Ecomafie

Rifiuti tossici, il pentito Vassallo: “Pagavamo tutti, mai avuto un controllo”

01_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, Redazione, clicca qui) “Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano”. Così inizia il racconto del “ministro” della monnezza per i Casalesi. Il grande accusatore dell’ex viceministro Cosentino ricorda gli incontri con Craxi, accusa grandi imprese pubbliche come Enel e Italsider. E rivela una trattativa con gli 007 per arrestare Iovine e Zagaria. Andata a vuoto”. Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano. Abbiamo scaricato milioni di tonnellate di rifiuti tossici ovunque possibile. Non ho mai messo un telo di protezione, non ho mai avuto un controllo, pagavamo e vincevamo sempre noi”. Un racconto freddo, tanto chirurgico quanto inquietante. Poche parole: la fotografia del disastro di una terra. A parlare al Fatto Quotidiano è il pentito Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, protagonista di quei traffici illeciti che, per anni, hanno trasformato aree della Campania in pattumiera del Paese. C’è un primo equivoco da chiarire e Vassallo aiuta a farlo: “Quando è arrivato il commissariato di governo per gestire l’emergenza rifiuti, nel 1994, la musica non è cambiata”. E ricorda: “Venne a parlarmi il boss Feliciano Mallardo e mi disse: ‘Cumpariè dobbiamo fare i lavori presso la discarica di Giugliano, volete lavorare?’; io rifiutai e scelsero un’altra ditta del clan”. Di imprenditoria criminale in imprenditoria criminale, una linea di continuità anche quando lo Stato si commissaria per escludere la camorra dal ciclo. Da metà anni 80 al 2005, vent’anni di veleni tossici disseminati ovunque e di gestione criminale del ciclo dei rifiuti urbani e industriali. Il ventre della terra ha digerito ogni cosa: fanghi industriali, ceneri degli inceneritori, residui farmaceutici, acidi, calce spenta, scarti di bonifica, veleni a milioni di tonnellate. In due decenni un fiume di pattume si è riversato nel cuore fertile della terra campana. Ma questa è la storia criminale di un ex agente dello Stato, ritrovatosi imprenditore in una terra senza legge, in un settore senza controllo, dove i soldi tracimavano a valle. Dal nulla diventato referente dell’imprenditoria affaristica per abbattere i costi di smaltimento degli scarti industriali del nord produttivo. Vassallo, con le sue dichiarazioni, consegnate ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, Alessandro Milita – il pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli – descrive l’inferno, le coperture politiche, i rapporti con la massoneria di una cricca di imprenditori al soldo della camorra. Vassallo è il grande accusatore di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, finito sotto processo per camorra, e di Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, destinatario di una misura cautelare, annullata dal Riesame. Incontriamo il pentito in carcere, accompagnato dall’avvocato Sabina Esposito. Il collaboratore sta scontando una condanna per l’affare Ce4, il consorzio di bacino che aveva come braccio imprenditoriale i fratelli Orsi, legati ai Casalesi, e referente politico Nicola Cosentino. E la politica piaceva tanto anche a Vassallo. “Io negli anni ottanta ero del partito socialista, facevo le riunioni con Giulio Di Donato, organizzavamo le campagne elettorali. Io, quando potevo finanziavo il Psi. Come imprenditore vicino al partito ho fatto anche incontri a Roma alla presenza di Bettino Craxi. Furono gli anni in cui conobbi Luigi Cesaro, Giggino ‘a purpetta. Eravamo della stessa corrente”. Finito il sogno socialista, Vassallo cambia bandiera: “Passo a Forza Italia, sono stato anche iscritto al partito, ho fatto tessere, sostenuto campagne elettorali, ma noi facevamo affari con tutti, destra e sinistra”. I partiti a Vassallo son sempre piaciuti, perché questa storia è anche e soprattutto la fotografia di un intreccio tra clan, impresa, professioni e mondo politico. Ma è un racconto che inizia da lontano. Vassallo si è deciso a parlare dopo aver ascoltato ex collaboratori e altre