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Isde Italia: “Per il principio di precauzione si abbandoni l’incenerimento dei rifiuti”

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui) Facendo seguito al comunicato già emesso il 3 Dicembre 2011, immediatamente dopo la diffusione dello studio Moniter, si producono queste ulteriori considerazioni frutto di una sua approfondita analisi, analisi tutt’ora in corso e condotta in collaborazione con colleghi anche di altre regioni. Come si ricorderà nel 2007 la Regione Emilia-Romagna ha investito oltre 3 milioni di euro in una serie di indagini sugli effetti sanitari e ambientali degli inceneritori presenti sul suo territorio (Progetto Moniter). Le conclusioni dello studio sono, secondo gli Autori, piuttosto tranquillizzanti, pur dimostrando un possibile eccesso di linfomi Non Hodgkin a Modena e un significativo aumento di rischio di nascite pretermine, nonché (sia pur con minore evidenza statistica) di neonati piccoli per età gestazionale e di aborti spontanei. Il Comitato Scientifico preposto alla supervisione dello studio, raccomandando di non sottovalutare i risultati emersi circa gli esiti delle gravidanze, giudicati “verosimilmente” connessi alle emissioni degli inceneritori (si noti che in letteratura aborti e parti premature rappresentano un indice significativo di sofferenza materno- fetale), invita alla cautela nell’interpretazione degli altri risultati, facendo presente che, almeno per le cause di morte e per i tumori più rari, “nonostante le dimensioni del database, sarebbe stato difficile identificare un aumento del rischio, se non nel caso di un improbabile rischio molto alto”. Dal momento che le evidenze che più si sono accumulate circa l’impatto sulla salute degli inceneritori riguardano proprio patologie rare come, per l’appunto, i linfomi non Hodgkin e i sarcomi dei tessuti molli, ci appare incongruente il giudizio “complessivamente rassicurante” circa gli effetti a lungo termine degli inceneritori sulla salute delle popolazioni direttamente esposte (che rappresentano comunque una frazione minima degli esposti alle emissioni tossiche degli impianti). A un attento esame delle varie parti che compongono lo studio, si possono inoltre rilevare limiti metodologici non trascurabili, alla luce dei quali i risultati emersi potrebbero risultare ancor meno tranquillizzanti. Sottostime significative dei rischi, in particolare, possono derivare da

• aver considerato ambiti territoriali ridotti (4 Km dagli impianti) rispetto a quelli presi in esame da altri importanti studi riportati in letteratura, in cui le indagini sono estese anche oltre i 10 km;

• non essere stati in grado di identificare un “tracciante” (marker) realmente specifico delle emissioni degli inceneritori ed aver utilizzato, per la valutazione dell’esposizione delle popolazioni, un marker generico come il PM10, quando oltretutto è noto (ed emerso con chiarezza dalle stesse analisi del Moniter) che le emissioni di tali impianti sono caratterizzate dalla presenza assolutamente prevalente di particolato fine e ultrafine (per l’87% PM2,5);

• non aver tenuto in debito conto sia precedenti esperienze che gli stessi risultati emersi nelle indagini ambientali di Moniter, che evidenziavano, in prossimità dell’inceneritore, accumuli significativi – in specifiche matrici – di metalli pesanti particolarmente pericolosi per la salute, quali il cadmio e il piombo, e non aver analizzato – sulle medesime matrici – eventuali accumuli di mercurio, i cui effetti tossici sono ben noti in particolare sullo sviluppo neuropsichico dei bambini (al pari del piombo);

• non aver preso in considerazione dati epidemiologici emersi in precedenti studi (es. deficit cognitivi nei bambini) ed effetti su categorie di popolazione particolarmente suscettibili (anziani, bambini, soggetti affetti da patologie croniche);

• dosaggio inadeguato di diossine e PCB, di cui sono state esaminate solo le concentrazioni atmosferiche, senza alcuna indagine sul loro accumulo nelle matrici biologiche in cui maggiormente si concentrano e che costituiscono di gran lunga il maggior veicolo di esposizione umana attraverso l’alimentazione;

• disomogeneità sia nella composizione delle coorti che nell’affidabilità dei dati emissivi utilizzati per la stima dei livelli di esposizione in corrispondenza ai diversi inceneritori indagati;

• difetti metodologici nei rilievi tossicologici.

