Rifiuti, l’ultimo atto dei Pellini di Acerra

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_Terzo ed ultimo incontro di “Progetto Riciclo”, l’assessore all’ambiente del Comune di Capannori (primo comune italiano ad aderire alla strategia “Rifiuti Zero”), Alessio Ciacci, sarà nostro ospite il 19 gennaio 2013 alle ore 17:00 presso l’aula consiliare del Comune di Genzano di Roma. Tutti invitati. Vi aspettiamo.

_(Fonte articolo e immagine, Napoli Monitor, clicca qui) “Non decorre la prescrizione perchè il pericolo è tuttora presente”. È a questo punto della requisitoria del magistrato Maria Cristina Ribera che gli applausi e le esortazioni riempiono l’aula di tribunale. I cittadini e i rappresentanti di comitati e associazioni, seduti fino a quel momento in un assorto silenzio, rompono per un istante la solennità di un processo di portata storica. È il 27 dicembre, e nell’aula 114 della sesta sezione penale del tribunale di Napoli si svolgono le ultime fasi del procedimento penale scaturito dall’inchiesta “Carosello – Ultimo Atto”, a carico di ventotto imputati coinvolti a vario titolo in un sistema criminale che per anni ha gestito, movimentato e smaltito illegalmente nelle campagne dell’agro casertano e napoletano tonnellate di rifiuti nocivi provenienti prevalentemente da industrie del nord Italia. Le indagini confluite nel processo espongono i meccanismi attraverso cui si è compiuta la contaminazione dei territori di Acerra, Bacoli, Giugliano e Qualiano, e raccontano un altro segmento del gigantesco business dell’ecomafia, probabilmente il più devastante e fiorente settore sommerso dell’economia nazionale. Ora, dopo il naufragio di “Cassiopea”, il processo che avrebbe potuto determinare i responsabili del traffico di rifiuti tossici legato al clan dei casalesi e finito invece in un mare di prescrizioni quindici mesi fa, c’è la possibilità che tale procedimento stabilisca chiaramente i colpevoli e i fatti. Principali imputati sono i tre fratelli Pellini di Acerra: Cuono, Giovanni e Salvatore, gestori di società di trasporto e trattamento rifiuti i primi due, e carabiniere all’epoca dei fatti il terzo. Un imponente edificio probatorio dimostra che Pellini e associati, fin dagli anni novanta, hanno smaltito illegalmente in Campania almeno un milione di tonnellate di scarti industriali provenienti per la maggior parte da Toscana e Veneto, con un profitto stimato di ventisette milioni di euro. L’organizzazione si avvaleva di un rete di complici che ricoprivano posizioni di controllo nella pubblica amministrazione e nelle forze dell’ordine. In particolare, l’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppe Curcio avrebbe dirottato i controlli dell’ARPAC e manomesso le indagini innescate dalle denunce degli agricoltori, causandone l’archiviazione. Altri due complici al comune di Acerra, Pasquale Petrella e Amodio Di Nardi, responsabili dell’ufficio tecnico, fornivano certificati falsi sulla destinazione dei terreni, contribuendo alla parvenza legale delle operazioni. Forti anche i legami del gruppo Pellini con il clan Belforte di Marcianise, emersi dalle intercettazioni telefoniche tra esponenti del clan e dalle dichiarazioni del pentito Pasquale Di Fiore, a capo dell’omonimo clan acerrano. Proprio Di Fiore aveva raccontato il grottesco episodio dei contadini acerrani esasperati dagli scarichi tossici che, vedendo cadere nel vuoto le proprie denunce agli organi competenti, si erano rivolti al boss in cerca d’aiuto. Il rischio paventato dalle associazioni della società civile che molti dei reati contestati a Pellini e associati cadano in prescrizione non è da sottovalutare, e non sarebbe né il primo né l’ultimo fallimento della giustizia in campo ambientale. La norma e la prassi per i reati ecologici sono ancora carenti in Italia, contemplando pene esigue e tempi di prescrizione brevi. Ma il magistrato