Terrore diossina ad Anagni, non è certo la prima volta

604974_funo anagni_(Fonte articolo, Ciociaria 24, clicca qui) Mercoledì 19 giugno, un incendio allo stabilimento della ex Snia di Castellaccio (oggi di proprietà dell’Acea) tra Anagni e Paliano ha scatenato il panico tra i cittadini. Un’inquietante nube nera si è alzata sul territorio di Paliano e Anagni, ed ha spinto i rispettivi sindaci a chiudere le scuole e a consigliare agli abitanti di starsene tappati in casa e non uscire. A prendere fuoco è stato il Cdr, cioè il combustibile generato dai rifiuti che poi viene portato a Colfelice per essere bruciato nell’inceneritore. Lo stabilimento pieno delle cosiddette “eco-balle” era quello di Castellaccio, uno dei siti che secondo la regione avrebbero dovuto accogliere la “mondezza” romana da bruciare in Ciociaria, una scelta che ha determinato una buriana di polemiche e che ancora non è stata definitivamente esclusa. I timori che si sono sparsi come una peste nella cittadinanza, però, sono tutti per il contenuto di quella nube. La parola che a più di uno è venuta subito in mente è stata una soltanto, ma terribile: diossina. E non è la prima volta che la si pronuncia da queste parti. Solo qualche settimana fa, il 30 maggio, c’è stata un’altra esplosione, e un’altro incendio. Stavolta in località Paduni, territorio di Anagni, non molto lontano da Castellaccio. In quell’occasione a prendere fuoco è stato uno dei laboratori della Oxido, un’azienda che produce e commercializza prodotti chimici: perossidi organici e persolfati. Con ogni probabilità l’incendio è stato scatenato proprio dalla reazione di quelle sostanze, ma è stato domato in tempo. Nel laboratorio, al momento dell’incendio e dell’esplosione, fortunatamente non c’era personale. Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco che hanno domato le fiamme, impiegando più di 5 ore per mettere in sicurezza l’area. Quello che si temeva era proprio la formazione di una nube tossica. Da Roma è arrivato anche il personale del Nia, il nucleo investigativo antincendi per indagare su quanto accaduto. Ma quella della diossina ad Anagni è una storia molto più lunga. Una storia poco chiara, come spesso accade nella Valle del Sacco. Era il 25 marzo del 2009, quando lo stabilimento bianco della Marangoni e il cielo azzurro sulla località Quattro strade vennero d’un tratto imbrattati da una cortina scura. Il vento trascinò una nube nera, enorme e torbida per centinaia di metri, prima che si posasse su ogni cosa. Sulle case, sulle bestie, sui campi. “La mattina ci siamo svegliati ch’era già tutto nero – racconta Letizia Roccasecca, che abita a poche decine di metri dalla fabbrica di copertoni -. C’ero io, c’era mio marito e quella notte era rimasta a dormire da noi pure mia nipote, che all’epoca aveva solo 10 anni”.