figure, raccontare questa storia per sentito dire infarcita di strafalcioni e false piste. “Io ho visto tutta la schifezza che abbiamo sputato nella terra. Una volta scaricammo fanghi, liquidi che erano scarti di lavorazione di un’industria farmaceutica. Poco dopo i ratti si sono estinti, sono spariti”. Immagini dall’orrore. Un’organizzazione criminale che ha risolto la crisi rifiuti toscana prima, della provincia di Roma poi e offerto soluzioni economiche alle imprese del nord, agli impianti che dovevano smaltire. Il capitalismo aveva trovato nell’imprenditoria di camorra lo sbocco per ridurre i costi di smaltimento del pattume industriale. A prezzo della salute di un popolo, in un’area quella di Giugliano, in provincia di Napoli, dove una perizia consegnata alla Procura, fissa per il 2064 la morte di ogni forma di vita. “Mi vergogno, avrei dovuto pentirmi prima”. Lo fa nell’aprile del 2008. “Avevo paura. Quando il killer Giuseppe Setola è uscito su Castel Volturno ha cominciato a fare i morti. Un componente del clan mi disse che non era controllabile. Così mi sono pentito. Non ce la facevo più. Ho cambiato vita, allo Stato ho consegnato tutte le mie ricchezze”. In quell’anno Setola e il suo gruppo di fuoco hanno ammazzato anche Michele Orsi, imprenditore che aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pubblici ministeri, ma non era un pentito. “Sergio e Michele Orsi erano legati al clan. Prima dell’ omicidio di Michele avevo detto agli inquirenti che sia Sergio che Michele erano stati designati perché non avevano mantenuto gli accordi con la camorra. Il clan gli aveva fatto la cartella (aveva stabilito di doverli ammazzare, ndr). Dovevano morire e il clan mantiene gli impegni. Gli Orsi avevano tanti amici, funzionari, imprenditori, erano in rapporti anche con un magistrato”. Vassallo ricorda l’inizio di questo horror didistruzione,morteeterrastuprata. “Ha iniziato mio padre, non sapeva neanche scrivere. Le carte le compilavano gli amici sul comune. Teneva la cava di pozzolana, rimanevano grosse buche. Un conoscente gli ha suggerito di buttarci i rifiuti. In quel periodo io facevo l’agente di polizia penitenziaria, l’ausiliare, mi sono congedato nel 1980, l’anno della strage di Bologna. Tornai a casa”. “Dopo due anni fondai la prima società. Fino ad allora, abbiamo gestito appalti con gli enti pubblici per svariati milioni al mese senza partita iva, senza ditta, senza niente”. Le discariche, non solo la sua, venivano gestite così: “Non abbiamo mai messo un telo di protezione, il percolato finiva in falda, non c’era neanche una vasca di raccolta, bruciavamo i rifiuti per liberare spazio, facevamo quello che volevamo”. Il percolato, liquido inquinante, risultato della decomposizione dei rifiuti organici, inquina le falde, stupra la carne viva della terra. “Presto cominciammo anche con gli speciali, la Regione mi autorizzò allo smaltimento anche di quelli”. È l’inizio dell’eldorado quando la consorteria criminale scopre il business dei rifiuti dal nord, prima quelli dei Comuni, poi quelli industriali. La discarica di Vassallo, a Giugliano, Comune in provincia di Napoli,sitrasforma in un girone dell’inferno così come gli altri buchi, nei dintorni, sotto l’egida assoluta dei clan. E i controlli? “Ci davano tutte le autorizzazioni di cui avevamo bisogno, chi doveva controllare era a nostro libro paga”. “In provincia le autorizzazioni le dava l’assessore Raffaele Perrone Capano dei liberali (arrestato nel 1993, condannato in primo grado, poi assolto per falso e prescritto per corruzione e abuso d’ufficio, dal 2001 è stato reintegrato come professore alla Federico II). Ci dava indicazioni che non rispettavamo mai. Io davo i soldi a Perrone Capano, i contributi per il suo partito. A volte li davo a lui, altre volte al suo autista”. “Io sono stato l’imprenditore dei rifiuti per conto di Francesco Bidognetti”. Gaetano Vassallo era il ministro dei rifiuti dei Casalesi, il responsabile degli scarichi tossici agli ordini di Bidognetti, Cicciotto ’e mezzanotte, il capo assoluto del clan, oggi rinchiuso al 41 bis. L’ex agente, diventato