Inceneritore di Acerra, la bocca dell’inferno & le vie infinite delle ceneri

4b4ccdb96f571dc68fa57c9cca4374e9_Public_Gallerie_3279_550_800_2_DISCAMPING “NO INC” 2013, IV EDIZIONE. PER INFORMAZIONI E PROGRAMMA DELLA TRE GIORNI CLICCA QUI O QUI. DIAMO UN FUTURO AL NOSTRO TERRITORIO!

_NOTA BENE: La battaglia per la non costruzione dell’inceneritore dei Castelli Romani e per la chiusura e la bonifica della discarica di Albano Laziale è prima di tutto una questione di civiltà. Interrare e bruciare rifiuti nel 2013 significa abbandonarsi ancora a logiche sostanzialmente preistoriche o spesso speculative nel trattamento dei rifiuti solidi urbani. I cittadini dei Castelli Romani si battono da anni a 360° in modo assolutamente civile (come è giusto e doveroso che sia) per far avviare nel loro comprensorio un ciclo virtuoso dei rifiuti basato su raccolta differenziata porta a porta e riciclo a freddo con recupero di materia. Cose assolutamente possibili ed economicamente convenienti per molti, in primis per amministratori e cittadini. Una battaglia durissima e spinosa condotta per la legalità, per la salute pubblica e, soprattutto, nel vero ed unico interesse della comunità. Ogni vita umana ha un valore estremo e alta dignità, va pertanto protetta la sua salute e va protetto, quindi, l’ambiente nel quale essa vive. Sviluppo si, quello vero però! Fuori inceneritori e discariche dai Castelli Romani.

_(Fonte articolo, Informare per Resistere, clicca qui) A parte l’olezzo connesso all’incessante arrivo degli autocarri carichi di immondizia, l’anticamera dell’inferno – ovvero il cortile dell’inceneritore di Acerra – è probabilmente il posto più pulito della piana di Napoli. Durante la sosta dello Spazzatour presso l’impianto, molti attivisti del M5S calzano sul volto una mascherina protettiva. Magari coreografico ma perfettamente inutile. I fumi che escono dalle ciminiere dell’inceneritore non ricadono nelle immediate vicinanze ma “ad ombrello”, con un raggio di qualche decina di chilometri che andrebbe calcolato tenendo conto dei venti e delle caratteristiche del materiale. L’inceneritore è gestito dalla bresciana A2A. Il responsabile, un ingegnere biondo rossiccio dall’accento veneto, è un perfetto padrone di casa. Gentile, disponibile, inappuntabile, per nulla polemico di fronte a centinaia di parlamentari e di attivisti del M5S che apprezzano il suo lavoro esattamente quanto il fumo negli occhi. L’ingegnere accetta senza fare una piega che l’impianto venga chiamato da tutti “inceneritore” anche se egli sottolinea che si tratta di un “termovalorizzatore” perchè bruciando rifiuti viene generata energia elettrica: “In un anno 550 milioni di kilowatt ora, che equivalgono al fabbisogno di 200.000 famiglie”. Un attivista fa notare che, riciclando i rifiuti anziché bruciandoli, verrebbe risparmiata una quantità di energia elettrica pari a tre volte tanto. L’ingegnere incassa senza replicare. Per capire cosa finisce nell’inceneritore è necessario un cenno al contorto ciclo dei rifiuti in Campania. La raccolta differenziata raggiunge il 50%. In questo 50% è anche compresa la frazione organica (detta anche “umido” o “scarti di cucina”) che viene avviata al trattamento fuori dalla regione: in Campania non esistono impianti di compostaggio che pure sono i meno costosi e costituiscono il grado zero del riciclaggio. La città di Napoli manda in Olanda via nave la sua immondizia indifferenziata. Il resto della Campania manda invece la sua immondizia indifferenziata negli Stir (stabilimenti di tritovagliatura ed imballaggio dei rifiuti) che separano la frazione umida sfuggita alla raccolta differenziata e la avviano alle discariche. La frazione secca – 600.000 tonnellate all’anno – va invece all’inceneritore di Acerra. L’ingegnere della A2A spiega che gli autocarri in arrivo vengono pesati per determinare la quantità del carico. Gli attivisti insistono per sapere se viene controllata anche la qualità del contenuto: “Abbiamo il sospetto che qui vengano bruciati anche rifiuti industriali”. L’ingegnere allarga le braccia: “Noi guardiamo i documenti e facciamo dei controlli a campione”. Bruciando i rifiuti, prosegue il responsabile dell’impianto, si producono fumi e ceneri. Le ceneri di combustione costituiscono circa il 20% del peso iniziale dei rifiuti trattati dall’inceneritore. Esse comprendono anche metalli (un peso pari al 5% dei rifiuti che entrano nell’inceneritore) che vengono recuperati e riutilizzati. Il resto delle ceneri di combustione (dunque il 15% del peso iniziale dei rifiuti) viene avviato al riuso nei cementifici. I filtri attraverso cui passano i fumi prima di uscire dalle ciminiere trattengono una quantità di polveri pari ad un altro 5% del peso iniziale dei rifiuti e vengono sepolti in una miniera tedesca di salgemma. Poi l’ingegnere conduce il drappello verso l’inferno. Verso il cuore dell’impianto. La fornace vera e propria non si vede se non sui monitor di controllo che la riprendono costantemente; si vede però un’enorme fossa colma di rifiuti che davvero sembra una bolgia dantesca. Un braccio meccanico comandato a distanza – una sorta di mega tenaglia – pesca ininterrottamente dalla fossa per alimentare la fornace. Ogni volta che la tenaglia tira su la roba, si vedono penzolare verso il basso brandelli di abiti e di plastica. Nella fossa spiccano bottiglie di plastica e lattine in quantità. Ad occhio, una buona metà di quel che viene bruciato potrebbe essere tranquillamente avviato al riciclaggio attraverso la raccolta differenziata. Un attivista lo fa notare all’ingegnere. Lui allarga le braccia di nuovo: “Questo non è un problema mio”.