Ribera potrebbe essere pervenuta a una deduzione in grado di costituire un precedente tale da influenzare altri simili processi in corso. I principali capi d’imputazione contestati sono associazione a delinquere, disastro ambientale, traffico di rifiuti e falso ideologico. Rifacendosi alla lettera della legge, Ribera ha sottolineato come “il disastro ambientale si perpetua tuttora ed è un pericolo esistente e persistente ai danni delle comunità. E rappresentando il termine del pericolo il momento da cui decorrono i tempi di prescrizione del presente reato, fin quando la bonifica non verrà attuata e il pericolo rimosso il reato non potrà mai prescriversi”. Se venisse accolto in pieno dai giudici il teorema accusatorio così impostato, per i Pellini e i loro complici si aprirebbero le porte del carcere, e i tre fratelli di Acerra dovrebbero scontare tutti e diciotto gli anni di reclusione richiesti dal pm. Le terre di Acerra non saranno sanate da questa condanna, e le cave di Bacoli, Giugliano e Qualiano non si libereranno dai rifiuti industriali alla lettura della sentenza. Per le bonifiche ci vorranno anni, ci vorranno risorse, ma soprattutto sarà necessaria la volontà trasparente delle istituzioni ai vari livelli di regolare e attuare tutte le operazioni necessarie a ristabilire la salubrità delle zone inquinate. In questi paesi come nel resto della provincia di Napoli e Caserta. Un dato, la contaminazione ambientale che in Campania compromette vita presente e futura, sembra non essere ancora stato recepito in tutta la sua gravità né dall’opinione pubblica né dai governi regionale e nazionale. Ad attivarsi, fare informazione ed esercitare pressione, ci sono i comitati che agiscono sul territorio, dal Coordinamento contro i roghi tossici, alle Donne del 29 agosto, fino a tutte le realtà associative consolidatesi nell’addestramento alla giustizia ambientale maturato in venti lunghi anni di emergenza rifiuti e lotte per la salute e l’inclusione. Ciò che i cittadini parte dei movimenti ambientalisti hanno dimostrato è che la conoscenza dello stato di salute di territorio e popolazione e la progettualità per costruire un rapporto sano tra essi, non sono appannaggio esclusivo di esperti con mandato istituzionale. Chi il territorio lo vive, non solo sa esattamente chi, cosa e dove cercare per evidenziare i crimini ambientali, ma ne paga per primo le conseguenze. Come la famiglia di allevatori Cannavacciuolo, in prima fila in aula e parte civile nel processo “Carosello – Ultimo Atto”. Le loro pecore sono state tra le prime sentinelle a soffrire l’inquinamento dei terreni intorno agli impianti dei Pellini, le prime a mutare e morire di chimico veleno, lo stesso che ha ormai imboccato da tempo catena alimentare e metabolismo umano. Il giovane Alessandro Cannavacciuolo, che è anche un amico e una “guardia ambientale” di Acerra, ha messo la propria vita in pericolo quando ha firmato le denunce di sversamenti illeciti e di costruzioni abusive nel suo paese, ma in aula l’ho visto sorridere, e ci siamo guardati negli occhi solidali quando è salito nel piano rialzato di fronte a giudici e avvocati per stringere la mano ai più di cento sostenitori pervenuti. Fuori dal tribunale, anche un presidio di Insorgenza civile e uno del Movimento 5 stelle. La prossima udienza si terrà il 24 gennaio, parleranno i difensori dei Pellini, e addosso avranno tutti gli sguardi dei movimenti, delle testate locali, degli ambientalisti, di chi si interessa per necessità di sopravvivenza e di chi sente troppo forte che qualcosa è andata storto per troppi anni. Non si tratta di vendetta, ma di stabilire le responsabilità dei soggetti che hanno creato profitti scaricando i costi ambientali su territori e popolazioni. Per contraddire la certezza d’impunità e per porre finalmente un freno alla distruzione.

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