imprenditore, conosce la camorra in quegli anni di gloria. “La faccia della camorra l’ho conosciuta con Santo Flagiello, che faceva la latitanza a casa mia. Poi il primo incontro con il boss Francesco Bidognetti. Mi disse: ‘Tu mi rappresenti in questo affare’”. La struttura organizzativa era molto semplice. “C’erano le società commerciali che si occupavano dell’intermediazione e del trasporto tutte controllate da Gaetano Cerci, camorrista, nipote del boss Francesco Bidognetti, che aveva la società Ecologia 89. Poi c’erano tre imprenditori, io, Luca Avolio e Cipriano Chianese che avevamo le discariche”. I colletti bianchi dei Casalesi, proprio Gaetano Cerci è stato nuovamente arrestato qualche giorno fa con l’accusa di estorsione. Vassallo continua: “Utilizzavamo le certificazioni che avevamo, anche se le discariche erano esaurite. I rifiuti ufficialmente venivamo smaltiti nei nostri impianti, ma finivano nei campi, sotto la Nola-Villa Literno, nei terreni incolti, in altre cave. Tutto senza controllo”. La rete era estesa. Vassallo ricorda un’altra presenza costante in questo affare: la massoneria. “Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti”. Nel 2006 la procura di Napoli chiese addirittura l’arresto di Licio Gelli, il gip Umberto Antico negò la misura. I pm scrivevano: “I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, la Torre, Quadrano, Di Dona, sia de relato che per scienza diretta”. Ora arrivarono anche le parole di Vassallo, ma Gelli da quella indagine ne è uscito pulito. Un altro che conta era Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, sotto processo per disastro ambientale e collusione con i clan. Chianese, nel 1994, si candidò con Forza Italia, ma non fu eletto. “Chianese è stato l’ideatore dell’organizzazione. Aveva conoscenze importanti, era amico di un generale dei carabinieri. A Chianese lo stato ha preso solo una parte dei beni, molti soldi li ha macchiati (nascosti, ndr)”. Il sistema rodato era soldi in cambio dell’appalto. A Vassallo chiediamo se negli anni di rapporto con i politici, tra mazzette e collusioni, ne ha mai trovato uno che si è opposto. “No, non ho visto nessuno opporsi”. E dal nord produttivo, dalle aziende del Paese arrivava di tutto. “Abbiamo scaricato le ceneri degli inceneritori del nord, gli scarti dell’Italsider di Taranto, la calce spenta dell’Enel di Brindisi e di Napoli, i fanghi industriali, gli scarti tossici proveniente dalla bonifica dell’Acna di Cengio, gli acidi, tonnellate di rifiuti dalle aziende del settentrione. Di certo posso dire: non abbiamo scaricato i rifiuti nucleari”. E cita le aziende come “i Bruscino che trasportavano gli scarti di lavorazione dell’Enel, la ditta Perna Ecologia”, un lungo elenco di aziende che hanno scaricato veleni per anni. Le imprese produttrici non si preoccupavano di dove andava, a prezzo stracciato, il loro pattume tossico. Contattavano gli intermediari, i trasportatori, e i carichi partivano. Quando gli chiedi l’ammontare dei rifiuti scaricati, Vassallo allarga le braccia e scuote la testa. Il principio ispiratore era uno soltanto: non si rischiavano niente in un Paese, l’Italia, dove a distanza di anni la maggior parte dei processi per delitti contro l’ambiente finisce in prescrizione. Basso rischio e palate di soldi. Vassallo spiega: “Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana, andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani, raccolti nei comuni dell’hinterland”. Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici, occultati sotto quelli domestici. “Un pozzo senza fine. Guadagnavo 5 milioni di lire a carico, al clan davo 10 lire al kg, ma li fottevo sul peso e sugli arrivi. Ogni giorno arrivavano anche 30 camion. Una cosa come 150 milioni di lire ogni santo giorno. Si iniziava a scaricare alle 4 del mattino, c’era una fila di camion dalla discarica fino alla strada”. Fotteva i clan Vassallo e, quando occorreva, usava le buche di Stato grazie a buoni amici. Vassallo ricorda quello che poteva diventare lo spartiacque, il momento di cesura di questo orrendo spartito criminale: il 1993. “Fummo