_(Fonte, Informare per Resistere, clicca qui) Non ha detto: con l’inceneritore di Acerra ci pisciano in testa e poi dicono che piove. Ma il senso era esattamente quello e nessuno ha potuto smentirlo. Il professor Antonio Mafella, medico oncologo dell’istituto Pascale di Napoli, viene abitualmente definito “un mito” da coloro che lottano perchè Napoli e la Campania siano posti sani e puliti. Il motivo dell’aura di – direi quasi – venerazione che lo circonda è emerso chiaramente durante la visita dello Spazzatour all’inceneritore di Acerra. L’ingegnere responsabile dell’impianto sta illustrando che l’inceneritore tratta 600.000 tonnellate i rifiuti all’anno; le ceneri trattenute dai filtri delle ciminiere – pari al 5% del peso iniziale dei rifiuti – vengono sepolte in una miniera tedesca di salgemma e le ceneri di combustione – pari al 15% del peso iniziale dei rifiuti – vengono riutilizzate dai cementifici. Il professor Mafella si impadronisce del microfono con piglio leonino: “Secondo i dati ufficiali dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ndr) tutti i 56 inceneritori italiani esportano complessivamente nelle miniere di salgemma tedesche 260 mila tonnellate di ceneri, di cui il 50% proveniente dalla sola Lombardia. E’ evidente che c’è qualcosa che non va”. Se la calcolatrice non mente, infatti, l’inceneritore di Acerra da solo produce ogni anno 30.000 tonnellate di ceneri trattenute dai filtri delle ciminiere e dirette alle miniere tedesche – il 5% delle 600.000 tonnellate di rifiuti trattati. Tuttavia l’intero flusso italiano di ceneri verso la Germania è pari al prodotto di soli otto impianti come quello di Acerra: e gli inceneritori in Italia non sono otto, sono 56. In Italia i rifiuti non vengono tracciati, sottolinea Mafella, e dipinge la possibile commistione delle ceneri provenienti dai filtri dei camini degli inceneritori italiani con le ceneri che rappresentano il residuo della combustione dei rifiuti, destinate queste ultime ai cementifici: “La Campania ha tre cementifici fra i più grandi d’Italia (sono tutti in questa zona e due di essi sono nel centro di città) che completano l’opera di inquinamento: una ricerca appena pubblicata negli Stati Uniti attesta la correlazione diretta fra cementifici e tumori”. E ancora: “Ogni tonnellata di rifiuti che viene trattata qui ad Acerra costa alla Campania 70 euro per l’incenerimento, 35 euro per il danno sanitario, 30 euro per l’ammortamento dell’impianto: fanno 135 euro; in più la A2A per ogni tonnellata incassa dallo Stato 80 euro di incentivi Cip 6 (quelli per la produzione dell’energia elettrica di rifiuti che gravano direttamente sulle bollette degli utenti, ndr). Totale, 215 euro a tonnellata. Napoli, per mandare i suoi rifiuti indifferenziati in Olanda, spende di meno, spende 115 euro a tonnellata”. Il professore prende fiato ma le ue parole sono un inarrestabile fiume in piena: “Chiudono lo stabilimento di Pomigliano perchè dicono che è il mercato, dicono che è più economico produrre le auto in Brasile. Per produrre le auto vale in principio del libero mercato e della ricerca del prezzo più vantaggioso, per trattare i rifiuti no? Ma non ho mica capito!”

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