Nonostante i limiti descritti, i risultati dello studio Moniter, oltre ai rischi già segnalati, evidenziano per singole sottocoorti possibili aumenti di rischio tanto per patologie tumorali (fegato, pancreas, vescica, colon, linfoma non-Hodgkin, polmone, ovaio), che non tumorali (patologie cardiocircolatorie, vascolari e respiratorie, nascite pre-termine, aborti spontanei, malformazioni fetali), per di più coerenti con altre segnalazioni emerse in letteratura: il che rappresenta un preciso segnale di allarme circa l’esistenza di ricadute negative sulla salute delle popolazioni esposte. Ne sembra pienamente consapevole il Comitato Scientifico di Moniter, che a conclusione delle proprie Osservazioni fa presente che “d’accordo con le conclusioni della conferenza OMS Europa sullo smaltimento dei rifiuti (Roma 2007), … la segnalazione di effetti avversi nella vicinanza di discariche ed inceneritori dovrebbe ispirare a un approccio di precauzione a proposito della creazione di nuovi impianti” , tenuto conto che “la mancata dimostrazione di effetti a lungo termine non significa dimostrazione di rischio zero” e che “siamo in presenza di altri fattori di pressione ambientale sulla popolazione”, trovandoci all’interno della Pianura Padana, uno dei territori più inquinati del pianeta. Non possiamo che unirci all’appello del Comitato Scientifico, chiedendo per parte nostra che la rigorosa applicazione del Principio di Precauzione porti al definitivo abbandono dell’incenerimento dei rifiuti, da sostituire, in linea con le più recenti indicazioni dell’Unione Europea, con pratiche vantaggiose sul piano economico e meno impattanti sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni direttamente e indirettamente esposte, quali il riciclo dei materiali e il recupero integrale di materia con tecnologie a freddo.