arrestati tutti nell’inchiesta Adelphi proprio per i traffici di rifiuti . Io fui prosciolto, ma ero colpevole. Se fosse andato diversamente quel processo, la Campania si sarebbe risparmiata altri 15 anni di veleni”. E ricorda un particolare. “Venne un magistrato per chiedermi di collaborare. Il nostro accusatore era Nunzio Perrella, un boss di Napoli che si era pentito. Io ci pensai, ma poi in carcere ebbi un colloquio con mio padre”. E il padre gli portò i saluti dei Casalesi. “Mi disse che lo aveva avvicinato Francesco Bidognetti per rassicurarlo sulla copertura economica”. Tutto ricominciò. Dopo gli arresti arrivò lo Stato. “Noi ci dedicammo solo ai traffici di rifiuti industriali. Nel 1994 la gestione dei rifiuti solidi urbani viene affidata al commissariato di governo. Aveva l’obiettivo di avviare un ciclo di gestione ed estromettere la camorra dal pattume”. Non cambiò nulla, l’imprenditoria dei clan era l’unica a lavorare. “Il commissariato mi ha dato un paio di milioni di euro, loro ci lasciarono una parte della cava, dovevamo fare la messa in sicurezza, ma noi facevamo finta e continuavamo a scaricare”. Il business era redditizio. “Arrivavano le motrici con i fanghi che fintamente venivano trattati negli impianti di compostaggio dei fratelli Roma. Facemmo un macello, li abbiamo scaricati nei terreni dei contadini . A Lusciano, a Villa Literno, a Parete, a Casal di Principe. Poi dopo aver scaricato passavamo con il trattore per muovere la terra”. Con l’arrivo del commissariato, la camorra raddoppia. In particolare Vassallo ricorda: “Giuseppe Carandente Tartaglia, era emanazione, prima dei Mallardo e poi del boss Michele Zagaria. Me lo disse Raffaele ’o puffo, il figlio di Francesco Bidognetti. L’azienda di Carandente Tartaglia ha lavorato prima in sub-appalto per il consorzio Napoli 1 e dopo per Fibe (la società del gruppo Impregilo che aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti in Campania, ndr). Carandente Tartaglia si vantava di avere un rapporto da anni anche con un ingegnere importante di Fibe, al quale garantiva la copertura della camorra, ma non ricordo il nome”. Nel 2008 quelle sigle societarie, già operative nel ’95, realizzeranno la discarica di Chiaiano per conto del commissariato di governo. Sul ruolo nell’emergenza rifiuti di Antonio Iovine e Michele Zagaria, per 15 anni latitanti, e poi catturati, Vassallo non ha dubbi. “I terreni dove sono stoccate le balle di rifiuti (dalla Fibe grazie a un’ordinanza commissariale, ndr), sono di soggetti legati al boss Zagaria”. In questo cammino criminale, Vassallo è sempre stato in prima linea, prima come protagonista della mattanza ambientale, poi offrendo il supporto quando necessario ai fratelli Orsi nell’affare Ce4. Era nella cabina di regia con i boss di primo ordine. Così gli chiediamo di eventuali rapporti di Zagaria e Iovine con pezzi dello Stato. E lui racconta un particolare inedito che apre interrogativi. “Ho incontrato agenti dei servizi segreti nel periodo 2006-2007. Mi hanno contattato perché volevano arrestare Iovine e Zagaria. Un mio amico carabiniere di Roma venne da me insieme a due persone che presentò come agenti dei servizi. Ci sono stati tre incontri, due in un albergo e un altro all’uscita autostradale di Cassino. Potevo incontrare Iovine, ’o ninno, e Zagaria in qualsiasi momento. Li conoscevo, io ero imprenditore del clan. Il patto era di fargli arrestare i due latitanti in cambio di mezzo milione di euro, 200 mila euro per Iovine, 300 mila per Zagaria. Io chiesi anche la garanzia della libertà per me, ma non accettarono. L’accordo saltò”. Iovine, oggi collaboratore di giustizia, viene arrestato nel 2010, dopo 14 anni di latitanza, e Zagaria nel 2011, dopo 16 anni. Il racconto del pentito pone una domanda: si potevano arrestare prima? Gaetano Vassallo aspetta di uscire dal carcere per tornare alla sua nuova vita: dipendente di un supermercato. Mentre si alza ripensa alla mattanza ambientale. “Non si può fare niente. Io parlo dell’area dove smaltivamo io e Chianese. È impossibile bonificare”. È una peste, un inferno senza fine.


