landi e Rando per il gruppo di imprese private e i tecnici regionali De Filippis e Fegatelli, tramite i loro avvocati nei giorni scorsi hanno depositato la lista testi e consulenti presso la Prima Sezione del Tribunale di Roma. Stesso atto da parte dell’accusa che ha chiamato ovviamente come primi testimoni i carabinieri del Nucleo Tutela Ambientale, guidati dal tenente colonnello, Sergio Di Caprio (il capitano Ultimo) che hanno eseguito le indagini e gli arresti del gennaio scorso. Due generazioni di politici saranno chiamati a diverso titolo a salire sul banco dei testi per spiegare relazioni e rapporti, ma anche decisioni comuni per la gestione corrente e le diverse emergenze “commissariali” con il Gruppo Cerroni impegnato sin dagli Anni ’60 nella gestione dello smaltimento dei rifiuti e con loro anche i manager di Ama e Acea, tra cui il direttore dell’azienda dei rifiuti Giovanni Fiscon, l’ex presidente Biagio Eramo e l’attuale presidente Daniele Fortini, mentre per la società di energia e acqua andranno a testimoniare l’ex presidente Giancarlo Cremonesi e l’ex Dg Paolo Gallo. Un processo show la cui durata, indipendentemente dalla volontà della Procura e del Tribunale di arrivare a conclusione in certi tempi, sarà certamente condizionata dalla sfilata di testi. Perché oltre ai politici, l’elenco si allunga a dismisura con i tecnici regionali di settore e poi i periti, alcuni dei quali veri esperti internazionali del settore provenienti dalle diverse Università italiane. Tra accusa e difesa, si preannuncia una prima battaglia già da lunedì prossimo 23 giugno, in occasione della seconda udienza, durante la quale verrà discussa l’ammissibilità delle parti civili, oltre alla possibilità che altri soggetti a diverso titolo, presentino last minute la richiesta di ammissione. La prima udienza già in 150 hanno inoltrato istanza di ammissione, generando così una platea enorme di soggetti che a vario titolo avrebbero subito danni dalla “cupola che per trent’anni circa avrebbe governato il sistema”.
Dunque, un vero processo alla storia e alla città che per decenni si è affidata a Malagrotta. Ora che la “buca più grande d’Europa” è stata chiusa, Roma è piombata in uno stato di emergenza continua. Non c’è settimana in cui gli impianti di trattamento non dimostrino la loro fragilità, mentre la collettività sta pagando un prezzo altissimo per trasportare i rifiuti trattati nelle discariche di altre regioni. E all’orizzonte si preannuncia una nuova organizzazione con l’Acea chiamata dal sindaco Ignazio Marino a dare una soluzione alla monnezza. L’interrogativo però è d’obbligo: se si voleva smantellare un monopolio, come agli atti del processo dichiarato dalla presidente Polverini, perché si passa da un privato ad un’azienda mista pubblico-privato e non si dà tutto all’Ama, controllata al 100 per cento dal Comune di Roma?


Colleferro, brucia la discarica di Colle Fagiolara, paura e disagi

07_”Scandalo rifiuti Lazio” e inizio processo rifiuti, ampia rassegna stampa, clicca qui per leggere tutti gli articoli.

_Colleferro, la discarica di Colle Fagiolara in fiamme. Comunicato stampa di “Retuvasa” (Rete per la tutela della Valle del Sacco). Clicca qui.

_(Fonte articolo, Cinque, clicca qui) Colle Fagiolara in fiamme. Attorno alle 15 e 15 una grossa nube di fumo bianco e nero si è levata dalla discarica di Colleferro scatenando subito la reazione dei cittadini residenti. Il fumo ha raggiunto le case e da qui sono partite le prime chiamate ai vigili del fuoco. Ancora sconosciute le cause dell’incendio. Sul posto due camion dei vigili del fuoco e la protezione civile. E’ stato completamente domato l’incendio che si è verificato questo pomeriggio, alle ore 15, nella discarica di Colle Fagiolara. Nell’arco di meno di due ore la situazione si è normalizzata grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco che sono accorsi subito insieme alle altre forze di intervento del territorio. “Ringrazio tutti quanti si sono prontamente mobilitati – dice il sindaco Mario Cacciotti che si è recato immediatamente sul posto – riuscendo così facilmente a tenere sotto controllo la situazione. Oltre alle autobotti del Comune, che abbiamo subito messo a disposizione dei vigili, anche alcuni privati hanno offerto le loro per avere un’ulteriore quantità di acqua a disposizione. L’episodio – spiega – si è verificato in una parte vecchia della discarica dove c’è esclusivamente materiale inerte, non più utilizzata ormai da anni. Le fiamme, perciò, non hanno interessato sostanze particolarmente nocive come percolato od altro”. Insieme a vigili del fuoco, carabinieri, polizia, protezione civile, polizia municipale, sono naturalmente giunti sul luogo i responsabili della società che gestisce le attività della discarica, il direttore di Lazio Ambiente dott. Conte, l’Ing. Galuppo, il responsabile della discarica dott. Capriotti e il dott. Blasetti della Asl locale. Per accertarsi dell’accaduto sono giunti anche diversi consiglieri di maggioranza e opposizione. Anche se la situazione è stata ormai risolta, a titolo precauzionale il sindaco ha chiesto al dott. Carruba, dell’Arpa Lazio, l’immediato monitoraggio del territorio. Per quanto riguarda le cause dell’incendio si stanno vagliando tutte le ipotesi. Al momento, tuttavia, la più accredidata sembra quella dovuta ad un’autocombustione generatasi in seguito ad alcuni lavori effettuati da una ruspa sulla zona in questione. La Regione Lazio ha autorizzato la realizzazione di un impianto di trattamento dei rifiuti urbani in località Colle Fagiolara, nei pressi della discarica, dell’Istituto Professionale Parodi Delfino e del monumento naturale La Selva di Paliano. Il progetto risale al 2010 ed è finalizzato al trattamento di 125.000 tonnellate di rifiuti ogni anno. La materia prima in entrata, l’immondizia indifferenziata, subisce una serie di procedure (vagliatura, essiccamento, ecc.) che conducono alla produzione di frazione organica stabilizzata, combustibile da rifiuti e scarti di lavorazione. La Regione Lazio cerca di portare avanti, sotto il falso nome di TMB, la costruzione di un impianto di produzione di combustibile da rifiuti destinato ad alimentare nei prossimi anni con materia prima a basso costo i due inceneritori di Colleferro, che stanno attraversando una fase di difficoltà economica. Parallelamente, il nuovo impianto produrrà frazione organica stabilizzata destinata alla discarica di Colle Fagiolara, da tempo destinata alla chiusura. Una scelta di continuità con la vecchia amministrazione Polverini, che non mira a risolvere il problema del ciclo dei rifiuti ed ad eliminare i vecchi impianti che già tanti danni hanno arrecato alla popolazione ed al territorio (come certificato dallo studio epidemiologico E.R.A.S.) bensì a mantenere la situazione attuale, a condannare Colleferro a città laziale dei rifiuti, centro di smaltimento dell’immondizia di Roma Capitale e dintorni. Una scelta che non possiamo condividere, perché tiene in vita un sistema malato, attorno al quale è in corso un processo penale al Tribunale di Velletri (oggi nuovamente rinviato) e che frena la rinascita di Colleferro e della Valle del Sacco, per motivi puramente economici e speculativi.