Sezione ISDE Bologna

Sezione ISDE Ferrara

Sezione ISDE Forlì

Sezione ISDE Parma

Sezione ISDE Piacenza

Sezione ISDE Reggio Emilia

Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

A “Presa Diretta” il dramma del Lazio e della discarica di Albano Laziale

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui) Presadiretta, emergenza rifiuti in Lazio? video puntata 22 gennaio 2012. Presadiretta, il programma condotto da Riccardo Iacona su Rai Tre, nella puntata di ieri sera, domenica 22 gennaio 2012, ha proposto ampi reportage sulla situzione dei rifiuti nel Lazio. La discarica di Malagrotta è ormai satura, per cui si stanno valutando le possibili soluzioni in grado di risparmiare la regione Lazio dall’apertura di centri di raccoglimento e smaltimento dei rifiuti in siti archeologici quali Tivoli, Riano e zone limitrofe. La questione della raccolta differenziata è diventata, per il prefetto di Roma, un caso “scottante”. Renata Polverini avrebbe addossato le responsabilità al sindaco Walter Veltroni e pensa di riaprire nuove discariche, visto che i termini per la chiusura di Malagrotta sono stati oltrepassati. La trasmissione mostra lo stato di emergenza in cui si trova la zona, con interviste ai cittadini che vi abitano. L’immondizia non solo ha riempito l’immensa area, ma l’ha trasformata da un buco ad una collina. E si tratta di rifiuti indifferenziati, che contravvengono alle norme Europee. Solo il 20 per cento di essi vengono trattati tramite un gassificatore. Il 24 per cento di rifiuti differenziati che giungono da Roma costituisce inoltre un gran problema per lo smaltimento, visto che, a questo punto, l’80 per cento di tutto il “talquale”(cioè immondizia non differenziata) viene interrato, con relativi danni per l’ambiente. L’avvocato Manlio Cerroni, proprietario di Malagrotta, vede davanti a se un’unica soluzione: utilizzare il sito di Quadro Alto a Riano, almeno fino a che non si trovi una soluzione a “cinquestelle” per lo smaltimento. Intanto, i cittadini di Malagrotta fanno pressioni per ottenere la bonifica del luogo. Anche se non esiste uno studio epidemiologico, l’Arpa (Agenzia regionale di protezione ambientale del Lazio) ha documentato quantitativi di percolato tali da inquinare le falde acquifere e il suolo. A Riano e Corcolle, intanto, si susseguono le proteste per non diventare le nuove “malagrotta”. La protezione civile spiega davanti alle telecamere di Presadiretta che la vicinanza alle falde acquifere, unita alla pietra di tipo poroso che le sovrasta, costituisce un rischio serio per la popolazione. E proprio quest’ultima, racconta il disinteresse della regione Lazio, che non ha mai mandato nessuno ad accertarsi della pericolosità esistente. Recandosi a Villa Adriana, patrimonio dell’UNESCO, si scopre un altro sito scelto per il conferimento dei rifiuti: Corcolle. Alessandro Macina, inviato, mostra il sito assieme ad alcuni abitanti. La ditta Ecologia s.r.l. sta progressivamente affittando i terreni ad uso discarica, compromettendo l’agricoltura. Si teme un fenomeno simile a quello avvenuto a Guidonia, dove si è ridotta sempre più l’area verde e aumentato il perimetro della discarica. La società di Cerroni, Ecoitalia ’87, ha subito una diffida dal comune, atta a ottenere la bonifica dei luoghi nel minor tempo possibile. Stessa sorte ha subito Roncigliano, discarica del comune di Albano Laziale che si è espansa sempre più, riversando percolato nei torrenti. Per ambedue i siti, l’Arpa ha riscontrato valori di inquinamento pericolosamente oltre la norma. Vi è poi il progetto di una “discarica definitiva” a Pizzo del Prete, con annesso termovalorizzatore. Il prefetto ha proposto al signor Alfredo Lauteri, imprenditore agricolo proprietario di gran parte di quei territori, di trasformare l’inceneritore in un business personale. Ma il proprietario si è opposto, dichiarando di non voler disfare il suo centro zootecnico, il quale, paradossalmente, è stato finanziato per il 35 per cento dalla regione Lazio. Il centro contiene prodotti a filiera controllata, tra cui una consistente fetta del latte di Roma, che Lauteri assieme ad altri agricoltori producono giornalmente. Altro caso del “modus operandi” della regione riguarda Peccioli, sito di una già esistente discarica dove, per ottenere il consenso della gente del luogo, sono stati promessi un gassificatore in grado di ridurre l’inquinamento e delle ecoballe trattate, oltre all’abbattimento delle spese dei rifiuti pagate dai cittadini. Ma nessuna delle misure è stata rispettata. La trasmissione analizza proprio il punto principale e risolutivo del problema: la raccolta differenziata. A Roma, purtroppo le percentuali si aggirano su un 80 per cento di indifferenziata a fronte di un 20 per cento che lo è. Le cifre migliorano in quartieri come Trastevere, dove viene effettuata porta a porta. Qui infatti diventano addirittura del 70 per cento. Inoltre, si sta diffondendo anche il modello “duale”(umido-non riciclabile). Ma c’è un limite anche alla raccolta differenziata: impianti per lo smaltimento come quelli di Pomezia, oltre ad avere un costo alto per i cittadini, non riescono a gestire gli alti quantitativi conferiti, che puntualmente finiscono a Malagrotta, tra l’indifferenziato. Anche l’organico, pur venendo smaltito, ha oneri finanziari alti. Le immagini mostrano infine S.Francisco, che ha raggiunto il 78 per cento di smaltimento e compostaggio, con l’obiettivo di creare rifiuti zero entro il 2020. Inoltre, il progetto sui rifiuti ha creato nuovi posti di lavoro, tramutandosi da spesa in guadagno. La Recology, ditta che si occupa di smaltimento, mostra i metodi avanzati per creare un numero bassissimo di rifiuti. Il fine dell’ente, è quello di fare a meno, in futuro, dell’uso delle discariche. Clicca qui per guardare il video (Rai.tv) della puntata.

Arsenico nell’acqua, risarcimento di 100 euro

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_Cari amici, qual e’ la situazione reale ai Castelli romani? Ve lo siete chiesto?