Scoperta dai Carabinieri una discarica abusiva nel Parco dei castelli Romani

07_(Fonte articolo, Il Caffè, clicca qui) I Carabinieri della Compagnia di Velletri, nel corso di un controllo di contrasto alle violazioni delle normative ambientali e di monitoraggio eventuali riciclatori/commercianti abusivi di metalli, insieme ai militari del Nucleo Operativo Ecologico di Roma, hanno sequestrato un’area di circa 5mila metri all’interno del Parco Regionale dei Castelli Romani. L’attività ispettiva svolta dalla Stazione Carabinieri di Nemi con gli specialisti del Noe, ha consentito di individuare un sito di stoccaggio di veicoli fuori uso, componenti elettronici, parti meccaniche e di carrozzeria, olii esausti; al vaglio dei Carabinieri un’attività di gestione e deposito di veicoli fuori uso da parte di una società. Dai primi accertamenti è emersa l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge in zona soggetta a vincolo paesaggistico—ambientale ed idrogeologico posta tra i territori di Velletri e Nemi. Sono state inoltre riscontrate irregolarità nello stoccaggio dei materiali ed oli esausti, nonché la mancata realizzazione di idoneo sistema di raccolta e trattamento acque di piazzale e meteoriche. Il titolare della società è stato denunciato per violazioni varie al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia ambientale; della normativa in merito allo smaltimento dei veicoli fuori uso; e per opere eseguite in assenza di autorizzazione o in difformità da essa su beni paesaggistici.


Molotov contro un camion per raccolta differenziata ad Acerra, illesi i due operatori

07_(Fonte articolo, News Republic, clicca qui) Due persone a bordo di uno scooter si sono avvicinate al mezzo e, dopo aver intimato all’autista di scendere, hanno lanciato la molotov all’interno del camion, che ha preso fuoco. Indaga la polizia. Due persone a volto coperto hanno dato fuoco a un camion impegnato nella raccolta differenziata ad Acerra, nel Napoletano. E’ successo alle ore 7 questa mattina, in Via Alcide De Gasperi. Un operatore era a bordo del camion, mentre un altro era intento alla raccolta in strada, quando due persone a bordo di uno scooter si sono avvicinate; dopo aver intimato all’autista di scendere dal mezzo, hanno lanciato una bottiglia contenente liquido infiammabile all’interno del camion, che ha preso fuoco. I due addetti alla raccolta sono illesi. Indaga la polizia.


Dramma Italia: Terra dei Fuochi, Iss: “Mortalità aumentata fino a 13%. A Taranto +21% di decessi infantili”

07_Sito “La Terra dei Fuochi”, clicca qui. Dal sito: “LA VERA “EMERGENZA” RIFIUTI ANCORA IN CORSO CAMPANIA. Il PIÙ GRANDE AVVELENAMENTO DI MASSA IN UN PAESE OCCIDENTALE. LA PIÙ GRANDE CATASTROFE AMBIENTALE A “PARTECIPAZIONE PUBBLICA”.