“Quella polvere nera stava dappertutto, ce la siamo ritrovata anche nel letto, sotto le lenzuola. All’inizio pulivo in continuazione – e Letizia mima con ampi gesti il suo sforzo con la ramazza – ma me la ritrovavo sempre lì, in ogni angolo. Ci sono volute parecchie settimane prima che ce la togliessimo dai piedi”. Si scoprì ben presto che c’era stato un incidente. S’era rotto il tubo che portava il carbon black alla lavorazione, dietro allo stabilimento. Il carbon black, anche detto nero di carbonio, o nerofumo, è un pigmento frutto della combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti come il catrame di carbon fossile e il catrame ottenuto dall’etilene, oppure da grassi e oli vegetali. Alla Marangoni lo usano come colorante e per rinforzare gli pneumatici. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) certifica che il “nero carbonio è probabilmente cancerogeno” (Lista delle sostanze cancerogene IARC Gruppo 2B). Inoltre, l’esposizione “a breve termine ad alte concentrazioni in polvere può causare disagio al tratto respiratorio superiore, attraverso irritazione meccanica”, mentre c’è “sufficiente evidenza della cancerogenicità sugli animali”. “La mattina abbiamo chiamato i vigili – racconta Letizia – Bisogna ammetterlo, sono arrivati subito. Quando hanno visto quello schifo, poi, sono stati costretti a scrivere il verbale e a mandarlo subito alla Asl”. Dovranno passare ancora un paio di settimane, però, prima che arrivi un’ordinanza del comune che vieta “la raccolta e il consumo di ortaggi, frutta, uova e pollame in un raggio di 500 metri dalla località Quattro strade.” I dubbi su quello che stava combinando la Marangoni dietro quel muro bianco cominciarono così a serpeggiare in maniera sempre più massiccia tra gli abitanti. Intanto la Asl locale svolse le analisi sulla terra, sugli ortaggi e sulle uova prodotte in zona. I risultati arriveranno solo tre mesi dopo, e sveleranno una realtà inquietante. Non c’era solo il carbon black. Il veleno di cui bisognava preoccuparsi era un altro e non c’entrava niente con quella nube nera. Nell’orto di Letizia e in quello dei suo vicini c’era un bel po’ di diossina. I risultati sulle uova parlavano chiaro: 2,33 picogrammi su grammo. Secondo uno studio commissionato da alcune associazioni ambientaliste locali a Stefano Raccanelli, chimico ambientale e responsabile del laboratorio microinquinanti organici del Consorzio interuniversitario nazionale, una quantità tale da dimostrare una “inequivocabile contaminazione della catena alimentare”. Nelle analisi successive, tra l’altro, la diossina fu trovata anche nel latte prodotto nella zona, nel fieno, e addirittura nel pelo di un cane. Già il 10 luglio 2009 il responsabile del servizio veterinario della Asl locale scriveva al difensore civico di Anagni: “Dalla lettura delle analisi si evidenzia la significativa presenza di Diossinosimili-Pcb-Metalli pesanti”. Dopo un po’, in un’altra nota inviata il 7 novembre, sempre al difensore civico, si metteva in evidenza “la presenza di diossina in tutte le varie componenti”. Fu per questo che a Letizia e ai suoi vicini di casa abbatterono tutte le galline e si portarono via altre uova per fare ulteriori accertamenti. Prima di andarsene, però, le ordinarono di non mangiare più niente che provenisse dal suo orto. Le ultime analisi conosciute risalgono a tre anni fa. E parlano di livelli ancora molto alti. Dopo un po’, però, nonostante le insistenze del coordinamento dei comitati dei cittadini, si è smesso di prelevare campioni. Secondo gli abitanti della zona nessuno si è fatto più vedere. Le analisi sulle persone, invece, non le hanno mai fatte. Lo confermano i cittadini coinvolti. Quando poi, come ha recentemente fatto l’associazione Anagni Viva con una lettera al comune, si chiede che fine abbia fatto quella diossina intorno alla Marangoni, e se le ordinanze che vietano il consumo di prodotti della terra sia ancora in vigore o meno, non ricevono nessuna risposta. Nel frattempo si è combattuta la battaglia contro l’inceneritore di car fluff che sempre la Marangoni ha sperimentato nel suo stabilimento. Il Tar ha respinto il ricorso dell’azienda e per ora non se n’è fatto nulla. Una vittoria per i cittadini, anche se la guerra non è finita. Ma adesso  un silenzio spesso come quella nube è calato su tutta la faccenda. Non ne parla più nessuno, almeno fin quando un laboratorio chimico non esplode o uno stabilimento che produce rifiuti prende fuoco impestando tutta la valle. “E’ dal 1960 che la fabbrica sta qua – dice Letizia prima di salutarti – e il disagio c’è sempre stato. Però, secondo me, prima lo facevano per ignoranza, ma oggi con tutte le tecnologie che ci stanno, lo fanno apposta. Senza pensare a quei poveracci che ancora ci lavorano là dentro…” Fuori il sole è ancora alto, e continua a cadere a picco sulla Marangoni. Il traffico lungo la Casilina è aumentato, la gente negli abitacoli è assorta, quasi stordita. Nessuno fa caso al fatto che, dietro ai bassi steccati, galline, pecore, e più di qualche vacca continuano a razzolare placide.

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