_I ministeri dell’Ambiente e della Salute sono stati condannati dal Tar del Lazio a risarcire con 100 euro ciascuno circa 2.000 utenti di varie regioni (Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia, Umbria) che lamentano la presenza di arsenico nell’acqua. Lo annuncia il Codacons, che aveva presentato ricorso. Secondo i giudici amministrativi di primo grado, riferisce il Codacons, bere “acqua all’arsenico può produrre tumori al fegato, alla cistifellea e pelle, nonché malattie cardiovascolari“. “La sentenza – afferma il Codacons in una nota – apre una strada di incredibile valore, affermando che fornire servizi insufficienti o difettosi o inquinati determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute”. “Ora questa strada – prosegue la nota – sarà percorsa anche per chiedere i danni da inquinamento dell’aria e da degrado sia a Napoli che a Roma e nelle altre grandi città in cui la vivibilità è fortemente pregiudicata dal degrado ambientale”. Per Carlo Rienzi, presidente dell’associazione di utenti e consumatori, si “tratta di una vittoria importantissima perché pone termine alla impunità di regioni e ministeri che per non spendere i soldi stanziati o non sapendoli spendere hanno tenuto la popolazione in condizioni di degrado e di rischio di avvelenamento da arsenico. Ora i singoli presidenti delle regioni e i singoli Ministri dell’Ambiente e della Salute succedutisi negli ultimi anni, quando promettevano all’Europa bonifiche delle falde in cambio di aumento dei limiti di presenza del metallo velenoso nelle acque, dovranno essere perseguiti dalla Corte dei Conti per rimborsare l’erario dei soldi che dovranno risarcire agli utenti”.

Per mettere il problema nero su bianco, la Legambiente ha realizzato delle tabelle in cui mostra i comuni a rischio. Alcuni di questi sono riusciti ad ottenere una proroga, ma solo perché il loro limite supera di poco quello stabilito dall’OMS. Infatti, su 157 comuni che ne avevano fatto richiesta per tre parametri (boro, fluoruro e arsenico), 128 non l’hanno ottenuta per le alte concentrazioni di arsenico, mentre è stata concessa a tutte le realtà che superano di poco i limiti (fino a 20mg per litro).

“Per rientrare nei limiti – ha aggiunto Ciafani – è sufficiente procedere ad interventi praticabili in pochi mesi, come è già avvenuto in diverse parti d’Italia. Infatti, nel 2003 le richieste di deroga erano state avanzate da 13 Regioni su 10 parametri mentre nel febbraio 2010 la richiesta di rinnovo inviata dall’Italia ha riguardato solo 6 Regioni (Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, Trentino Alto Adige, Umbria) per tre parametri. Dunque – ha concluso Ciafani – la diminuzione delle richieste, sia in termini di territori coinvolti che di parametri dimostra che, con adeguati investimenti, è possibile uscire dalla deroga garantendo ai cittadini acqua potabile nel rispetto della legge”. Le realtà comunali che hanno ottenuto la deroga devono mettersi in regola entro i prossimi mesi, per intervenire a livello strutturale e tagliare drasticamente le concentrazioni di arsenico, ma anche di fluoruro e boro. Nella regione Lazio abbiamo 78 comuni impattati con 461.539 cittadini interessati. Soltanto nella Provincia di Roma il parametro di interesse e’ il fluoruro con € 33.299.629 previsti per le azioni correttive. Il termine della deroga scade il 2012… (Fonte: Ansa)

Inceneritori, nuove evidenze tra emissioni e malattie

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo, clicca qui). Le diossine, i furani e i PCB (policlorobifenili) rientrano in diversi ambiti della politica ambientale come inquinanti organici persistenti (POP, persistent organic pollutants). Al pari di altri POP, le diossine, i furani e i PCB vengono trasportati al di là delle frontiere e costituiscono una minaccia per l’ambiente e per la salute umana in quanto si bio-accumulano attraverso la catena alimentare. Possono danneggiare il sistema immunitario, quello nervoso e il sistema endocrino, provocare disturbi della funzionalità riproduttiva, oltre ad avere una sospetta azione cancerogena. I feti e i neonati sono i più sensibili all’esposizione a tali sostanze. Questa preoccupazione a livello planetario ha trovato espressione nella convenzione di Stoccolma dell’UNEP (United Nations Environment Programme – Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) sugli inquinanti organici persistenti, di cui la Comunità Europea è diventata parte contraente nel febbraio 2005, nonché nel protocollo del 1998 sui POP della convenzione sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a grande distanza dell’UNECE (Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa). Nel 1993 il Consiglio Europeo aveva stabilito lo scopo di raggiungere la riduzione del 90% delle emissioni di diossina da fonti note entro il 2005 rispetto ai valori del 1985. Il 12 Dicembre 2001 il Consiglio appoggia la strategia proposta dalla Commissione sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati (strategia sulla diossina). La strategia è duplice: da una parte si propone di ridurre la presenza di diossine, furani e PCB nell’ambiente e, dall’altra, mira a ridurne il tenore nei mangimi e negli alimenti. Ancora nella seconda relazione sull’attuazione della strategia, che sintetizza le attività intraprese dalla Commissione nel periodo 2004-2006, si legge però:

“Nel settembre 2006 è stata adottata una strategia tematica sulla protezione del suolo, comprendente una proposta di direttiva quadro che prescrive agli Stati membri di prevenire la contaminazione del suolo, compilare un inventario dei siti contaminati e risanare i siti individuati. Per quanto riguarda i rifiuti, il regolamento sui POP dispone la distruzione degli inquinanti o la loro trasformazione irreversibile in altre sostanze. Questo principio generale ammette alcune deroghe, per la cui applicazione sono stati adottati, nel 2006 e nel 2007, due regolamenti che fissano valori limite per le diossine, i furani e i PCB”.

Non soltanto gli obiettivi del 1993 non sono stati raggiunti, ma gli studi della Commissione non evidenziano il rapporto fra la produzione di diossine e l’incenerimento incontrollato dei rifiuti. Il monitoraggio delle fonti industriali da una parte e i controlli tossicologici dell’inquinamento alimentare dall’altra non sono integrati in una strategia operativa unitaria capace di raggiungere gli obiettivi per la riduzione completa delle diossine. Mentre si offrono delle deroghe e si stabiliscono soglie minime di POP, non si offrono incentivi per l’applicazione di buone pratiche che consentano di dismettere gli impianti inquinanti ed introdurne nuovi, efficaci e compatibili con l’ambiente e la salute umana. Intanto, appena qualche settimana fa, il 18 Dicembre 2011, il Resto del Carlino diffondeva la notizia della presenza di diossina nel latte materno di due donne della provincia di Ravenna (Savarna e Porto Corsini), nell’area della ricaduta delle polveri dell’inceneritore Hera. Il problema è stato portato alla pubblica attenzione dal Movimento 5 Stelle, che un anno prima aveva chiesto al consorzio Inca di Marghera di analizzare due campioni di latte materno di due donne non fumatrici e residenti nell’area minacciata da più di cinque anni. Benché privi di valore statistico, i risultati colpiscono perché le concentrazioni di diossina in ciascuna donna superano rispettivamente di 3 e 4 volte il limite consentito per legge per il latte di mucca (pari a 6 miliardesimi di milligrammo).

Le verifiche sulla presenza di diossina nelle matrici biologiche hanno un precedente recente in Emilia Romagna: pochi mesi fa l’associazione Medici per l’Ambiente aveva condotto a Forlì degli accertamenti su dei polli allevati a breve distanza dagli inceneritori di Hera e Mengozzi. Le cifre sono inferiori rispetto a quelle di Savarna e Porto Corsini, ma difficilmente questi casi possono essere definiti ‘eccezionali’. Come fa notare il Gruppo Consiliare del Movimento 5 stelle del Comune di Ravenna, è importante tener presente che “tutti i cittadini di zone industrializzate sono nelle stesse condizioni di esposizione”. Senza spostarsi troppo dall’Emilia Romagna, un caso analogo è rappresentato dalla provincia di Pisa, dove il comitato NonBruciamociPisa ha raccolto cento firme nella sola giornata del 20 Dicembre a favore delle petizioni contro lo sforamento di diossine dell’inceneritore di Ospedaletto e contro il superamento dei limiti delle polveri registrato dalle centraline di Piazza del Rosso. L’inceneritore dell’area di Ospedaletto è attivo da circa una ventina d’anni e nel 2003 ingenti somme sono state spese per la sua ristrutturazione (i Comuni della provincia pisana si sono fatti carico di 40mln di euro tramite l’azienda a capitale completamente pubblico Geofor). Tuttavia, solo pochi anni dopo sono stati necessari nuovi interventi che hanno comportato ulteriori spese, ultime quelle del 2011. Numerose evidenze (nube viola del 2007; scoperta del conferimento di rifiuto radioattivi all’inceneritore nel 2008 ed infine gli attuali sforamenti dei limiti di emissione di diossina) confermano che ulteriori investimenti nell’impianto di incenerimento di Ospedaletto non sono giustificati a fronte degli alti livelli di raccolta differenziata ottenuti con il porta a porta (72% a Vecchiano e 65% a S. Giuliano T.). I sottoscrittori chiedono che venga data attuazione a quanto richiesto con la petizione del 2007 e che pertanto l’inceneritore di Ospedaletto non riprenda la sua attività e che il denaro pubblico venga utilizzato per estendere il sistema di raccolta porta a porta a tutta la provincia, per promuovere iniziative di riduzione dei rifiuti e per la costruzione di impianti a freddo per il trattamento meccanico biologico del residuo della raccolta differenziata.