_(Fonte articolo, La Repubblica, clicca qui) Nella Terra dei Fuochi si muore di più. Lo afferma l’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Iss in 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta confermando ufficialmente dati troppo spesso messi in discussione (LEGGI Il rapporto del Ministero). L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Si muore di tumore maligno, specialmente dello stomaco, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas, della laringe, del rene, linfoma non hodgkin e tumore della mammella. Questo gruppo di patologie è il rischio che accomuna entrambi i generi per tutti i tre indicatori utilizzati (mortalità, ricoveri, incidenza tumorale, quest’ultima, disponibile per la sola provincia di Napoli), mentre in provincia di Caserta eccessi in entrambi i generi per i due esiti disponibili (mortalità e ricoveri ospedalieri) riguardano i tumori maligni dello stomaco e del fegato. Cancro del polmone, della vescica e della laringe risultano in eccesso tra i soli uomini. “Il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”, si legge nella sintesi pubblicata dall’Iss. I bambini nascono malati. Nella Terra dei Fuochi “non si osservano eccessi di mortalità”, ma secondo lo studio “resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”. Nella provincia di Napoli, servita dal registro tumori, si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita, dove il rapporto standardizzato di incidenza sir, è 228 (indici che sono espressi in percentuale dove 100 è il valore di riferimento), e nelle classi d’età 0-14, sir 142. I tumori del sistema nervoso centrale ono aumentati nella provincia di Caserta dell’89% rispetto all’indice. Qui la fascia di età 0-14 anni è afflitta da leucemie. Grave la situazione anche a Taranto. L’aggiornamento dello studio Sentieri “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini”. E “le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale. Per quanto riguarda la fascia d’età pediatrica (0-14 anni ) “si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause, il rapporto standardizzato di mortalità è 121, ovvero un eccesso del 21%, e di ospedalizzazione per le malattie respiratorie acute, inoltre, per tutti i tumori si osserva un eccesso di incidenza (dove l’indice sir, rapporto standardizzato di incidenza, è 154)”. E “nel corso del primo anno di vita si osserva un eccesso di mortalità per tutte le cause (smr 120) ascrivibile all’eccesso di mortalità per alcune condizioni morbose di origine perinatale (smr 145).


Albano Laziale, polizia di stato individua una discarica abusiva di 50.000 metri quadrati

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_”Scandalo rifiuti Lazio”, processo rifiuti, qui ampia rassegna stampa riferita al 5 giugno 2014. “Buona” lettura. Clicca qui.

_(Fonte articolo, Agenzia parlamentare, clicca qui) Si è conclusa lo scorso fine settimana con la scoperta di una discarica abusiva di materiali pericolosi e di scavo, un’ indagine nell’area di Santa Palomba, durata alcune settimane. Gli investigatori del Commissariato di Albano, diretti dal Dr. Massimo Fiore, sono entrati alle prime luci dell’alba in un fondo agricolo sulla Via Ardeatina, dove è stata scoperta una discarica abusiva, recintata e non visibile dall’esterno. Il terreno privato di circa 50 mila metri quadrati, è situato in zona industriale ove l’elevato transito di mezzi pesanti non aveva nemmeno insospettito i residenti. L’intervento ha permesso di sorprendere sul fatto gestore e gli operai della discarica mentre sversavano sul terreno i materiali di scarto, terra e calcinacci dove sono stati trovati: asfalti, guaine, plastiche, pneumatici, oli , e altro materiale per il quale è in atto un accertamento in merito alla conservazione ed il trattamento. Tutta l’operazione è stata filmata dai poliziotti nascosti tra la vegetazione circostante. La tempestività dell’intervento ha permesso di identificare anche l’autista del camion che scaricava sul terreno. Dai primi riscontri l’illecita attività di conferimento dei materiali potrebbe essere iniziata da oltre un anno. L’intera proprietà è stata sottoposta a sequestro penale, cosi come decine di mezzi meccanici (escavatori, ruspe) presenti nell’area. Otto persone sono state denunciate alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Velletri in ordine alla violazione della legge sui reati ambientali, – discarica abusiva, smaltimento di rifiuti pericolosi – certificazioni false – tra cui anche i titolari di ditte subappaltatrici di lavori di scavo per conto di società di servizi.