Approvato il Piano Rifiuti Polverini

_AVVISO IMPORTANTE PER TUTTA LA CITTADINANZA: DOMENICA 22 GENNAIO ORE 21:30 SU RAI TRE LA TRASMISSIONE PRESADIRETTA DI RICCARDO IACONA TRATTERA’ LA VERTENZA INCENERITORE CASTELLI ROMANI ED ANNESSA DISCARICA. BUONA VISIONE. PASSAPAROLA.

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_(Fonte articolo,clicca qui) Riduzione alla fonte della produzione di rifiuti, raccolta differenziata al 65% dal 2012 e realizzazione di un sistema integrato di impianti di recupero e smaltimento. Sono questi gli obiettivi del nuovo piano rifiuti della Regione Lazio approvato stamattina dal consiglio regionale con 40 voti favorevoli e 23 contrari. Un piano che durerà fino al 2017 e che, secondo l’assessore alle Attività produttive, Pietro Di Paolo, ha lo scopo di “garantire un approccio strutturale e organico al problema rifiuti attraverso un documento che aggiorna finalmente il piano del 2002″. Netta la contrarietà che arriva dall’opposizione che ha contestato quello che è stato definito il “piano b”, destinato a rappresentare il fabbisogno impiantistico qualora non si realizzino alcuni obiettivi del piano principale. Tra cui, anche, la soglia minima della differenziata, fissata dal piano al 65%, in applicazione delle norme vigenti, dal 2012 e fino al 2017. Il piano contempla la possibilità per i Comuni – prevista dalla legislazione nazionale – di derogare agli obiettivi di raccolta differenziata, con un accordo di programma tra ministero dell’ambiente, regione ed enti locali.  “Lo scenario di controllo – dichiara il radicale Rocco Berardo – è quello che perseguirà questa giunta”. Ma per Di Paolo, il “piano b” valuta il fabbisogno impiantistico qualora non si realizzino le politiche di riduzione e si abbia crescita “inerziale” della produzione dei rifiuti; non si raggiungano gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dal piano; la capacità operativa degli impianti di termovalorizzazione non risulti pari a quella autorizzata. Se dovessero permanere le ipotesi dello scenario di controllo potranno essere autorizzate ulteriori capacità di trattamento per il rifiuto indifferenziato e di termovalorizzazione. Trionfante il commento della presidente della Regione Renata Polverini: “Da oggi si fa sul serio su tutti itemi. La maggioranza siamo noi. Il Piano rifiuti, atteso dal 2002, ci portera’ finalmente in Europa con uno strumento per evitare una procedura di infrazione”. Per la governatrice, la colpa del ritardo e dell’emergenza rifiuti nel Lazio è da addebitare al centrosinistra: “Il ‘grande’ sindaco Veltroni ha consegnato a questa città una situazione di emergenza vergognosa. All’opposizione dico che se siamo in questa situazione è a causa del loro immobilismo. Non saremmo arrivati dove siamo se non avessimo avuto la giunta Marrazzo per 5 anni e la Giunta Veltroni per 8 anni, immobili a Roma”.

_(Fonte articolo, clicca qui) Via libera dal Consiglio regionale del Lazio al piano di gestione dei rifiuti proposto dalla Giunta Polverini. L’atto, approvato oggi con una delibera votata a maggioranza dall’Aula (40 favorevoli e 23 contrari) presieduta da Mario Abbruzzese (Pdl), ha lo scopo di uniformare e razionalizzare la programmazione che si e’ susseguita nel tempo, aggiornare la pianificazione al nuovo quadro normativo nazionale e superare definitivamente l’emergenza rifiuti nel Lazio. ll piano persegue, fino al 2017, tre obiettivi: riduzione alla fonte della produzione di rifiuti, raccolta differenziata al 65% dal 2012 e realizzazione di un sistema integrato di impianti di recupero e smaltimento. Si e’ trattato, secondo l’assessore Pietro Di Paolo, ”di garantire un approccio strutturale e organico al problema rifiuti. Dopo le due ordinanze della presidente Polverini di dicembre 2010 e giugno 2011, l’adozione del piano in Giunta, la stesura del documento di siting delle tre direzioni regionali che ha consentito al commissario di Pecorare di individuare i siti per l’emergenza post Malagrotta arriviamo ad uno dei passaggi piu’ importanti e cruciali, cioe’ all’approvazione della cornice normativa per quanto riguarda il problema rifiuti”. Fissata dal piano al 65%, in applicazione delle norme vigenti, la soglia minima di raccolta differenziata dal 2012 e fino al 2017. Il piano contempla la possibilita’ per i comuni – prevista dalla legislazione nazionale (D.Lgs. 205/2010) – di derogare agli obiettivi di raccolta differenziata, con un accordo di programma tra ministero dell’Ambiente, Regione ed enti locali. Il piano dovra’ conformarsi a tali accordi. L’eventuale adeguamento a tali programmi sara’ trasmesso alla commissione Ambiente della Pisana e alla Ue. Quanto allo scenario di controllo – definito ”piano B” dall’opposizione, che ne aveva chiesto la cancellazione, e invece ”rafforzamento dello scenario di piano” da Di Paolo – esso valuta il fabbisogno impiantistico qualora: non si realizzino le politiche di riduzione e si abbia crescita ”inerziale” della produzione dei rifiuti; non si raggiungano gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dal piano; la capacita’ operativa degli impianti di termovalorizzazione non risulti pari a quella autorizzata. Se dovessero permanere le ipotesi dello scenario di controllo potranno essere autorizzate ulteriori capacita’ di trattamento per il rifiuto indifferenziato e di termovalorizzazione. Per la gestione dei rifiuti il Lazio e’ stato ripartito in cinque ambiti territoriali ottimali (Ato), corrispondenti in linea di massima ai territori delle province laziali. Scompare l’Ato unico regionale, previsto in origine dalla proposta. All’interno degli Ato andranno organizzati i servizi di raccolta dei rifiuti urbani e assimilati, garantita l’autosufficienza degli impianti di trattamento meccanico biologico (TMB) e di quelli di smaltimento di rifiuti urbani (discariche). In caso di carenze, un ambito potra’ utilizzare impianti presenti in altri Ato (come accade per Rieti che si serve di Viterbo). Il piano non indica direttamente le aree idonee (e quelle non idonee) ad ospitare gli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, ma fissa – come previsto dalla legge – i criteri per la localizzazione da parte delle Province nei loro strumenti di pianificazione territoriale. Termovalorizzatori e gassificatori dovranno invece essere autosufficienti su base regionale. I tempi per la realizzazione degli impianti necessari a completare la dotazione a livello regionale sono stati stimati in 3 anni per quelli di TMB, 5 per quelli di trattamento termico e 3 per quelli di compostaggio. La deliberazione approvata oggi prevede che il provvedimento sia trasmesso – assieme agli elaborati – alla Commissione europea. Questo ai fini della valutazione dell’ottemperanza a quanto stabilito dalla sentenza con cui, il 14 giugno 2007, la Corte di giustizia europea ha condannato la Repubblica italiana.Il piano rifiuti aveva iniziato il proprio iter in consiglio il 12 dicembre dopo che il 6 dicembre la commissione Ambiente, a conclusione di una serie di sedute ed audizioni, aveva espresso parere favorevole. Quindi il 14 dicembre si e’ concluso l’esame in aula e il voto finale e’ stato rinviato – dopo l’approvazione del Bilancio della Regione, avvenuta il 22 dicembre – al 18 gennaio 2012.

La Campania è andata. Addio.

_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.

_Se questo dovesse essere il Piano Rifiuti definitivo la Campania è andata. Addio.