Bracciano, i cittadini in piazza contro la nuova Malagrotta

hghhhhhhhhhhhhhdf--400x300_(Fonte articolo, Dazebao, clicca qui) “No alla riapertura della discarica di Cupinoro, No al polo industriale dei rifiuti”. E’ questo lo slogan del  Comitato Bracciano Stop Discarica che sabato 29 marzo ha organizzato una fiaccolata a Bracciano che partirà alle ore 18 da piazza delle Magnolie. I cittadini vogliono far sentire la loro voce, ovvero accendere le fiaccole contro il piano del Comune di Bracciano e della Regione Lazio. “Per chi ci governa – scrivono in una nota –  la soluzione dell’emergenza rifiuti del Lazio è riaprire Cupinoro e ridurre il nostro territorio a un’immensa pattumiera. Purtroppo l’emergenza non nasce con la chiusura della discarica e non si risolverà con la sua riapertura. Questa semplicemente non è la soluzione. La discarica doveva essere chiusa già da anni, – prosegue il Comitato – ma con mille proroghe ha continuato a inquinare la nostra terra, l’acqua e l’aria. Finalmente lo scorso 30 gennaio è stata chiusa, subito dopo che il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo si è espresso contro ulteriori ampliamenti. Nonostante questo, c’è chi sta facendo di tutto per realizzare a Cupinoro un polo industriale regionale dei rifiuti”. “La riapertura della discarica – puntualizza il Comitato –  metterebbe ancora più a rischio la salute del territorio e delle persone che vi abitano e distruggerebbe componenti fondamentali delle economie locali come il turismo e l’agricoltura! A chi giova tutto questo? Cupinoro è una bomba a orologeria. Perché in tutti questi anni chi ci governa non ha pianificato un’alternativa sostenibile? E dove sono finiti i soldi per la messa in sicurezza e la bonifica?  La soluzione esiste: una gestione virtuosa che punti sulla riduzione e il riciclo dei rifiuti, potenziando la raccolta differenziata porta a porta e il compostaggio aerobico per il trattamento dell’umido. Altri comuni lo stanno già facendo, i nostri amministratori cosa aspettano?”


Emergenza rifiuti Roma: il Sindaco Ignazio Marino riapre Malagrotta (o meglio, i suoi Tmb)

07_(Fonte articolo, O6 Blog, autore Cut Tv’s, articolo originale a questo link) La puzza della monnezza è dura a morire, e a quanto pare non è bastata l’inchiesta della Procura di Roma e l’arresto del re dei rifiuti con la corte di corrotti, con relativa interdizione del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, degli impianti della Colari, e tutta la melma (niente affatto metaforica) venuta fuori dalla città discarica di Malagrotta, per lasciarla chiusa. Dopo l’anagrafe dei rifiuti, e il braccio di ferro tra Ama e il prefetto Pecoraro, ad arginare l’emergenza rifiuti, e quella sanitaria dei rifiuti speciali fuoriusciti dall’inceneritore durante l’alluvione, arriva l’ordinanza firmata dal sindaco Marino (ma può farlo senza un commissario?), che autorizza Ama a servirsi dei due impianti Tmb di Malagrotta, denominati “Malagrotta 1” e “Malagrotta 2”, e dell’impianto di Tritovagliatura di Rocca Cencia, tutti riconducibili al Co.La.Ri. e sui quali pende un’interdizione, per il conferimento dei rifiuti urbani raccolti nella città di Roma. Un’ordinanza firmata per per evitare che il 70 per cento dei rifiuti indifferenziati prodotti a Roma, circa 2.000 tonnellate al giorno, restasse per strada, tonnellate di rifiuti tal quali che non possono essere trasportati nel nord Italia. Un provvedimento dettato dall’«urgenza» che parte per limitarsi al tempo strettamente necessario all’individuazione delle soluzioni più opportune e “comunque per un periodo non superiore a tre mesi”, che di fatto riapre Malagrotta, la stessa che si è faticato a chiudere dopo mille proroghe. Un’emergenza iniziata con l’arrestato del padron di Malagrotta Manlio Cerroni e i vertici della Colari, proseguita con la lettera invita ad Ama dal prefetto Pecoraro che precisa come ‘in base al codice antimafia del 2011 una società pubblica non può avere rapporti con la Colari’, e la risposta di Ama che tiene a precisare come non utilizzando i tre impianti Colarti, lasciando tonnellate di rifiuti in strada commetterebbe il reato di interruzione di pubblico servizio. Ricorrere all’aiuto dei tmb di altre province del Lazio, non appare una soluzione valida al momento, visto che i tmb di Viterbo e Latina fanno capo a società comunque legate a Cerroni, e in ogni caso la cosa richiederebbe il provvedimento di un commissario, che è vacante dalla fine del mandato di Sottile. Resta l’ipotesi che si vada a un commissariamento degli impianti. Ma prima sarà necessario che il nuovo governo nomini un commissario per l’emergenza rifiuti a Roma.