_(Fonte articolo,clicca qui) Diverse centinaia di persone hanno manifestato oggi davanti alla sede del Consiglio regionale della Campania in occasione dell’approvazione del Piano regionale dei rifiuti. Il piano proposto dall’assessore Romano indica la costruzione di quattro inceneritori tra cui uno a Giugliano per le ecoballe e quello di Napoli Est, osteggiato anche dal Comune di Napoli, e la costruzione di nuove discariche. ”La giunta Caldoro ha fatto una scelta da banditi – commenta Antonio Musella della Rete Commons – ovvero quella di implementare gli affari della lobby degli inceneritori e quella criminale della costruzione e gestione delle discariche decidendo di far diventare la nostra regione un territorio invaso dalle polverisottili e quindi dai tumori e dalle leucemie”. La scelta della giunta Caldoro, aggiunge, “e’ in continuita’ con i piani gia’ proposti e miseramente falliti e bocciati dall’Unione Europea fatti gia’ dalla passata amministrazione di centro sinistra guidata da Bassolino. A questi signori che decidono di schierarsi dal lato degli speculatori e degli avvelenatori non possiamo che mandare un messaggio chiaro e semplice: ci vedremo sui cantieri, vedremo se riuscirete a cominciare i lavori per le discariche e gli inceneritori. I cittadini della Campania hanno capito che le scelte che distruggono l’ambiente e la salute vanno fermate con ogni mezzo necessario”.

_(Fonte articolo, clicca qui) La Commissione Ambiente del Consiglio regionale della Campania, presieduta da Luca Colasanto, ha approvato a maggioranza il Piano regionale dei rifiuti solidi urbani. Il documento programmatico era stato approvato in Giunta il 20 dicembre scorso. Ha partecipato ai lavori l’assessore regionale all’Ambiente, Giovanni Romano. Hanno votato a favore i gruppi di maggioranza. Contrari Socialisti ed Idv. Il Pd ha abbandonato i lavori all’inizio di seduta annunciando la presentazione degli emendamenti direttamente in Aula. Bocciati anche gli emendamenti proposti dai Socialisti, che pure riproporranno in Aula le loro proposte di modifica. Il Piano regionale di Rifiuti sara’ esaminato per l’approvazione definitiva dal Consiglio regionale nella seduta gia’ convocata di lunedi’ prossimo, 16 gennaio. Il Piano sostanzialmente e’ un atto programmatico e ‘fotografa’ la situazione esistente. Si tratta di un passaggio obbligato per evitare gli effetti devastanti della procedura d’infrazione gia’ aperta a carico dell’Italia, proprio a causa dei ritardo con cui e’ stato approntato lo strumento di programmazione. Bruxelles, in particolare, insiste sul fronte dell’impiantistica e sulla indicazione di tempi certi per la realizzazione ed il completamento delle strutture e degli impianti necessari a garantire un corretto ciclo dei rifiuti. Tra i punti qualificanti del Piano, la riconferma della necessita’ di altri due termovalorizzatori, uno a Salerno ed uno a Napoli, oltre ad un terzo impianto da realizzare a Giugliano per la termodistruzione delle cosiddette eco-balle (6 milioni). In totale tre termovalorizzatori (in aggiunta a quello di Acerra gia’ a pieno regime). I tre nuovi termovalorizzatori previsti nel Piano avranno una potenzialita’ complessiva di circa 790mila tonnellate annue di rifiuto (soprattutto rifiuto residuale alla raccolta differenziata). Il Piano rifiuti si preoccupa anche di fissare, su scala regionale e per tutte le cinque province, i criteri di idoneita’ delle aree destinate potenzialmente ad ospitare impianti per il trattamento dei rifiuti. Saranno poi le Province ad individuare, in dettaglio, i siti dove realizzare effettivamente gli impianti, discariche comprese. Il Piano approvato oggi in Commissione ribadisce la centralita’ strategica della raccolta differenziata e la necessita’ di incrementare le politiche e le tecniche legate alla riduzione a monte del rifiuto, oltre che del riciclaggio. Se il Piano e’ uno strumento pensato soprattutto a beneficio di Bruxelles, la vera partita per i rifiuti in Campania si giochera’ all’atto della proposizione della (necessaria) nuova legge regionale sui rifiuti, che andrebbe approvata entro l’anno. A quel punto si capira’ se le nuove norme confermeramnno o meno il criterio della provincializzazione dei rifiuti.

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